Ci sono date che appartengono alla storia e altre che continuano, invece, a vivere nella memoria di chi le ha attraversate.
L’11 settembre 2001 appartiene a entrambe. Venticinque anni dopo, quelle immagini sono diventate patrimonio di una generazione intera: il primo aereo che colpisce la Torre Nord, il secondo che pochi minuti più tardi squarcia la Torre Sud, il fumo che sale sopra Manhattan, le persone che corrono, i vigili del fuoco che entrano negli edifici mentre tutti gli altri cercano di uscirne, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato in Pennsylvania.
In poco più di due ore morirono 2.977 persone. Ma quel giorno non cambiò soltanto il destino di migliaia di famiglie americane. Cambiò il modo nel quale il mondo avrebbe pensato alla sicurezza, alla guerra, al terrorismo e persino alla pace.
L’America scoprì che gli oceani non erano più una protezione sufficiente. L’Occidente scoprì che la minaccia poteva arrivare non da un esercito schierato oltre una frontiera, ma da uomini capaci di trasformare quattro aerei civili in armi. Da quella mattina nacque la “guerra al terrore”, prima in Afghanistan contro al-Qaeda e i talebani, poi in Iraq, quindi attraverso una lunga stagione di interventi, occupazioni, operazioni speciali, intelligence, droni e nuove forme di controllo.
Osama bin Laden sarebbe stato ucciso quasi dieci anni dopo. Il territorio del califfato dell’ISIS sarebbe stato distrutto. Molti dei grandi attentati jihadisti che avevano sconvolto le città occidentali sarebbero progressivamente diminuiti. Ma il terrorismo non è scomparso. Si è trasformato, ha cambiato geografia, strumenti e protagonisti. Oggi il suo baricentro è molto più lontano da New York e Washington e molto più vicino alle aree fragili del Sahel, dell’Africa subsahariana e di altre regioni dove instabilità politica, conflitti e radicalizzazione continuano ad alimentarsi reciprocamente.
E proprio mentre ricordiamo quella mattina, il mondo nel quale viviamo sembra avere ricominciato a parlare soprattutto il linguaggio della guerra.
C’è l’Ucraina, dove il conflitto con la Russia entra nel suo quinto anno senza una soluzione politica. Ci sono il Medio Oriente e l’Iran, dove gli Stati Uniti di Donald Trump sono nuovamente impegnati in una guerra che rischia di trasformarsi in un altro conflitto senza un’uscita chiaramente definita. Ci sono droni, cyberattacchi, sabotaggi, infrastrutture energetiche colpite, guerre ibride e una nuova competizione tra potenze.
È questa la domanda che il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre ci consegna: che cosa abbiamo imparato da quella mattina? Perché ricordare non significa soltanto ripetere “never forget”. Significa anche interrogarsi sulle conseguenze delle scelte compiute dopo quel giorno.
E forse, venticinque anni dopo, la memoria dell’11 settembre dovrebbe contenere due promesse inseparabili: mai più terrorismo, ma anche mai più guerre senza una strategia di pace. La costruzione della memoria collettiva è un passaggio fondamentale per comprendere le crepe di quella tragedia che ha segnato le società civili, a distanza di di tanti anni.
La guerra al terrore e il prezzo di una promessa
Dopo l’11 settembre, la risposta americana sembrò avere una direzione precisa. Gli Stati Uniti non si limitarono a cercare i responsabili degli attentati: scelsero di combattere la minaccia alla propria sicurezza ovunque si annidasse.
L’Afghanistan fu il primo teatro di questo conflitto. La risposta iniziale contro al-Qaeda e i Talebani fu rapida, ma ciò che doveva essere un intervento mirato si trasformò in una guerra ventennale, nel tentativo di ricostruire le istituzioni e la struttura politica di un Paese devastato.
Il passaggio successivo fu ancora più controverso. Nel 2003 l’invasione dell’Iraq, giustificata dalla presenza di armi di distruzione di massa, consacrò la guerra preventiva a pilastro della nuova dottrina americana. Tuttavia, l’Iraq non aveva avuto alcun ruolo nell’11 settembre; la caduta di Saddam Hussein aprì invece una stagione di profonda instabilità, favorendo la nascita di nuovi gruppi estremisti e la successiva ascesa dell’ISIS.
È questo il nodo centrale degli ultimi venticinque anni: la risposta militare ha colpito duramente diverse organizzazioni, ma non è riuscita a edificare un ordine politico stabile nei territori in cui è intervenuta. La stessa formulazione della Casa Bianca per il Patriot Day del 2026 riconosce nell’11 settembre l’origine di un’intera generazione di sacrifici e conflitti.
La storia non si è fermata con la morte di Bin Laden. L’ISIS ha proclamato un califfato in Iraq e Siria prima di perderne il controllo territoriale; al-Qaeda si è riorganizzata in reti locali e in Africa la violenza jihadista ha approfittato della fragilità delle istituzioni. Come evidenziato dal Global Terrorism Index 2026, l’Africa subsahariana è oggi il principale epicentro della violenza, mentre lo Stato Islamico e i suoi affiliati rimangono la minaccia più letale.
L’esperienza degli ultimi venticinque anni suggerisce di no. La forza militare resta indispensabile per sottrarre territorio ai gruppi armati e sventare attentati, ma non può da sola creare legittimità politica, ricostruire contesti sociali o impedire che nuove organizzazioni occupino i vuoti di potere.
L’Afghanistan, l’Iraq e la Siria hanno mostrato la difficoltà di vincere quando il nemico non è un esercito tradizionale, ma una minaccia fluida. Oggi quella domanda si ripropone in forma ancora più complessa: il terrorismo non è scomparso, ma non è più l’unica grande sfida alla sicurezza internazionale.
2001-2026: Dal terrorismo alle guerre senza confini
Il mondo del 2026 non assomiglia più a quello del 2001, ed è proprio questa distanza a rendere l’anniversario dell’11 settembre ancora più significativo.
Nel 2001 la minaccia aveva un volto, un’organizzazione e una narrazione riconoscibili: al-Qaeda e la sua leadership. Gli attentati a New York e Washington produssero una risposta altrettanto definita, con l’esercito americano schierato contro il terrorismo e i regimi che lo ospitavano. Oggi le minacce sono molto più complesse da classificare. La guerra contemporanea si combatte con missili e droni, ma anche con cyberattacchi, disinformazione, ricatti energetici e operazioni clandestine. Infrastrutture civili, cavi sottomarini, reti sociali e flotte commerciali sono diventati veri e propri spazi di confronto geopolitico.
La guerra in Ucraina è il laboratorio più evidente di questa trasformazione. A più di quattro anni dall’invasione su larga scala, mentre Washington tenta di riaprire un percorso negoziale, il divario tra Mosca e Kiev resta enorme. La Russia auspica una mediazione americana, ma l’Ucraina respinge ogni cessione territoriale. Non è più un conflitto confinato al fronte, ma una crisi che coinvolge energia, commercio e sicurezza globale.
I droni sintetizzano meglio di qualunque altra arma questo cambiamento: se nel 2001 l’immagine simbolo era l’aereo civile trasformato in missile, oggi droni economici colpisce obiettivi a centinaia di chilometri, imponendo l’uso di sistemi difensivi enormemente più costosi per intercettarli.
Una logica analoga caratterizza il Medio Oriente. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, iniziato nel febbraio 2026 con l’attacco americano alle infrastrutture nucleari e militari iraniane, si è trasformato in uno scontro prolungato. Donald Trump aveva costruito la propria narrazione politica sulla promessa di chiudere le “forever wars”, ma oggi gli Stati Uniti sono di nuovo immersi in un conflitto regionale con ripercussioni economiche ed energetiche globali.
Diversi analisti hanno sottolineato questa contraddizione, accostando la campagna iraniana alle guerre in Afghanistan e Iraq nate dopo il 2001. La lezione è chiara: non esistono più guerre veramente lontane. Perfino il terrorismo ha modificato la sua natura. La priorità non è soltanto sventare attentati pianificati in Occidente, ma evitare che intere regioni vedano il collasso dello Stato a favore di gruppi armati.
Di conseguenza, il concetto stesso di sicurezza è cambiato.
Nel 2001 significava prevenire un nuovo attacco sul territorio americano; nel 2026 significa difendere contemporaneamente città, confini, reti digitali, infrastrutture energetiche e rotte commerciali. In un contesto in cui il confine tra guerra e pace appare sempre più sfumato, la memoria dell’11 settembre assume un significato diverso. Se quel mattino dimostrò che un’organizzazione non statale poteva colpire una superpotenza, venticinque anni dopo scopriamo che l’intero sistema internazionale può essere destabilizzato da una combinazione di Stati, gruppi armati e tecnologie diffuse.
La domanda fondamentale oggi non è più soltanto come vincere una guerra, ma come impedire che ogni crisi generi inevitabilmente quella successiva.
L’America che ricorda l’11 settembre ai tempi di Donald Trump
Venticinque anni dopo quel mattino di settembre, l’11 settembre non appartiene più soltanto alla storia recente degli Stati Uniti: è diventato parte integrante della loro identità politica e della loro idea di sicurezza. Ogni amministrazione americana, indipendentemente dal colore politico, si trova prima o poi a misurarsi con quella memoria e con le conseguenze delle decisioni prese allora.
Donald Trump, tornato alla Casa Bianca dopo aver costruito gran parte della propria narrazione sulla promessa di uscire dalle cosiddette “forever wars”, si confronta oggi con una contraddizione evidente. L’America che vuole chiudere la stagione dei conflitti senza fine è la stessa che nel 2026 si trova impegnata in un nuovo confronto diretto con l’Iran, in uno scenario in cui la superiorità militare rimane lo strumento fondamentale della politica estera.
È qui che il ricordo del 2001 interpella direttamente il presente. Dopo gli attentati, gli Stati Uniti hanno edificato un sistema di sicurezza in cui la lotta al terrorismo è diventata una priorità permanente, trasformando profondamente l’intelligence, la difesa e la cooperazione internazionale. Nel 2026, tuttavia, la percezione della minaccia appare mutata. Un recente sondaggio Reuters/Ipsos ha mostrato come una quota significativa dell’opinione pubblica consideri ormai l’estremismo violento interno un pericolo più grave del terrorismo internazionale, segno di come il concetto di sicurezza sia cambiato insieme alla società americana.
Non significa che il rischio di attentati dall’esterno sia superato, ma che l’11 settembre ha lasciato in eredità una società in cui la paura non ha più un’unica direzione geografica. Il confine tra minaccia esterna, radicalizzazione interna, propaganda digitale e violenza politica è diventato assai più sfumato rispetto a un quarto di secolo fa.
In questo contesto, la presidenza americana evidenzia le domande rimaste aperte dal 2001. Come può una potenza che punta a ridurre il proprio coinvolgimento bellico continuare a essere il principale garante dell’ordine internazionale senza essere continuamente chiamata a intervenire? E soprattutto, quanto può durare una politica estera che considera la forza militare contemporaneamente strumento di deterrenza, risposta alle crisi e garanzia di centralità geopolitica?
Sono interrogativi che riguardano il rapporto tra gli Stati Uniti e il mondo: vincere una guerra può essere possibile, ma molto più complesso è costruire le condizioni affinché quel conflitto non debba essere combattuto nuovamente.
Il 25º anniversario dell’11 settembre giunge in un clima di forte tensione e profonda spaccatura istituzionale e sociale, trasformando le commemorazioni in un terreno di scontro politico e giudiziario.
Al centro delle polemiche vi sono i documenti recentemente diffusi dal sindaco di New York, Zohran Mamdani: oltre 170.000 pagine che confermano come le autorità dell’epoca — tra cui gli ex sindaci Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg — fossero pienamente consapevoli della tossicità e della presenza di amianto nell’aria di Ground Zero. La decisione di nascondere i rischi per accelerare il ritorno alla normalità e tutelare l’economia della città ha scatenato l’indignazione del sindacato dei vigili del fuoco, che denunzia il sacrificio consapevole dei soccorritori.
La frattura si riflette anche nelle cerimonie ufficiali. Giuliani e varie associazioni dei familiari delle vittime hanno chiesto a Mamdani di non presenziare alle commemorazioni a Ground Zero, dove è invece atteso il vicepresidente JD Vance, mentre Donald Trump sarà al Pentagono. Lo stesso Trump è al centro di una controversia con i media sul suo effettivo riscontro e coinvolgimento nei giorni successivi al crollo delle Torri Gemelle.
Sul fronte legale, infine, nuovi video riaccendono l’attenzione sul presunto ruolo di Riad negli attacchi, in vista dell’udienza di ottobre per la causa da 1.000 miliardi di dollari intentata dalle famiglie delle vittime contro l’Arabia Saudita.
La Siria e la domanda più difficile: può un ex jihadista diventare un interlocutore internazionale?
Se c’è un’immagine capace di raccontare quanto sia cambiato il mondo nato dall’11 settembre, è quella della Siria odierna. La caduta di Bashar al-Assad ha portato al potere Ahmed al-Sharaa, noto un tempo come Abu Mohammed al-Julani. Il suo percorso è emblematico: insorto con al-Qaeda in Iraq, fondatore del Fronte al-Nusra e poi leader di Hay’at Tahrir al-Sham, al-Sharaa si è allontanato dal jihadismo transnazionale fino a diventare presidente della Siria.
Si tratta di una parabola inimmaginabile nel 2001, che pone un interrogativo ineludibile: quanto può cambiare una leadership quando passa dalla clandestinità armata al governo, e come deve comportarsi la diplomazia per stabilizzare un Paese devastato?
La Siria è un perfetto un laboratorio in cui realpolitik, sicurezza e memoria del terrorismo si sovrappongono. Da un lato pesa il passato della nuova classe dirigente; dall’altro emerge la necessità di evitare vuoti di potere, garantendo la ricostruzione, la tutela delle minoranze e complessi equilibri regionali con Israele, Turchia, Iran e Golfo. Perfino le forze curde, protagoniste della lotta contro l’ISIS, hanno avviato l’integrazione delle proprie strutture nello Stato, mostrando la rapidità con cui cambiano le alleanze quando la priorità diventa l’ordine politico.
Di fronte a questa transizione, l’Occidente affronta una scelta pragmatica ma contradditoria. Washington ha avviato il dialogo con Damasco e la Siria è stata rimossa dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, scommettendo sul fatto che la responsabilità di governo favorisca la moderazione.
La vicenda siriana dimostra che la lotta al terrorismo è entrata in una fase inedita: non basta più individuare il nemico, ma occorre comprendere come la violenza si trasformi. Senza cancellare le responsabilità del passato, emerge una consapevolezza fondamentale: oggi la vera sfida non è soltanto eliminare l’avversario, ma capire con chi dialogare il giorno dopo.
Questo cambiamento ripropone alle democrazie un dilemma fondamentale: fino a che punto lo Stato può spingersi nel nome della sicurezza senza compromettere le libertà che intende difendere?
Se dopo il 2001 la risposta è stata un’estensione senza precedenti degli apparati di sorveglianza e prevenzione, venticinque anni dopo la radicalizzazione digitale rende ancora più sottile e problematico il confine tra tutela dei cittadini e controllo sociale. Eliminare una sigla terroristica non significa infatti rimuovere le condizioni sociali e politiche in cui una nuova organizzazione può radicarsi.
Mai più terrorismo, ma anche mai più guerre senza una strategia di pace
È su questo punto che la memoria si scontra con la sfida più complessa: ciò che avviene dopo la risposta militare. Riconoscere il diritto degli Stati a difendersi dal terrorismo è un principio doveroso; proprio per questo diventa cruciale chiedersi come trasformare un successo bellico in una stabilità duratura, evitando che l’intervento armato inneschi nuove spirali di radicalizzazione.
Le esperienze in Afghanistan e Iraq mostrano cosa accade quando la forza militare raggiunge il suo obiettivo immediato ma difetta di una visione politica. La caduta dei regimi dei Talebani e di Saddam Hussein non ha prodotto automaticamente contesti stabili: in Afghanistan vent’anni di presenza occidentale non hanno impedito il ritorno al potere dei Talebani, mentre in Iraq la disgregazione delle istituzioni ha favorito l’ascesa dello Stato islamico.
La lezione non è l’inutilità della forza, necessaria quando la deterrenza fallisce, ma il fatto che essa non può sostituirsi alla politica. Nessun bombardamento può definire da solo gli equilibri comunitari, le garanzie istituzionali e gli assetti regionali di un dopoguerra. Nel 2026 questo principio si applica direttamente ai contesti dell’Ucraina e dell’Iran: un eventuale cessate il fuoco o la distruzione di infrastrutture strategiche modificano i rapporti di forza nell’immediato, ma non risolvono i nodi politici di fondo.
Una vittoria autentica si misura dunque sulla capacità di costruire un percorso diplomatico e istituzionale solido già durante la pianificazione del conflitto. La pace non è un semplice e automatico sottoprodotto della fine dei combattimenti, ma una costruzione strategica che richiede diplomazia, ricostruzione e garanzie reciproche.
La trasformazione sociale: dalla paura globale alla frammentazione digitale
L’11 settembre non ha trasformato soltanto la geopolitica: ha ridefinito la natura profonda della società americana e globale. Il venticinquennio tra il 2001 e il 2026 ha segnato il passaggio da una traumatica esperienza di vulnerabilità collettiva a una trasformazione radicale del modo di vivere la sicurezza, l’informazione e la comunità.
All’indomani del 2001, il trauma generò negli Stati Uniti una forte coesione patriottica e nel mondo l’accettazione di controlli più rigidi e limitazioni alle libertà. Tuttavia, quella coesione si è progressivamente dissolta, lasciando il posto a una profonda polarizzazione.
L’elemento determinante è stata la rivoluzione digitale. Con l’affermazione di social network, algoritmi e intelligenza artificiale, il dibattito pubblico si è frammentato in bolle ideologiche. La paura, che nel 2001 aveva un’origine esterna e visibile, si è interiorizzata e moltiplicata. L’odio e la radicalizzazione si sono sviluppati online, trasformando la disinformazione in un’arma di destabilizzazione interna e alimentando movimenti estremisti nativi sia in America sia in Europa.
Contemporaneamente, la fiducia nelle istituzioni ha subito un crollo verticale. Le guerre prolungate, la crisi del 2008, la pandemia e le disuguaglianze economiche hanno eroso il patto sociale. In questo vuoto si sono affermati populismi e spinte identitarie che individuano nell’avversario politico interno una minaccia esistenziale.
Nel 2026, la società globale appare iperconnessa ma drammaticamente divisa. L’insicurezza non riguarda più soltanto il rischio di attentati, ma investe la stabilità economica, la tenuta democratica e la verità stessa nell’era digitale.
La vera eredità sociale dell’11 settembre, unita alla svolta tecnologica, è un mondo in cui il confine tra sicurezza collettiva e paranoia individuale è diventato sottilissimo, imponendo come sfida primaria la ricostruzione della coesione democratica al proprio interno.
Ricordare significa anche imparare
Il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre richiama inevitabilmente le immagini simboliche di quel giorno: le torri colpite, il fumo su Manhattan, il Pentagono e i 2.977 nomi delle vittime. Fare memoria significa prima di tutto restituire a quell’evento la sua dimensione umana di tragedia individuale e collettiva. Ma a distanza di un quarto di secolo, il ricordo non può esaurirsi nella sola commemorazione ritmata dalle cerimonie ufficiali.
Dimenticare le vittime sarebbe grave, ma lo sarebbe anche smarrire le lezioni della storia recente. L’11 settembre ha mostrato la devastazione del terrorismo; gli anni seguenti hanno evidenziato quanto sia rischioso vincere una battaglia senza una visione per il dopoguerra. Comprendere che la forza non può sostituire la diplomazia è il passo necessario per far sì che la memoria del passato diventi responsabilità per il presente.








