Sono state settimane complesse e particolarmente dense di polemiche quelle appena trascorse in giro per le varie Regioni italiane. Seppur con differenze e vicissitudini diverse, un filo comune ha unito il dibattito all’interno dei vari territori: il futuro dei Comuni montani.
Giovedì 5 febbraio, in sede di Conferenza Unificata il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Roberto Calderoli ha riunito i rappresentati delle varie Regioni per trovare una quadra sulla nuova classificazione. Al termine dell’incontro è stato raggiunto un accordo unanime con Regioni, Province e Comuni sulle modalità di prima applicazione dei criteri per la classificazione dei Comuni montani, mentre per quanto riguarda il Dpcm relativo alla definizione dei criteri è stata raggiunta l’intesa con Comuni e Province, ma c’è stata una mancata intesa con le Regioni che si sono comunque espresse favorevolmente a maggioranza e hanno inoltre votato all’unanimità la deroga sul termine dei 30 giorni per poter procedere in Consiglio dei Ministri.
Se da un lato è arrivato l’accordo per sbloccare la ripartizione del Fondo sviluppo montagne italiane (Fosmit), dall’altro resta il malcontento, più o meno diffuso, sui criteri da adottare. E la Sicilia come ne esce? Comprendere la posizione dell’Isola non è semplice.
Mentre nel resto d’Italia, dal Veneto all’Emilia-Romagna, dalla Toscana alla Puglia, dalla Liguria all’Umbria, non si parla d’altro e si rincorrono appelli e rivendicazioni, in Sicilia tutto tace. Eppure sul piatto ci sono fondi importanti da destinare ad aree dove problematiche come il crollo della natalità, l’accessibilità ai servizi e lo spopolamento risultano maggiormente amplificate. L’argomento è così passato in sordina, evidenziando ulteriormente il momento delicato e di confusione per gli Enti locali siciliani, che da ormai tre mesi non hanno più una figura di riferimento solida, con un assessorato senza padrone e la delega detenuta ad interim dal presidente Renato Schifani, dopo l’estromissione dalla squadra di giunta dell’esponente della Democrazia Cristiana Andrea Messina. Un momento delicato tra sfide interne, dettate dalla devastazione del ciclone Harry e dalla tragica frana che ha sfregiato Niscemi, ed esterne, dove la nuova classificazione dei Comuni montani è solo un esempio delle tante occasioni che la Sicilia rischia di mancare, passando in secondo piano, senza far sentire la propria voce.
La nuova classificazione dei Comuni montani
Ma cerchiamo un po’ di ricostruire cosa è successo negli ultimi mesi.
Delle opportunità della nuova norma nazionale ne avevamo già parlato a fine settembre 2025, comprese le possibili criticità (CLICCA QUI). La compilazione della lista dei Comuni montani che potranno accedere al bacino di risorse pensate ad hoc è apparsa fin da subito il vulnus principale da risolvere. Due i criteri principali: l’altimetria e la pendenza.
La storica classificazione che include 4mila Comuni, di cui 101 siciliani, in base alle prime indicazioni, è stata drasticamente ridotta a 2.800 Comuni, tanti esclusi e qualche nuovo subentrato. Gli indicatori di questa inziale bozza prevedevano: almeno il 20% della superficie comunale si trova ad un’altitudine superiore a 600 metri sul livello del mare, e almeno il 25% del territorio presenta una pendenza superiore al 20%; in alternativa: altitudine media pari o superiore a 350 metri sul livello del mare e almeno il 5% del territorio con pendenza superiore al 20%; un’altitudine massima pari o superiore a 1.200 metri. Un dibattito che ben presto si è trasformato in uno scontro tra Alpi e Appennini, e in particolar modo tra le proposte contrapposte avanzate da un lato dalla Valle d’Aosta e dall’altro dalla Calabria. Durante l’ultimo incontro questi criteri sono stati ritoccati, portando l’elenco dei Comuni a 3.715, di cui ben 217 siciliani. Un bilancio più che positivo per la Sicilia che ha visto praticamente raddoppiare i propri Comuni, con zone favorite, ma tante altre penalizzate. E’ l’esempio della provincia Trapanese, che conta solo Vita, per altro new entry.
I dubbi, però, restano in tema di ripartizione dei fondi. Avere maggiori Comuni non per forza equivale, infatti, a maggiori fondi. E soprattutto su cosa succederà adesso ai Comuni da sempre considerati montani e che da oggi non avranno più accesso ai fondi, considerando le fragilità e le criticità quotidiane da fronteggiare. Insomma, il dibattito già iniziato si intensificherà con il passare delle settimane e bisognerà necessariamente fare chiarezza su tanti punti.
Le agevolazioni previste dalla norma nazionale
Perché la norma era così attesa? E’ comprensibile già dai primi articoli, relativi ai servizi pubblici in sofferenza nella aree più distaccate dai grandi centri urbani, come la sanità e l’istruzione. Delle agevolazioni sono, infatti, previste per insegnati, scuola per l’infanzia, primaria e secondaria di primo e di secondo grado, e tutti coloro che esercitano professioni sanitarie e gli operatori socio-sanitari presso strutture sanitarie e socio-sanitarie, pubbliche o private accreditate. Le due categoria, tra i principali privilegi che acquisiranno, potranno avvalersi di punteggi aggiuntivi nelle graduatorie e nei concorsi e un contributo sotto forma di credito d’imposta.
Una quota del fondo potrà essere destinata anche alla promozione dei servizi educativi per l’infanzia e agli interventi per i tribunali siti in aree montane. Poi ancora, disposizioni in sostegno all’Università e alla ricerca, dall’intelligenza artificiale alle startup, nei settori strategici per lo sviluppo delle aree montane e per la valorizzazione della specificità dei relativi territori e agli studenti iscritti ai corsi di studio erogati, per i quali saranno previste forme di insegnamento alternative, anche attraverso le piattaforme digitali per la didattica a distanza, e l’erogazione di borse di studio.
Focus anche sulla continuità dei servizi di telefonia mobile e delle connessioni digitali e la copertura dell’accesso alla rete internet in banda ultralarga, con l’obiettivo di contrastare il divario digitale e culturale.
Non solo servizi pubblici. Crisi climatica, salvaguardia dell’ecosistema montano, sostenibilità e tutela della biodiversità: la valorizzazione del territorio diventa elemento imprescindibile per il rilancio di queste aree. Scorrendo tra i punti in elenco, si passa dalla valorizzazione dei pascoli e dei boschi ai parchi e alle aree protette, dall’attività venatoria al monitoraggio dei ghiacciai e bacini idrici, dall’attenzione per l’agricoltura e gli operatori del comparto al turismo, tra rifugi e attività escursionistica.
Quest’ultimo punto diviene così cruciale anche in termini di sviluppo economico, con l’obiettivo di incentivare l’occupazione e il ripopolamento dei Comuni montani, per il quale sono previsti incentivi diretti per la natalità. Si parte così dal riconoscimento delle professioni della montagna, come presidi per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale di queste zone. Agevolazioni sono previste anche e soprattutto per i giovani, come misure fiscali a favore delle imprese, per il lavoro agile e l’acquisto e la ristrutturazione di abitazioni.




