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la sentenza

Messina, maxiprocesso alla mafia dei Nebrodi: 6 secoli di carcere ai boss

martedì 1 Novembre 2022
Antoci
Si è concluso con condanne durissime il processo alla mafia dei pascoli celebrato davanti al tribunale di Patti (Me). Sette giorni di camera di consiglio, 101 imputati, 4 pm della Dda di Messina: l’aggiunto Vito Di Giorgio, i magistrati Fabrizio Monaco, Antonio Carchietti e Alessandro Lo Gerfo. Il processo nasce dall’operazione denominata “Nebrodi” che, oltre a ricostruire l’organigramma dei clan messinesi, ha scoperto una truffa milionaria, commessa dalle cosche, ai danni dell’Ue.

Novantuno condannati e 10 assolti. Un maxi processo che ha portato a condanne per circa sei secoli di carcere e al sequestro di beni per circa 4 milioni di euro. Il presidente del collegio ha impiegato 35 minuti per leggere il dispositivo.

Tra le pene più alte quelle inflitte ai boss della cosca dei Batanesi Aurelio Salvatore Faranda, condannato a 30 anni, e Sebastiano Conti Mica, a 23.
Gli imputati sono stati condannati anche a pesanti risarcimenti in favore delle parti civili.

“E’ un momento importante. Abbiamo fatto quello che andava fatto, abbiamo superato il silenzio e abbiamo fatto capire che i fondi europei dovevano andare solo alle persone per bene e non ai capimafia”. Lo ha detto Giuseppe Antoci dubito dopo la lettura della sentenza che ha concluso il cosiddetto Maxiprocesso alla mafia dei Nebrodi.Giuseppe Antoci
Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi, ha denunciato gli interessi dei clan messinesi sui fondi europei. “La lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione ma va fatta ogni giorno”, ha aggiunto.

Gli imputati erano accusati a vario titolo di associazione mafiosa, truffa all’Ue, falso, estorsione, trasferimento fraudolento di valori. A istruire l’atto d’accusa alle “famiglie” mafiose dei Nebrodi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo è stata la Dda di Messina che in 20 mesi ha ricostruito davanti al tribunale di Patti gli organigrammi dei clan svelando complicità di prestanomi e insospettabili professionisti.

La “mafia dei pascoli” non c’è più, hanno sostenuto i pm. Al suo posto c’è una organizzazione imprenditoriale al passo coi tempi e capace di sfruttare le potenzialità offerte dall’Unione Europea all’agricoltura.
Prevalentemente su base familiare, in rapporti con Cosa nostra palermitana e catanese, la mafia dei Nebrodi ha continuato a usare vecchi metodi come la minaccia e la violenza, ma i taglieggiamenti spesso erano finalizzati all’accaparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari.

Sotto processo oggi c’erano i  capi dei clan dei Batanesi e dei Bontempo Scavo. A fiutare l’affare milionario sono stati loro che, anche grazie all’aiuto di un notaio e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (CCA) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei, hanno incassato fiumi di denaro sbancando le casse dell’Agea.

Parti civili nel processo l’assessorato regionale Territorio ambiente, le associazioni Addiopizzo e SOS imprese, il Parco dei Nebrodi, il centro studio Pio Lo Torre, l’Agea, il Comune di Tortorici.
Le indagini iniziate su input inizialmente anche dall’ex procuratore capo di Messina Maurizio De Lucia ora procuratore a Palermo. In aula anche molti degli avvocati dei 101 imputati che invece erano collegati in videoconferenza. In aula anche Giuseppe Antoci presidente della Fondazione Caponnetto ed ex presidente del Parco dei Nebrodi che ha denunciato il rischio che le mani dei clan arrivassero ai fondi europei.

“Le truffe sono state riconosciute per buona parte. Resta il fatto che su quella parte di territorio della provincia di Messina hanno costituito la principale fonte di arricchimento sia del gruppo mafioso dei Batanesi sia del gruppo dei Bontempo Scavo, ma teniamo conto che è solo la sentenza di primo grado”. Così il pm di Messina Vito Di Giorgio.

 

 

 

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