La generazione Z entra nell’età adulta in un tempo che sembra aver perso ogni gradualità. Non eredita un mondo in crisi improvvisa, ma un sistema che ha accumulato fratture sociali ed economiche per decenni: un mercato del lavoro fragile, istituzioni indebolite, una promessa di mobilità sociale progressivamente svuotata.

Una domanda scomoda ma necessaria
Questo articolo parte da una domanda scomoda ma necessaria — dove abbiamo sbagliato? — e la attraversa seguendo un percorso che intreccia storia recente, economia, politica, tecnologia e trasformazioni culturali.
In questo articolo proviamo a ricostruisce le responsabilità intergenerazionali, mostrando come molte delle difficoltà attuali non siano il frutto di scelte dei più giovani, ma l’esito di modelli costruiti dalle generazioni precedenti e mai realmente corretti. Dalla precarizzazione del lavoro alla distanza tra scuola e occupazione, dal ruolo ambiguo della famiglia alla rivoluzione digitale che accelera tutto senza offrire stabilità, emerge il profilo di una generazione cresciuta senza rete.
Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si muove. In diversi contesti geopolitici — dall’Europa ad altre aree del mondo — la generazione Z ha iniziato a esporsi, protestare, organizzarsi, diventando protagonista di mobilitazioni che rompono i linguaggi tradizionali della politica.
Non è ancora chiaro se questo protagonismo sia il segno di una strategia matura o di una disperazione collettiva, ma è evidente che non si tratta più di una generazione silenziosa.
ilSicilia.it ha più volte trattato la questione sotto vari punti di vista.
Dal fenomeno sommerso, spesso confuso con altre forme di disagio adolescenziale, ma che in Italia riguarda ormai decine di migliaia di giovani. È il ritiro sociale volontario, noto con il termine giapponese hikikomori, una condizione che spinge ragazzi e ragazze a isolarsi progressivamente dal mondo esterno, rinunciando alle relazioni sociali, alle attività extrascolastiche e, nei casi più gravi, anche alla scuola.
Passando per i dati dell’emigrazione dalla Sicilia e dall’Italia. Un “capitale umano” in fuga: stiamo perdendo una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata.
Il Mezzogiorno nel suo complesso ha contribuito per il 35% all’emigrazione giovanile (18-34enni) che tra il 2011 e il 2024 ha visto 630mila giovani lasciare il Paese, i dati sull’Isola sono particolarmente allarmanti per il loro impatto economico e sociale. E come potete immaginare dall’età una fetta rilevante di questa fuga ricade proprio nella generazione Z.
Questo articolo guarda infine al futuro: ai possibili scenari globali, europei e italiani — con un’attenzione particolare al Mezzogiorno e alla Sicilia — e alle politiche necessarie per evitare che questa generazione resti intrappolata in un presente senza orizzonte.
Un’analisi critica che prova a tenere insieme responsabilità, possibilità e urgenze.
La mia voce: nel mezzo della frattura sociale
Sono nato negli fine degli anni Settanta e ho attraversato, nella mia vita professionale e personale, il lento sgretolarsi del patto implicito che un tempo legava scuola, lavoro e stabilità. Ho visto aziende chiudere, contratti diventare contratti a termine, promesse di crescita e progresso svanire.
A quarantasette anni, lavoro ancora senza certezze solide, incastrato tra condizioni lavorative instabili e un mercato che sembra preferire sempre nuove entrate giovani a chi, come me, ha competenze ma non rientra nei “target” previsti dai meccanismi d’ingresso.
Questa posizione “nel mezzo” mi ha permesso di osservare da vicino non solo le difficoltà della generazione Z, ma anche come quelle difficoltà siano l’effetto di decenni di scelte politiche, economiche e sociali che hanno trasformato il lavoro e il modo di vivere il presente.
Dove si spezza il patto: gli anni ’90 come origine del problema?
La frattura che oggi attribuiamo alla generazione Z non è il risultato di un cambiamento improvviso, né un effetto collaterale dei social network o dell’accelerazione tecnologica. Le sue radici sono più profonde e si trovano negli anni Novanta, il decennio in cui l’Occidente ristruttura la propria economia, ridefinisce il concetto di lavoro e modifica in modo radicale il rapporto tra cittadini, istituzioni e futuro.
È lì che comincia a crollare il patto che aveva retto il dopoguerra: studia, impegnati, e avrai una stabilità. Quel patto, a partire dal 1990, smette di funzionare.
La trasformazione più evidente è quella del mercato del lavoro. In Italia, un punto di svolta arriva nel 1997 con il Pacchetto Treu, la prima riforma che introduce in maniera sistemica il lavoro interinale e forme di flessibilità contrattuale un tempo marginali.
Quella norma inaugura una stagione che proseguirà poi con la Legge Biagi del 2003, ma il cambiamento culturale è già tutto negli anni ’90: si apre la porta all’idea che il lavoro possa essere temporaneo, modulabile, “adattabile” alle esigenze del mercato. Per le generazioni che a quel tempo hanno vent’anni — la generazione che oggi ne ha quaranta o cinquanta — questo significa essere le prime a entrare in un mondo senza più garanzie consolidate.
Nello stesso periodo, un altro processo ridisegna il panorama: le delocalizzazioni industriali. Tra il 1990 e il 2000, molte grandi aziende italiane e europee cominciano a spostare produzioni e reparti in Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Casi simbolici come la chiusura degli stabilimenti della Fiat di Bagnoli o la graduale riduzione della produzione a Mirafiori mostrano come il modello fordista sia destinato a finire. La delocalizzazione non è solo una scelta industriale: diventa una narrativa politico-economica.
Ai giovani non viene più detto “entra e resterai qui fino alla pensione”, ma “dovrai essere competitivo, mobile, flessibile”.
Tra il 1995 e il 2005, i laureati italiani crescono di quasi il 60%, ma le opportunità lavorative qualificate non aumentano in misura analoga. Nasce così la figura del sovraistruito, il giovane che studia più dei genitori ma trova un lavoro meno stabile e meno retribuito.
Un esempio emblematico: alla fine degli anni ’90, i laureati in economia o giurisprudenza entravano negli studi professionali con praticantati spesso non retribuiti o retribuiti in forma simbolica; nelle redazioni giornalistiche aumentavano gli stagisti, e nelle aziende del terziario comparivano contratti di collaborazione coordinata e continuativa, con tutele minime. Non era un’eccezione: era la nuova normalità. Quella che oggi chiamiamo “precarietà generazionale” nasce lì, non negli anni 2010.
Il risultato è un messaggio contraddittorio: studia e avrai tutto, ma intanto il sistema smette di garantire ciò che promette.
Nel frattempo, sullo scenario globale accade altro.
Nel 1989 cade il Muro di Berlino e in rapida successione nel ’91 cade l’Unione Sovietica, si chiude l’epoca dei due blocchi e comincia la globalizzazione spinta.
Il NAFTA, firmato nel 1994, e la nascita del WTO nel 1995, consolidano un modello economico basato sull’abbattimento delle barriere e sulla concorrenza internazionale. Questo ha conseguenze dirette sui lavoratori occidentali: il lavoro stabile perde valore, la produzione si sposta altrove, i salari rimangono fermi.
Sul piano culturale, la fine degli anni Novanta è dominata da una narrazione nuova: l’individuo deve essere imprenditore di sé stesso. È l’epoca dei manuali di auto-miglioramento, delle prime retoriche motivazionali aziendali, della promessa che “se vuoi, puoi”.

Ma questa promessa si scontra con un dato oggettivo: non tutti partono allo stesso livello e non tutti possono “potercela fare” senza che il sistema glielo permetta.
L’esplosione di Internet, sebbene ancora agli inizi, aggiunge un ulteriore elemento: accelera i ritmi, mette le generazioni in contatto con una quantità crescente di informazioni e riduce l’intervallo tra aspettative e delusioni.
I giovani degli anni ’90 sono i primi a crescere con il doppio schermo: da un lato i genitori che raccontano un mondo solido, dall’altro la realtà che già si sgretola.
È in questo clima che nasce l’idea della generazione Z come “generazione del disincanto”. Non perché loro siano freddi o distaccati, ma perché sono figli di un sistema che, prima ancora che loro nascessero, aveva già cominciato a incrinarsi.
La perdita di fiducia nelle istituzioni, la crisi dei partiti tradizionali, la trasformazione del lavoro, la globalizzazione, la precarizzazione come normalità: tutto questo non è il loro fallimento. È un fallimento che arriva da lontano.
E così il patto sociale si spezza lentamente: la generazione dei quaranta-cinquantenni diventa la prima a non poter mantenere la promessa fatta ai figli. E la generazione Z diventa la prima a non credere più a quella promessa.
Il mercato del lavoro consegnato alla generazione Z
Oggi i numeri confermano che il mercato del lavoro italiano non ha risolto le sue contraddizioni, anzi le ha in parte accentuate. Mentre i dati complessivi sull’occupazione mostrano un lieve aumento nel 2025 con un tasso occupazionale che raggiunge livelli record, la situazione per i giovani resta complicata: ad aprile 2025 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è risultato pari al 19,2% e l’Italia si colloca tra i Paesi Ue con il maggior numero di persone under-30 né occupate né inserite in scuola o formazione (NEET) — oltre 1,4 milioni di giovani.
Questa è la realtà cui la generazione Z deve confrontarsi: un mercato che offre opportunità ma le distribuisce in modo squilibrato, con giovani spesso costretti ad accettare contratti part-time mal retribuiti o ingressi in lavori poco coerenti con il proprio percorso formativo, mentre settori dinamici chiedono competenze che la scuola faticosamente continua a inseguire.
Il panorama lavorativo in cui si muove oggi la generazione Z non è frutto del caso: non si tratta soltanto della flessibilità citata mille volte nel dibattito pubblico. Il vero nodo è un’altra cosa: la trasformazione delle regole del gioco, che ha reso il lavoro un territorio in continuo movimento, impossibile da conquistare con una sola competenza, un solo percorso, una sola direzione.
Un esempio evidente arriva dalla diffusione dei contratti “a chiamata”, introdotti in forma più ampia negli anni Duemila ma diventati prassi comune negli anni 2010. Nella ristorazione, nel commercio al dettaglio, nell’intrattenimento, moltissimi giovani non ricevono un calendario settimanale: vengono avvisati poche ore prima, o la sera per la mattina dopo. È una formula che rende impossibile pianificare qualsiasi cosa — dallo studio alla salute — e che, nel tempo, ha generato una cultura del lavoro costruita sull’imprevedibilità.
Un altro scenario emblematico è quello dei tirocini extracurriculari, cresciuti esponenzialmente dopo il 2008. In alcune regioni italiane — come il Lazio o la Lombardia — si raggiungono picchi significativi tra il 2013 e il 2019: intere generazioni di neodiplomati e neolaureati passano mesi o anni in posizioni non retribuite o quasi, svolgendo mansioni molto simili a quelle dei lavoratori regolari, ma senza diritti equivalenti.
In molti casi, il tirocinio non termina con un’assunzione: il giovane viene sostituito da un nuovo stagista, replicando un circolo vizioso che svuota di senso l’ingresso nel mondo professionale.
Nelle imprese piccole e medie, la difficoltà non è solo economica. C’è un aspetto culturale che spesso viene trascurato: l’incapacità, o la mancanza di volontà, di investire sulla crescita delle persone. Mentre negli anni Ottanta un giovane entrava in un’azienda con l’idea di apprendere un mestiere, oggi molte realtà non hanno il tempo — o la struttura — per formare davvero.
Caratteristica peculiare delle nuove generazioni è il nomadismo forzato: cambiare settore, cambiare città, cambiare ruolo, nel tentativo di trovare un punto stabile che però si sposta continuamente.
La precarizzazione non riguarda solo i più giovani, ma per chi ha vent’anni diventa l’unica porta d’ingresso possibile. A questo si somma l’effetto dei social network, che hanno alterato il modello di business dei media rendendo indispensabile produrre contenuti veloci, frequenti, a basso costo.
Un altro terreno che ha cambiato profondamente volto è quello delle professioni creative. Con l’avvento dei grandi marketplace digitali, molti giovani grafici, fotografi, videomaker si trovano a competere con piattaforme che propongono servizi standardizzati a prezzi irrisori. In questo contesto, il valore della qualità perde terreno a favore della velocità e della quantità.
Si moltiplicano le richieste di lavori “per visibilità”, una pratica diventata quasi un simbolo delle difficoltà del presente. La generazione Z entra dunque in un ambiente in cui il concetto di “carriera” si è frantumato. Non esiste più una linea retta; esiste una sequenza di salti, deviazioni, ripartenze.
Le decisioni macroeconomiche degli ultimi decenni hanno contribuito a costruire un sistema in cui il peso del rischio è quasi interamente sulle spalle dei più giovani.
Alcuni eventi internazionali hanno aggravato tutto: la crisi finanziaria del 2008, che ha provocato una contrazione dell’occupazione giovanile in tutta Europa; l’introduzione di politiche di austerità in molti Paesi UE; la pandemia del 2020, che ha colpito soprattutto i settori a bassa protezione contrattuale.

Nel 2020, ad esempio, l’Italia registra un crollo drastico dell’occupazione under 35 nei settori del turismo, dello spettacolo e della ristorazione — tutti ambiti dove i contratti brevi sono la norma. Molti lavoratori giovani si ritrovano improvvisamente senza reddito e senza tutele, evidenziando una vulnerabilità sistemica che fino ad allora era stata ignorata.
A questa instabilità strutturale si aggiunge una percezione diffusa tra i giovani: il lavoro non basta più. Negli anni Novanta, un salario medio poteva garantire una vita dignitosa, un affitto, a volte persino un mutuo. Oggi, in molte città italiane, gli stipendi d’ingresso non consentono di sostenere i costi abitativi.
Milano e Bologna ne sono gli esempi più evidenti: nel decennio 2010-2020, i prezzi degli affitti sono saliti mentre i salari d’ingresso sono rimasti fermi. Questa dinamica crea una barriera invisibile che spinge molti giovani a rimandare qualsiasi progetto di autonomia.
Le conseguenze non sono solo economiche. Sono psicologiche, sociali, identitarie. La generazione Z si trova a vivere una tensione costante tra l’aspirazione a un percorso coerente e la realtà di un terreno che si sposta sotto i piedi. Per anni è stata raccontata come una generazione “poco motivata”; in realtà è una generazione che si muove all’interno di una cornice costruita per non reggere.
Il fallimento, quindi, non è individuale. È collettivo: è il risultato di un sistema che ha scaricato sulle nuove leve il peso di decenni di riforme, sperimentazioni e errori.
Oggi, chi ha vent’anni entra in un’arena in cui le regole non sono più nemmeno scritte. E ciò che trova non è un percorso: è un labirinto
La famiglia come specchio di una promessa mancata
La famiglia italiana, da sempre rifugio e punto di riferimento, oggi si trova a gestire una realtà che non somiglia più a quella che conosceva. Per molti genitori nati tra gli anni ’60 e ’80, la vita era una sequenza relativamente prevedibile: studio, lavoro, casa, progetti di vita chiari. Queste aspettative, trasmesse ai figli, sono rimaste forti, ma lo scenario in cui la Generazione Z entra è radicalmente diverso. L’incertezza lavorativa, la precarietà salariale e l’instabilità dei contratti rendono quasi impossibile realizzare i percorsi pianificati dai genitori.
Questo divario tra aspettative e realtà crea un doppio peso: i ragazzi percepiscono una pressione culturale e affettiva, e le famiglie spesso devono sostenere economicamente i figli più a lungo di quanto previsto, alimentando ansia e frustrazione.
Secondo i dati ISTAT 2025, il 52% dei giovani tra i 25 e i 34 anni vive ancora con i genitori, un dato che in alcune regioni meridionali supera il 60%.
Questo non significa solo mancanza di indipendenza economica, ma anche ritardi nel consolidamento di percorsi di autonomia emotiva e professionale. Alcune famiglie, tuttavia, reagiscono trasformando la propria funzione: diventano spazi di incubazione per progetti imprenditoriali o sociali dei figli, finanziando startup, corsi di formazione, esperienze internazionali.
In città come Palermo e Napoli, ad esempio, si osserva un aumento dei giovani che si orientano verso percorsi fuori dal territorio di origine, spinti dalla mancanza di opportunità locali, mentre in Lombardia o Veneto le famiglie più benestanti investono sulla mobilità educativa e lavorativa dei figli.
Alcuni giovani cercano quindi vie alternative, come progetti di co-housing, associazionismo, o forme di lavoro freelance, che riducono la dipendenza familiare ma aumentano l’instabilità. Media e social network spesso enfatizzano successi precoci e carriere brillanti, aumentando il senso di inadeguatezza per chi non può accedere a tali opportunità. Questo contribuisce a una pressione psicologica significativa, confermata da studi sul benessere giovanile italiani nel 2024‑2025: circa il 38% dei giovani riferisce sintomi di ansia legati a lavoro e futuro.
In definitiva, la famiglia continua a essere centrale per la Gen Z, ma è al tempo stesso specchio delle contraddizioni del nostro sistema.
La rivoluzione digitale: il ritmo impossibile della vita contemporanea
La Generazione Z non ha conosciuto un mondo senza connessione. Per loro, smartphone, piattaforme social e strumenti digitali non sono innovazioni da imparare: sono l’ossatura stessa della quotidianità. Questo vantaggio, tuttavia, porta con sé una complessità senza precedenti.
Gli effetti sul lavoro e sulla formazione sono tangibili. Secondo l’Osservatorio Giovani 2025, oltre il 68% dei ragazzi tra i 18 e i 25 anni utilizza piattaforme digitali per integrare l’apprendimento, partecipare a corsi online o cercare opportunità professionali.
Le esperienze formative non sono più lineari: studenti e neolaureati partecipano a workshop online in Europa, stage virtuali negli Stati Uniti, corsi di coding a distanza, e allo stesso tempo si confrontano con la crescente richiesta di competenze digitali nei settori tradizionali. La velocità con cui questi strumenti cambiano e si evolvono genera un senso di costante pressione: chi non si aggiorna rischia di restare escluso.
L’effetto psicologico di questo ritmo è evidente. L’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità sulle giovani generazioni (2025) indica che circa il 42% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni manifesta sintomi riconducibili a stress digitale: ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione. Non è solo un problema di sovraccarico informativo: i social network creano un ambiente competitivo, dove l’immagine digitale diventa quasi un’unità di misura del valore personale.

Instagram, TikTok, Discord e altre piattaforme condensano relazioni sociali, carriera e opportunità in un flusso continuo di stimoli, feedback e paragoni.
Questa condizione ha però un lato positivo: la Generazione Z è anche tra le più attive e creative nel costruire comunità digitali, strumenti di autoformazione e reti di supporto tra pari.
Dal coding collaborativo ai progetti di volontariato online, passando per le campagne di attivismo sociale via social, emerge un protagonismo inedito, capace di compensare l’assenza di tutele tradizionali.
Le rivoluzioni sociali del 2023 e 2024 in paesi come Marocco, Nepal o il Madagascar hanno dimostrato come giovani digitalmente connessi possano organizzarsi rapidamente, mobilitare comunità e incidere sulle decisioni politiche locali, senza mediazioni istituzionali.
Ma il rischio è chiaro: la connessione costante rischia di generare un senso di iperstimolazione, di accelerazione permanente, che rende difficile consolidare competenze profonde o costruire relazioni stabili e durature.

In questo scenario, il digitale non è solo uno strumento: è un fattore che definisce la vita intera della generazione, un catalizzatore di opportunità e al contempo di fragilità.
Il collasso del sistema costituito
Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che le reti tradizionali di protezione e mediazione sociale — scuole, welfare, tutele lavorative, istituzioni locali — non riescono più a reggere il peso della contemporaneità.
Per la Generazione Z, crescere significa confrontarsi con un contesto dove le strutture che un tempo garantivano stabilità e continuità sono fragili o frammentarie. Il collasso del sistema costituito non è un’idea astratta: è percepibile nella vita quotidiana, nel mercato del lavoro, nella scuola, nei servizi pubblici, nella distanza tra le istituzioni e i cittadini più giovani.

Il mercato del lavoro è emblematico. Secondo l’OCSE, circa il 44% dei giovani under 30 italiani ha avuto almeno un’esperienza lavorativa non stabile nell’ultimo anno. Le garanzie legate a contratti fissi, previdenza e tutele sociali sono progressivamente ridotte, lasciando chi entra nel mercato del lavoro senza punti di riferimento chiari. Il risultato è una generazione che deve gestire in autonomia rischi e opportunità, spesso senza strumenti adeguati.
Anche la scuola, tradizionale mediatore tra formazione e lavoro, mostra evidenti segni di cedimento. Sebbene il numero di laureati sia aumentato, la qualità della transizione scuola-lavoro resta problematica.
Molti giovani, specialmente al Sud e in Sicilia, affrontano disallineamento tra competenze acquisite e richieste del mercato. In parallelo, la digitalizzazione scolastica ha introdotto nuove metodologie, ma non sempre supporta l’inserimento concreto nel lavoro, generando frustrazione e senso di inefficacia.
Il welfare, altro pilastro tradizionale, non riesce a compensare queste discontinuità. Gli ammortizzatori sociali sono spesso temporanei e con requisiti complessi; molti giovani, soprattutto nella fascia 18‑29 anni, non riescono a beneficiarne. Il risultato è che la protezione sociale, un tempo garanzia di stabilità, diventa sempre più un elemento frammentario.
La fragilità del sistema costituito emerge anche nei dati relativi alla partecipazione civica: secondo il Censis 2025, il 38% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di non avere fiducia nelle istituzioni politiche, mentre oltre il 50% percepisce le decisioni pubbliche come distanti dai bisogni reali della loro vita.
Non sorprende che, in questo contesto, i giovani cerchino nuove forme di organizzazione. Le reti digitali, i collettivi cittadini e l’attivismo sociale diventano strumenti di mediazione tra bisogni e possibilità. In Italia e nel mondo, le manifestazioni, le petizioni online, i progetti di innovazione sociale e le campagne di advocacy mostrano che, di fronte a un sistema costituito fragile, la Generazione Z non resta passiva.
Tuttavia, questo protagonismo si scontra ancora con strutture istituzionali lente e poco flessibili, incapaci di trasformare le iniziative spontanee in politiche stabili e durature.

Il rapido collasso del sistema costituito crea un vuoto di protezione e orientamento, ma contemporaneamente genera spazio per iniziativa, creatività e attivismo.
La Generazione Z cresce in questo interregno: con un welfare frammentato, con ammortizzatori sociali meno efficaci rispetto al passato e con un mercato del lavoro che spesso premia la novità ma non tutela la continuità. La percezione di abbandono istituzionale alimenta frustrazione e disillusione.
In questo quadro, la fiducia nelle istituzioni resta bassa e molti giovani trovano più stabile l’idea di muoversi fuori dal loro contesto regionale o nazionale in cerca di opportunità reali.
La generazione Z che si muove: attivismo globale e protagonismo
Negli ultimi anni, una caratteristica distintiva della Generazione Z è emersa con chiarezza: la volontà di non restare in posizione passiva. Dove la precedente generazione tendeva a cercare stabilità e percorsi prestabiliti, la Z sembra muoversi con una fluidità che sfida strutture tradizionali, gerarchie consolidate e modalità di partecipazione convenzionali.
Non è un fenomeno uniforme, né sempre coerente, ma è ormai evidente che i giovani under 30 stiano assumendo un ruolo di protagonisti nelle dinamiche sociali e politiche a livello globale.
Prendiamo l’esempio delle mobilitazioni per il clima: tra il 2023 e il 2025, migliaia di giovani in Italia, Europa e Nord America hanno partecipato a scioperi, cortei e campagne digitali per chiedere interventi concreti contro il cambiamento climatico.

Secondo l’ultimo rapporto di Fridays for Future Europe (2025), più del 60% dei partecipanti agli eventi principali aveva meno di 25 anni, dimostrando un coinvolgimento diretto della Generazione Z nelle questioni ambientali e nella pressione sulle istituzioni. Questo protagonismo non si limita ai confini nazionali: i movimenti digitali permettono coordinamento transnazionale, con campagne e petizioni online che coinvolgono centinaia di migliaia di persone simultaneamente.
Non si tratta però solo di questioni ambientali. In Africa, in paesi come Kenya e Marocco, giovani digitalmente connessi hanno promosso proteste per maggiore trasparenza governativa e diritti civili, spesso usando piattaforme social come principale strumento organizzativo. In Nepal, in Perù e in Madagascar, la Generazione Z ha guidato manifestazioni per il diritto all’istruzione e alla partecipazione politica.
Queste esperienze mostrano una capacità di mobilitazione sorprendente, spontanea e allo stesso tempo coordinata, che non sempre trova mediazioni istituzionali: la Z crea le proprie forme di rappresentanza e pressione.
La situazione italiana riflette dinamiche simili su scala più locale. Progetti come le assemblee studentesche digitali, i forum civici e le iniziative di co-housing giovanile mostrano che i ragazzi cercano di incidere direttamente sul contesto in cui vivono.
Non sempre queste iniziative hanno esiti immediati, ma costruiscono una cultura della partecipazione attiva, abituando la Generazione Z a sperimentare strategie di cambiamento senza attendere risposte dal sistema tradizionale.
Questo movimento, però, è accompagnato da una serie di domande aperte: Si muove la Z per disperazione o per strategia? Le iniziative spontanee diventeranno strutturate e durature, o resteranno episodi frammentati di attivismo digitale?
La capacità di trasformare energia in risultati concreti dipenderà da quanto le istituzioni sapranno dialogare con i giovani, offrendo strumenti, risorse e percorsi di crescita coerenti. La loro mobilitazione, se saprà trovare canali stabili e sostenuti, potrebbe diventare il primo vero fattore di innovazione sociale e politica di questa nuova era.
Questo protagonismo non sempre ha obiettivi chiari, né leadership riconoscibili, ma testimonia una volontà di cambiamento che rompe con l’attesa di un futuro imposto dall’alto.
Quale futuro per la “Gen Z” nel mondo e in Italia?
Guardando al futuro, esistono molteplici scenari. La Z potrebbe consolidarsi come forza innovatrice nelle economie digitali e green, oppure rischiare di restare intrappolata in un circolo di instabilità permanente. In Europa la mobilità transnazionale, i programmi di educazione continua e i network digitali possono favorire forme nuove di cittadinanza e lavoro. In Italia — specialmente al Sud e in Sicilia — la concreta possibilità emerge se si investe su economia sostenibile, turismo culturale, green economy e riqualificazione territoriale, creando percorsi che uniscano competenze giovanili con piani di sviluppo locale.
Una trasformazione duratura richiede politiche integrate: percorsi di studio e lavoro più coerenti, contratti stabili con tutele reali, incentivi alle imprese che investono sui giovani, e soprattutto una politica territoriale che non lasci indietro il Sud e la Sicilia.
Rafforzare il dialogo tra istituzioni, scuole, comunità locali, terzo settore e sindacati è vitale affinché le energie giovanili diventino un investimento collettivo per il futuro.





