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Intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni

Piano prevenzione 2026-2031, Scalzo: “In Sicilia criticità da trasformare in obiettivi, guidati dai dati”

venerdì 22 Maggio 2026

È arrivato ieri l’ok al nuovo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031. Un passaggio atteso, e non solo tecnico.

Il Piano prova a spostare il baricentro della sanità italiana dalla cura della malattia alla capacità di intercettare i rischi prima che diventino emergenza clinica, sociale ed economica. L’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni il 21 maggio 2026 apre infatti una fase che punta a rafforzare vaccinazioni, screening oncologici, prevenzione delle cronicità, salute mentale, sicurezza ambientale e monitoraggio epidemiologico, attraverso una programmazione più uniforme sul territorio nazionale e un sistema di verifica più stringente rispetto al passato.

Rispetto ai precedenti Piani, il PNP 2026-2031 rafforza le risorse dedicate alla prevenzione. Saranno messi a disposizione 200 milioni di euro annui per le Regioni e ulteriori 50 milioni per il 2026, a sostegno delle attività preventive territoriali e degli adempimenti previsti dall’Intesa. Il nuovo impianto introduce 14 Programmi Predefiniti. Non ci saranno più Programmi Liberi, ma obiettivi e indicatori fissati a livello centrale, così da garantire interventi più omogenei in tutte le Regioni e una valutazione collegata anche alla verifica dei LEA.

Il passaggio ai Programmi Predefiniti serve anche a rafforzare l’equità, indicata dal Ministero come filo conduttore del documento, superando le disuguaglianze sociali e geografiche nell’accesso ai servizi. Tra le nuove aree rientrano anche la promozione della salute nei primi mille giorni di vita, gli screening oncologici, la sicurezza alimentare e la sanità pubblica veterinaria, oltre alla gestione integrata della cronicità.

Il Piano conferma l’approccio One Health. Lega quindi salute umana, ambiente, cambiamenti climatici, sicurezza alimentare e sanità pubblica veterinaria, e punta a tutelare la salute lungo tutto il corso della vita. Le sette aree prioritarie individuate riguardano malattie croniche non trasmissibili, dipendenze e problemi correlati, incidenti stradali e domestici, salute, sicurezza e benessere dei lavoratori, ambiente, clima e salute, malattie infettive prioritarie, sicurezza alimentare e sanità pubblica veterinaria.

Il documento rafforza il contrasto alle principali malattie croniche non trasmissibili. Parliamo di patologie cardio-cerebrovascolari, oncologiche, respiratorie e metaboliche. Ma guarda anche alle nuove sfide della sanità pubblica: cambiamenti climatici, riemergere di malattie infettive, invecchiamento della popolazione, fragilità, disabilità, salute mentale e benessere psicologico.

Tra le novità operative figurano attività obbligatorie da realizzare nei territori, l’ampliamento graduale dello screening colorettale alla fascia 70-74 anni e dello screening mammografico alle fasce 45-49 e 70-74 anni, un gruppo di coordinamento del Piano, un tavolo interistituzionale e un tavolo di lavoro con Agenas per definire standard di riferimento dei Dipartimenti di prevenzione territoriali, anche sul fronte della dotazione di personale.

La Sicilia alla prova

Per l’Isola il nuovo Piano nazionale assume un peso particolarmente delicato. La Regione continua infatti a confrontarsi con criticità storiche che riguardano alcune aree decisive della prevenzione, dalle coperture vaccinali pediatriche agli screening. Nel 2024, a livello nazionale, le coperture a 24 mesi per polio e morbillo restano appena sotto la soglia del 95%, mentre la Sicilia viene indicata tra le Regioni con maggiori difficoltà nel raggiungimento dei target raccomandati. Il ritardo appare evidente anche sulla vaccinazione anti-HPV. Secondo i dati del Ministero della Salute aggiornati al 31 dicembre 2024, Nella Regione, la coorte femminile 2011 raggiunge il 51,63% con almeno una dose e il 37,74% con ciclo completo, a fronte di una media nazionale rispettivamente del 72,46% e del 64,07%.

Anche sugli screening oncologici il margine di recupero resta ampio. Per la Sicilia, il riferimento più aggiornato pubblicato dalla Regione è il Bollettino epidemiologico regionale 2025, con dati PASSI 2023-2024. Tra le donne di 50-69 anni, il 61% riferisce di avere effettuato una mammografia preventiva negli ultimi due anni. Per la prevenzione del tumore del collo dell’utero, il 40% delle donne tra 25 e 64 anni riferisce di avere eseguito il test cervicale all’interno di un programma organizzato, mentre un ulteriore 26% lo ha fatto fuori dai programmi.

Sul colon-retto resta il dato più critico. Sul colon-retto resta il dato più critico. Il 17% dei 50-69enni ha eseguito la ricerca del sangue occulto nelle feci negli ultimi due anni e meno del 9% una colonscopia preventiva negli ultimi cinque anni. Sono numeri che non raccontano soltanto un ritardo organizzativo, ma una sfida di salute pubblica. Ogni punto percentuale recuperato negli screening, nelle vaccinazioni e nella chiamata attiva significa diagnosi anticipate, tumori intercettati prima, complicanze ridotte e cittadini raggiunti quando la malattia non ha ancora imposto il suo costo umano e sanitario.

L’Assessorato regionale della salute

A commentare il via libera al Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 è Giacomo Scalzo, dirigente generale del Dipartimento per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico, che richiama il valore strategico del nuovo impianto nazionale.

“La prevenzione rappresenta probabilmente la forma più alta della medicina pubblica, tant’è vero che costituisce uno dei settori più importanti dei LEA. Interviene per evitare la malattia conclamata, la corsa in Pronto Soccorso e gli esiti invalidanti, con perdita di autonomia o fragilità sociale. Ma per funzionare deve distinguere con chiarezza tre livelli: primaria, secondaria e terziaria. Non sono formule astratte. Sono tre modi diversi di proteggere la vita delle persone”.

“La prevenzione primaria impedisce che sorga lo stato di malattia. Comprende vaccinazioni, corretti stili di vita, educazione alla salute, alimentazione equilibrata e attività motoria, contrasto al fumo, alle nuove forme di consumo di nicotina e all’uso di droghe. Comprende anche la sicurezza negli ambienti di vita e di lavoro, il rispetto delle norme stradali e la tutela dell’ambiente in cui viviamo”.

“La prevenzione secondaria intercetta la malattia nella fase iniziale, prima che diventi sintomatica o avanzata. Qui rientrano gli screening oncologici per mammella, cervice uterina e colon-retto. A questi si aggiungono le nuove prospettive sul carcinoma polmonare, sulla prostata, sulla genomica e sulle tecniche diagnostiche più avanzate. La prevenzione terziaria punta invece al recupero funzionale dopo la malattia, alla riabilitazione, al mantenimento dell’autonomia e alla riduzione degli esiti invalidanti”.

“In Sicilia partiamo da dati che impongono realismo. Fanno male! Perché dietro ogni percentuale c’è una persona che non abbiamo raggiunto, che non si è fidata, che non ha percepito il rischio o che ha rinviato un controllo capace di salvare la vita. Ma questi numeri non devono generare rassegnazione. Devono guidare gli interventi. Gli studi di incidenza e prevalenza servono a individuare fasce d’età, territori e patologie con il maggiore carico di malattia, ottimizzare il rapporto costo-efficacia, concentrare le risorse dove servono davvero ed evitare sprechi. Le risorse ci sono, ma non sono infinite. Per questo dobbiamo farci guidare dai dati, non dalla genericità degli interventi”.

“L’assessorato regionale alla Salute, attraverso il DASOE, lavora a una medicina preventiva e proattiva. Non possiamo aspettare il cittadino quando arriva tardi alla diagnosi. Dobbiamo cercarlo prima, informarlo meglio e accompagnarlo nei percorsi di tutela della salute. Per questo puntiamo sulla chiamata attiva e sugli uffici screening delle Asp. Sui camper attrezzati, per raggiungere zone montane e periferiche. E sul coinvolgimento dei Dipartimenti di prevenzione, dei medici di medicina generale, dei pediatri di libera scelta, delle farmacie, delle associazioni e dei sindaci”.

“Per rafforzare questo percorso ho ritenuto importante coinvolgere al mio fianco il dottore Saverio Ciriminna, tra i maggiori esperti nazionali di prevenzione. La sua esperienza rappresenta un patrimonio per la sanità siciliana. Quando guidava questo settore, la Regione aveva costruito un modello riconosciuto a livello nazionale, capace di orientare programmi, direttive e scelte operative. Oggi vogliamo recuperare quella capacità di visione, aggiornandola alle nuove sfide della sanità pubblica, della digitalizzazione, degli screening e della medicina preventiva e proattiva”.

“La scuola deve tornare al centro dell’educazione alla salute. Alimentazione, attività motoria organizzata, contrasto al fumo, alle sigarette elettroniche e alle dipendenze non rappresentano temi accessori, ma investimenti sulla salute futura. È lì che costruiamo una parte decisiva della sanità dei prossimi decenni. Un ragazzo che impara presto a proteggere il proprio corpo riduce il rischio di diventare un adulto fragile, malato o dipendente da cure continue”.

“Anche i pediatri hanno strumenti fondamentali. I bilanci di salute consentono di seguire le tappe di crescita del bambino e di intercettare presto eventuali criticità. Le vaccinazioni nei primi anni di vita, i richiami successivi e la vaccinazione anti-HPV rappresentano interventi potenti di sanità pubblica. L’esempio dell’Australia dimostra che una campagna vaccinale ampia, organizzata e capace di raggiungere tutti gli strati sociali può incidere concretamente sulla riduzione dei tumori HPV-correlati. Anche lo screening neonatale apre un capitolo strategico, perché consente di individuare precocemente malattie genetiche e dismetaboliche ad alto impatto sanitario e sociale”.

“Il nuovo Piano nazionale rafforza questa direzione. Più adesione agli screening, coperture vaccinali più alte, sorveglianza epidemiologica, salute nei luoghi di vita e di lavoro, sicurezza ambientale e approccio One Health, che collega salute umana, ambiente e sicurezza alimentare. È una sfida tecnica, ma anche culturale. Richiede programmazione, responsabilità, capacità di misurare i risultati e una rete istituzionale che sappia parlare alle comunità”.

“Curare resta una missione fondamentale, ma prevenire significa difendere il tempo delle persone prima ancora della malattia. Ogni vaccinazione, ogni screening, ogni diagnosi precoce, ogni intervento sugli stili di vita, sull’ambiente o sulla sicurezza del lavoro restituisce tempo alla vita, alla famiglia, alla dignità della persona. Se io non mi ammalo, proteggo me stesso e anche gli altri. Per questo la prevenzione non è solo un atto medico, ma un fatto sociale, una battaglia di civiltà, equità e fiducia”.

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