La guerra, oggi, difficilmente irrompe come un evento improvviso. Viene preparata, annunciata, spiegata. Entra nel linguaggio pubblico molto prima di colpire le persone e i territori interessati. Compare nelle conferenze stampa, nei comunicati ufficiali, nei talk show serali. È accompagnata da parole che la rendono razionale: sicurezza, deterrenza, stabilità, difesa degli interessi nazionali, “pace attraverso la forza”.
Prima ancora che inizino i combattimenti, la guerra è già stata normalizzata.
Il conflitto tra Russia e Ucraina lo dimostra con chiarezza. Avviato nel 2022 come “operazione militare speciale”, è diventato nel tempo un fatto strutturale del panorama geopolitico europeo. Milioni di persone pagano il prezzo più alto — vite spezzate, città distrutte, economie locali annientate — mentre le decisioni strategiche vengono prese altrove, in sedi diplomatiche, vertici internazionali, incontri riservati. Anche quando si parla di pace, la distanza resta evidente: i piani, le ipotesi di negoziato e le soluzioni discusse raramente coinvolgono chi vive sotto le bombe.
Ciò che colpisce non è solo la durata dei conflitti, ma il modo in cui essi vengono assorbiti nel linguaggio della politica. La guerra non appare più come una frattura radicale dell’ordine sociale, ma come una scelta difficile, certo, ma gestibile. Un’opzione estrema, ma pur sempre un’opzione.
Questa trasformazione riguarda anche i regimi democratici. Nelle democrazie occidentali il ricorso alla forza militare viene spesso sottratto a un vero confronto collettivo. I conflitti sono lontani, combattuti da eserciti professionali o per interposta persona. I costi umani sono geograficamente separati, quelli economici diluiti nel tempo, quelli politici assorbiti da una comunicazione che tende a presentare il conflitto come inevitabile.
Più ancora delle ragioni ufficiali dei conflitti, è questa distanza a rappresentare uno dei nodi centrali della politica contemporanea. Quando la guerra non coinvolge direttamente la collettività che dovrebbe deciderla, essa perde il suo carattere eccezionale. Diventa amministrabile. Giustificabile. Talvolta persino presentata e comunicata come “conveniente” a livello economico e geopolitico.
Più di due secoli fa, Immanuel Kant aveva individuato con lucidità questo meccanismo. Nel saggio “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, non condanna la guerra in nome di un ideale astratto: analizza le condizioni politiche che la rendono probabile.
E individua un fattore decisivo: la separazione tra il potere che decide e la società che paga.
Attualizzare Kant oggi significa partire da qui: cosa accade quando la guerra diventa una decisione leggera e le responsabilità politiche vengono omesse?
Kant e la struttura della guerra: il consenso come freno
Nel dibattito pubblico, Kant viene spesso evocato come il filosofo dell’utopia pacifista. Ma “Per la pace perpetua” è, prima di tutto, un testo di analisi politica. Kant non immagina un mondo senza guerre per bontà morale dei popoli; individua piuttosto le condizioni istituzionali che rendono la guerra meno conveniente per chi governa.
Il nodo centrale del suo ragionamento riguarda il consenso. Quando i cittadini devono esprimere il loro assenso per entrare in guerra — sapendo che saranno loro a combattere, a finanziare il conflitto, a subirne le conseguenze — la decisione diventa difficile. Non perché i cittadini siano più virtuosi, ma perché il costo è immediato e tangibile.
Il problema nasce quando questa relazione si spezza. Kant distingue tra uno Stato in cui chi governa è parte della comunità politica e uno in cui il sovrano tratta lo Stato come una proprietà. In quest’ultimo caso, la guerra non è più una scelta collettiva, ma un atto amministrativo. Può essere intrapresa per ragioni marginali, per prestigio, per calcolo strategico, demandando poi ai diplomatici il compito confezionarla e renderla “presentabile e giustificabile”.

È una dinamica che torna riconoscibile osservando i conflitti contemporanei. La guerra in Ucraina, come quella a Gaza, mostra come le decisioni cruciali — escalation, tregue, cessate il fuoco, negoziati — siano prese da cerchie ristrette di decisori politici e militari, mentre le popolazioni coinvolte restano oggetti della scelta, non soggetti della decisione.
Per Kant, la questione non è la forma del regime in senso stretto, ma la struttura della responsabilità. Un sistema politico è tanto più incline alla guerra quanto più riesce a separare la decisione dal costo. Il consenso non è un valore morale, ma un meccanismo di responsabilizzazione.
E’ questa intuizione che rende Kant sorprendentemente attuale in questo periodo storico. Non perché il mondo di oggi assomigli a quello del Settecento, ma perché il problema che individua — la distanza tra potere e conseguenze — attraversa ancora le nostre società.
Dal XVIII secolo al XXI: cosa è cambiato, cosa è rimasto
A prima vista, il mondo contemporaneo sembra lontanissimo da quello di Kant. Le guerre non sono più combattute da cittadini-soldati, ma da eserciti professionali. Le decisioni militari vengono prese all’interno di alleanze, organismi multilaterali, catene di comando complesse. La tecnologia, i droni, l’intelligenza artificiale e la guerra elettronica ha trasformato radicalmente il modo di combattere.
Eppure, proprio queste trasformazioni hanno ampliato la distanza tra società e guerra. Nelle democrazie occidentali, la maggior parte dei cittadini non combatte, non vede il fronte, non sperimenta direttamente la violenza. La guerra è lontana, mediata, filtrata da immagini, numeri, “tweet” e mappe geopolitiche.
Anche il costo economico viene spostato nel tempo. Spese militari, sostegno logistico, aiuti internazionali incidono su bilanci futuri, inflazione, welfare, ma raramente vengono percepiti come conseguenze dirette della decisione di entrare in guerra.
In questo scenario, il consenso perde la funzione che Kant gli attribuiva. Se il cittadino non combatte, non decide direttamente e non subisce conseguenze immediate, il suo assenso o dissenso diventa sempre più debole. La guerra può essere sostenuta, tollerata o ignorata senza un vero coinvolgimento collettivo.
La domanda allora si impone: il consenso politico è ancora in grado di frenare la guerra? O è diventato un elemento formale, incapace di incidere sulle decisioni strategiche?
Leadership, autocrazie e democrazie svuotate
La distanza tra chi decide e chi paga non riguarda soltanto i regimi autoritari. In Russia, la guerra in Ucraina mostra con evidenza come una decisione strategica possa essere presa da un vertice ristretto, mentre la società viene chiamata a subirne le conseguenze attraverso mobilitazioni, repressione del dissenso, controllo dell’informazione.
Ma dinamiche simili emergono anche nelle democrazie. Negli Stati Uniti, il ritorno di Donald Trump al centro della scena politica ha riportato alla ribalta una leadership fortemente personalizzata. Le tensioni istituzionali, le discussioni sull’impeachment, la crisi del debito del paese, il multilateralismo che minaccia l’egemonia geopolitica, l’uso politico dell’immigrazione e il ruolo dell’ICE nelle politiche di sicurezza interna mostrano come decisioni di enorme impatto umano possano essere assunte e giustificate senza un reale coinvolgimento collettivo della popolazione.
Anche sul piano internazionale, dichiarazioni e posture aggressive — dalle minacce verso il Venezuela alle reiterate provocazioni sulla Groenlandia — rivelano una concezione del potere in cui la politica estera diventa terreno di affermazione personale più che espressione di una volontà condivisa.
Kant non avrebbe riconosciuto queste forme di leadership, ma ne avrebbe compreso la logica: quando il consenso non incide realmente sulla decisione, esso perde la sua funzione di freno. La guerra, o la minaccia della guerra, torna a essere una scelta del potere, non della comunità politica.
Il limite di Kant: il consenso “costruito” e guerra “permanente”
Ma arriva un punto in cui l’attualizzazione di Kant deve fermarsi e, allo stesso tempo, andare oltre. Kant pensava al consenso come a un atto razionale e informato, un meccanismo di responsabilizzazione tra chi governa e chi subisce le conseguenze della guerra. Oggi, però, la guerra si è trasformata in modi che Kant non poteva immaginare. Le tecnologie moderne hanno ridefinito il campo di battaglia e amplificato la distanza tra chi prende le decisioni e chi ne paga i costi. In questo contesto, il consenso non solo è raramente diretto, ma viene spesso costruito, modellato e gestito da strumenti invisibili e sofisticati.
Il consenso non viene chiesto per una decisione specifica, ma mantenuto attraverso una narrazione continua della minaccia.
In questo contesto, la guerra non ha più bisogno di essere dichiarata. Può essere frammentata, intermittente, delegata, “ibrida”. Può essere combattuta attraverso alleati, operazioni mirate, sanzioni, cyber-attacchi. Il cittadino può assentire o subire senza scegliere davvero o poter intervenire sui governi per fare pressione.
L’uso dei droni rappresenta una rivoluzione paradigmatica. Mentre nei tempi di Kant la guerra era combattuta sul terreno da soldati visibili, oggi droni armati possono colpire obiettivi selezionati a migliaia di chilometri di distanza, senza che chi ordina l’attacco corra rischi personali immediati. Gli attacchi con droni in conflitti contemporanei — in Medio Oriente, in Afghanistan, in Ucraina — permettono di intervenire militarmente con una precisione mai vista prima, riducendo le perdite per il lato che attacca ma aumentando spesso le vittime civili collaterali.
La distanza fisica e psicologica tra decisione e impatto si amplia, e il consenso popolare diventa sempre più difficile da sollecitare o verificare. La guerra si trasforma in un’azione tecnica, quasi amministrativa: un clic può decidere tra la vita e la morte, senza che la società sperimenti direttamente il costo di quella scelta.
Parallelamente, l’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui le guerre vengono pianificate, condotte e gestite. Algoritmi predittivi, sistemi di sorveglianza automatizzati e strumenti di analisi dei dati permettono di identificare obiettivi strategici, prevedere movimenti militari o civili, e valutare rischi con una rapidità impensabile due secoli fa. In Ucraina, ad esempio, entrambe le parti hanno iniziato a integrare sistemi automatizzati per l’analisi dei droni, dei radar e dei dati satellitari, affinando le operazioni e limitando errori tattici.
Tuttavia, queste tecnologie riducono ulteriormente la necessità di coinvolgere i cittadini nelle decisioni: la guerra diventa una gestione algoritmica, la responsabilità appare frammentata e difficilmente rintracciabile.
Kant probabilmente non avrebbe potuto prevedere quanto la guerra possa essere “delegata” a macchine, aumentando il rischio che la popolazione rimanga esclusa dal processo decisionale.

A questa evoluzione si aggiunge la cyberwar, una forma di conflitto in cui attacchi digitali possono paralizzare infrastrutture, servizi essenziali o sistemi finanziari senza sparare un colpo. Le recenti offensive informatiche contro sistemi governativi e reti energetiche in Ucraina, Venezuela o Iran mostrano come la guerra possa essere condotta “invisibilmente”, colpendo direttamente la vita quotidiana delle persone senza che esse possano reagire o votare sul consenso alla guerra.
La cyberwar rende ancora più evidente la separazione tra chi comanda e chi subisce, ampliando la possibilità di conflitti permanenti o ibridi: non c’è bisogno di dichiarare guerra in senso tradizionale, perché i danni possono essere prodotti continuamente, invisibilmente, e senza che la popolazione ne percepisca l’origine immediata.
Infine, la guerra psicologica e informativa sui social è una componente nuova e potente. Nel mondo contemporaneo, il consenso non viene più solo richiesto o soppesato formalmente; viene costruito, modellato e talvolta manipolato attraverso campagne mediatiche, narrazioni filtrate e strategie di disinformazione.
Facebook, Twitter, Instagram e altre piattaforme nel tempo sono diventate strumenti per orientare le percezioni, fomentare paure o legittimare interventi militari. Nel conflitto russo-ucraino, come le attuali proteste in Iran e come in altri scenari, messaggi selezionati, video virali e algoritmi che amplificano la polarizzazione hanno avuto un ruolo nel plasmare la percezione della guerra, influenzando opinioni pubbliche nazionali e internazionali.
Kant pensava al consenso come a un atto di responsabilità razionale; oggi, invece, il consenso può essere costruito o deformato senza che i cittadini si rendano conto di come le loro opinioni siano manipolate.
Queste innovazioni tecnologiche evidenziano un limite della teoria kantiana: non basta più chiedersi se il consenso esiste, ma come viene prodotto e mediato. Il rischio è che la guerra diventi permanente, invisibile e tecnicamente “snella”, mentre chi subisce le conseguenze continua a non avere voce nel processo decisionale.
I confini tradizionali tra pace e guerra si sfumano, le responsabilità si frammentano e la distanza tra chi decide e chi paga il prezzo si allarga.
Eppure, proprio in questo contesto, la teoria di Kant mantiene la sua forza analitica. Ci ricorda che la guerra non è un fenomeno naturale, inevitabile o neutro: è una decisione politica. E che la qualità di quella decisione dipende dalla relazione tra chi governa e chi subisce, tra scelta e conseguenza, tra responsabilità e costo.
L’uso di droni, intelligenza artificiale, cyberwar e guerre psicologiche sui social non elimina questa dinamica; la amplifica, la rende più complessa e più urgente da comprendere. Oggi, più che mai, attualizzare Kant significa riconoscere questa distanza crescente.
Significa osservare come strumenti tecnologici avanzati possano rendere più efficiente la guerra per chi comanda, ma più invisibile e dannosa per chi la subisce. Significa capire che la pace, come sottolineava Kant, non è un ideale astratto, ma il risultato di istituzioni e pratiche che rendano la decisione di entrare in guerra condivisa, trasparente e vincolante. E significa riconoscere che, senza queste condizioni, la guerra rischia di diventare non solo più facile da intraprendere, ma anche più difficile da fermare.
La responsabilità come questione politica
Kant ci offre una diagnosi della guerra che, pur essendo formulata oltre due secoli fa, resta straordinariamente rilevante. La guerra diventa più probabile quando chi la avvia non ne sopporta le conseguenze dirette e quando chi ne subisce gli effetti non partecipa alle decisioni.
Nel mondo contemporaneo, questa distanza non è scomparsa: si è trasformata, è diventata più opaca, mediata da tecnologie avanzate come droni, intelligenza artificiale, operazioni cibernetiche e strategie di comunicazione digitale, rendendo sempre più difficile percepire la responsabilità reale. La guerra viene “normalizzata”, può essere intrapresa con facilità, mentre chi la subisce resta spettatore impotente.
Ecco perché oggi il ruolo dei cittadini deve tornare a essere centrale. Il consenso non può essere un atto simbolico filtrato dai media o dagli algoritmi; deve essere reale, informato e partecipativo. I cittadini devono poter comprendere le conseguenze delle decisioni militari, influire sulle scelte, esercitare pressione sulle leadership, esigere trasparenza e responsabilità. Solo così la politica bellica può essere resa realmente soggetta al controllo collettivo.
Attualizzare Kant significa riconoscere che la responsabilità della guerra non può essere confinata a una ristretta élite. È necessario rendere visibile il costo della guerra, mostrare che dietro ogni strategia, ogni attacco a distanza, ogni operazione cibernetica o campagna sui social ci sono vite umane concrete.
La centralità dei cittadini deve tradursi in strumenti istituzionali che assicurino partecipazione, controllo e accountability. Senza questa pressione, la guerra resta tecnicamente possibile, socialmente distante e moralmente più facile da giustificare.
In definitiva, la pace non si raggiunge per automatismi o decreti; dipende dall’impegno collettivo di limitare la guerra, di reclamare il diritto a non essere soggetti di decisioni letali senza voce. Restituire centralità ai cittadini significa rendere il consenso reale, trasformarlo in strumento di consapevolezza condivisa e riportare la guerra alla sua gravità originaria, costringendo chi governa a confrontarsi con chi ne subisce le conseguenze.
Solo così la “decisione leggera” sulla guerra potrà essere interrotta, e la pace, pur fragile e complessa, potrà diventare una scelta partecipata e duratura. Che la pace non è un ideale astratto, ma una questione di responsabilità politica.






