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Divieto di esercitare per l’avvocato Riccobene: fungeva da intermediario per mafiosi in carcere

venerdì 16 Dicembre 2016

Ci sono avvocati, un banchiere e un notaio. Tutti avrebbero in qualche maniera aiutato i boss nei loro affari.  Riciclaggio e trasferimento fraudolento di beni avrebbero favorito i costruttori mafiosi palermitani Vincenzo e Francesco Graziano, padre e figlio, cui i finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria hanno sequestrato beni per circa 2 milioni di euro su ordine del gip Fabrizio La Cascia, dopo le indagini della Dda palermitana.

Riccobene, accusato di favoreggiamento, nel 2015, avrebbe fatto da mediatore tra i Graziano e l’avvocato Marcello Marcatajo, deceduto, e già indagato in un altro troncone dell’inchiesta sempre per i suoi rapporti con i boss di Resuttana.  La vicenda è legata alla costruzione e vendita di una villa a Mondello. I proventi dovevano essere spartiti tra i Graziano e l’avvocato  Marcatajo.  Sarebbe stato Riccobene a occuparsi della divisione del denaro, andando oltre, dicono i pm, i suoi doveri di difensore dei Graziano. Riccobene, accusato di “avere consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa, svolgendo in particolare la funzione di intermediario tra i vari sodali – anche quando erano in carcere – in merito alle somme di denaro da destinare al sostentamento della famiglia mafiosa”, ha il divieto di esercitare la professione.

Poi c’è un banchiere. Il direttore di un’agenzia della Banca di Roma, Massimo Sarzana, che avrebbe consentito alla famiglia Graziano, senza che ne ricorressero i presupposti, nel 2007 di accedere al credito per un importo di 2,85 milioni di euro. La documentazione, secondo le indagini, sarebbe stata palesemente artefatta, e la decisione sarebbe stata presa in maniera autonoma e senza controlli. In questa maniera, l’indagato avrebbe contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra concedendo 14 mutui. In un caso, il mutuo sarebbe stato concesso a un soggetto inesistente, negli altri a fronte di redditi bassi o nulli. “L’analisi della documentazione contrattuale e bancaria – dicono gli inquirenti – ha consentito di riscontrare che, da luglio 2007 a marzo 2008, il bancario ha deliberato l’erogazione di 14 finanziamenti, per la maggior parte dell’importo di 250.000 euro ciascuno, consentendo alla famiglia mafiosa dei Graziano di accedere al credito per 3.310.000 euro, sulla base di falsa documentazione fiscale attestante la percezione di redditi inesistenti, per simulare il regolare acquisto di unità immobiliari che in realtà erano già nella disponibilità della famiglia”.

Mentre il banchiere erogava mutui, un notaio avrebbe consentito il passaggio di una proprietà a una persona inesistente. Eppure, dicono i finanzieri, gli sarebbe bastato una facile verifica per capire come stavano realmente le cose. Secondo la Guardia di Finanza, i Graziano “avrebbero immesso nel circuito legale una serie di immobili – acquistati nel tempo con i proventi illeciti dall’associazione mafiosa – attraverso la ripetuta cessione dei beni attraverso fittizie compravendite tra parenti e prestanome, che si procuravano i soldi per mezzo di mutui concessi da un compiacente direttore di banca”. Il Gip ha disposto il divieto di dimora nella provincia di Palermo per Vincenzo e Francesco Graziano, l’obbligo di dimora per Gaetano Giampino, pedina dei costruttori accusato di riciclaggio con l’aggravante di aver commesso i fatti al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

 

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