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L'analisi

Il ciclotrone di Villa Sofia tra polemica politica e realtà della medicina nucleare

martedì 17 Marzo 2026

Ogni tanto riemerge una storia che sembra semplice ma che, appena la si guarda da vicino, diventa molto più complessa. È il caso del ciclotrone installato anni fa presso l’ospedale Villa Sofia, a Palermo, e mai entrato davvero nel circuito della produzione ordinaria.

La vicenda è tornata al centro del dibattito dopo l’iniziativa pubblica del deputato regionale Ismaele La Vardera, che nei giorni scorsi ha parlato di quello che definisce “uno spreco di denaro pubblico senza precedenti”. In un post pubblicato sui social il parlamentare sostiene che l’impianto, appaltato nel 2004 con un investimento di circa 10 milioni di euro, sarebbe rimasto inutilizzato per oltre vent’anni, mentre la sanità pubblica continua ad acquistare radiofarmaci da operatori esterni.

Ma fermarsi alla denuncia rischia di spostare l’attenzione sul dettaglio più rumoroso e non su quello più importante. Per capire, quindi, se siamo davanti a uno spreco, a una scelta mai completata o a una tecnologia ormai arrivata fuori tempo massimo, bisogna fare un passo indietro e ripartire da una domanda essenziale: che cosa serve davvero un ciclotrone nel 2026?

Perché lo Stato li finanziò?

Alla fine degli anni ’90 la medicina nucleare italiana si trovava in una fase di passaggio. La Tomografia a Emissione di Positroni (PET) si stava imponendo come una tecnologia decisiva soprattutto in oncologia, ma i centri in grado di produrre radiofarmaci erano pochi e distribuiti in modo disomogeneo. In quel periodo lo Stato decise di intervenire con l’articolo 71 della legge 23 dicembre 1998 n. 448, che istituì un piano straordinario di interventi per la riqualificazione dell’assistenza sanitaria nei grandi centri urbani, con particolare attenzione anche alle aree centro meridionali. L’obiettivo non era comprare macchine in astratto, ma finanziare progetti di riorganizzazione e innovazione sanitaria dentro le grandi aree metropolitane, con cofinanziamento regionale e presentazione di progetti specifici secondo i criteri fissati poi dal decreto ministeriale 15 settembre 1999.

Palermo fu coinvolta in quel programma con l’installazione di due PET, una al Policlinico e una all’AOOR Villa Sofia-Cervello, mentre il ciclotrone venne previsto proprio a Villa Sofia.

In quegli anni, quindi, avere un ciclotrone dentro un grande ospedale aveva una logica molto forte e consentiva al pubblico di non dipendere completamente dal mercato esterno per la produzione dei radiofarmaci PET, in una fase in cui l’offerta era limitata e i tempi di distribuzione pesavano enormemente sulla possibilità stessa di fare gli esami.

A cosa serve il ciclotrone?

Il ciclotrone non è un macchinario diagnostico, e pertanto non produce immagini e non individua tumori. Il suo compito è generare gli isotopi radioattivi da cui si ottengono i radiofarmaci utilizzati nelle indagini PET. Il caso più noto, e ancora oggi il più utilizzato, è il fluorodesossiglucosio (FDG), un radiofarmaco marcato con fluoro-18 che continua a rappresentare uno degli strumenti principali della diagnostica PET in oncologia e trova applicazione anche in ambito infettivologico e nelle patologie infiammatorie.

Le linee guida dell’European Association of Nuclear Medicine aggiornate confermano che la PET con FDG resta una metodica centrale in oncologia e nelle applicazioni ibride PET. Ed è qui che si capisce perché il ciclotrone venne considerato strategico. Il fluoro-18 ha un’emivita di poco meno di due ore. Questo significa che il radiofarmaco deve essere prodotto, controllato, distribuito e somministrato in tempi strettissimi. Quando l’offerta era scarsa, produrlo vicino al luogo di utilizzo non era un lusso, ma era quasi una necessità.

Accanto all’FDG esistono inoltre altri radiofarmaci ottenuti da isotopi prodotti con il ciclotrone, come la fluorocolina e il PSMA (Prostate‑Specific Membrane Antigen) marcato con fluoro-18 utilizzati soprattutto nello studio del carcinoma della prostata, la metionina marcata con carbonio-11 impiegata nei tumori cerebrali, la fluoro-DOPA utilizzata nei tumori neuroendocrini e in alcune patologie neurologiche, oppure traccianti come florbetapir e flutemetamolo impiegati nella diagnosi della malattia di Alzheimer, oltre a molti altri radiofarmaci utilizzati nella medicina nucleare moderna.

Pertanto il funzionamento di un ciclotrone richiede un’organizzazione complessa e personale altamente qualificato, tra cui radiofarmacisti, radiochimici, fisici sanitari e tecnici con una formazione specifica. Questo perché la produzione dei radiofarmaci è regolata da standard molto rigorosi. Ogni fase del processo prevede procedure di qualità, controlli continui e responsabilità professionali ben definite, dato che si tratta di sostanze destinate all’uso clinico sui pazienti.

Il mercato oggi

Negli anni’90 la PET era, come detto, una tecnologia rara. Oggi è diventata una tecnologia diffusa e quasi tutti gli ospedali medio-grandi ne possiedono almeno una, mentre i centri più importanti dispongono spesso di più apparecchiature. Nel frattempo si è sviluppata anche una rete di produzione e distribuzione dei radiofarmaci che coinvolge strutture pubbliche e operatori privati in grado di rifornire più ospedali anche a distanza.

Tutto ciò ha cambiato notevolmente l’equilibrio economico. Un centro che produce radiofarmaci per molti ospedali può distribuire i costi su un numero elevato di dosi e offrire prezzi più competitivi. Prendendo come esempio l’FDG, che resta il radiofarmaco PET più utilizzato, alcuni studi stimano che la produzione interna di una dose standard possa superare i 150-200 euro, mentre in alcune gare pubbliche il prezzo di mercato può scendere indicativamente tra 50 e 80 euro per dose, a cui vanno aggiunti i costi logistici.

In altre parole, un impianto che produce per una sola struttura sostiene costi fissi molto elevati, mentre un centro che rifornisce più ospedali riesce a distribuire quei costi su un numero maggiore di dosi e a ridurre il prezzo unitario. Per una singola struttura, quindi, acquistare i radiofarmaci da fornitori esterni può risultare più conveniente, mentre la produzione interna diventa sostenibile solo quando l’attività è elevata e continuativa.

La vera domanda

È proprio questo equilibrio tra tecnologia, domanda clinica e sostenibilità economica che oggi rende la questione molto più complessa di quanto possa apparire a prima vista.

Il punto, quindi, non è soltanto stabilire se il ciclotrone di Villa Sofia esista ancora come impianto utilizzabile o se negli anni sia rimasto semplicemente inattivo. E non riguarda necessariamente solo l’attuale direzione strategica, perché l’eventuale mancato utilizzo dell’impianto si inserisce in una vicenda che attraversa diverse stagioni amministrative e scelte organizzative maturate nel corso degli anni.

Mentre l’AOOR Villa Sofia-Cervello ha avviato le verifiche interne sulla vicenda, la domanda è: nel Sistema sanitario attuale, considerando i costi di produzione, l’organizzazione necessaria e l’evoluzione della tecnologia, ha davvero senso riattivare oggi il ciclotrone di Villa Sofia oppure il vero spreco rischierebbe di essere proprio la sua riattivazione?

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