Il Rapporto Annuale sulla situazione del Paese, realizzato dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e presentato ufficialmente il 21 maggio 2026, rappresenta il più completo e autorevole monitoraggio delle dinamiche economiche, occupazionali e civili della nostra penisola.
L’analisi longitudinale presentata dall’istituto si colloca specificamente all’interno del Capitolo 3, intitolato “Capitale umano e sociale: risorse strategiche per il futuro”, e si sviluppa in modo approfondito nel paragrafo dedicato alla mobilità intergenerazionale e alla fluidità sociale.
Questo specifico ambito di ricerca si occupa di mappare le trasformazioni strutturali che hanno interessato le diverse generazioni dal secondo dopoguerra fino alla metà degli anni duemila, esaminando i percorsi dei cittadini al raggiungimento dell’età adulta per valutare la stabilità occupazionale. L’obiettivo primario dell’indagine è tracciare la capacità del sistema Paese di generare benessere e di garantire un’equa distribuzione delle opportunità di sviluppo individuale.
La narrazione dello sviluppo economico nazionale si è tradizionalmente retta su una promessa implicita: l’idea che ogni generazione successiva avrebbe goduto di un benessere e di uno status superiori a quelli della precedente. Questa dinamica, che ha alimentato la crescita e la coesione nei decenni del miracolo industriale, mostra oggi segni di un’inversione di tendenza strutturale senza precedenti storici.
I percorsi di inserimento nel mercato del lavoro e le traiettorie di vita dei giovani adulti delineano un panorama in cui il cambiamento della propria posizione rispetto alla famiglia d’origine è frequente, ma non coincide più automaticamente con un progresso.
Al contrario, per la prima volta nella storia repubblicana recente, la probabilità di registrare un arretramento nelle proprie condizioni economiche e professionali ha superato la possibilità di migliorarle.

L’istruzione e l’impegno individuale, storicamente considerati i principali canali di emancipazione, si scontrano con un contesto macroeconomico segnato da una crescita debole, retribuzioni che faticano a recuperare il potere d’acquisto reale e una persistente scarsità di occupazioni ad alta qualificazione.
Allo stesso tempo, l’elevata frequenza di spostamenti tra le classi maschera un’immobilità profonda nei segmenti apicali e in quelli più vulnerabili.
Le origini familiari continuano a esercitare un’influenza determinante sul punto di arrivo, proteggendo le posizioni di privilegio dalla discesa e confinando i figli di contesti meno istruiti o operai in condizioni di marginalità persistente. Questo fenomeno descrive una struttura sociale in cui la mobilità non è sinonimo di fluidità equa, ma l’effetto di una redistribuzione verso il basso delle opportunità, con marcate differenze nei percorsi e nelle traiettorie tra la componente maschile e quella femminile.
La fine del sogno generazionale? Il sorpasso della “mobilità discendente”
Il concetto di mobilità sociale assoluta definisce la quota di individui che, in un determinato momento della propria vita adulta – convenzionalmente misurato intorno ai trent’anni per garantire la stabilità del percorso occupazionale –, occupa una posizione di classe differente rispetto a quella della famiglia di provenienza.
Se analizzata in un’ottica di lungo periodo, la mobilità assoluta in Italia mostra un incremento costante nel passaggio da una generazione all’altra.
Per la coorte dei nati prima degli anni Cinquanta, la percentuale di quanti hanno modificato il proprio status rispetto ai genitori era pari al 70,8%.
Questa quota è salita progressivamente fino a raggiungere il 73,6% tra i nati nel periodo compreso tra il 1980 e il 1994, ovvero la generazione dei Millennial.
A prima vista, l’aumento della mobilità assoluta potrebbe essere interpretato come l’indicatore di una società dinamica, aperta e capace di rimescolare le proprie carte. Tuttavia, un’analisi disaggregata dei flussi rivela una realtà opposta.
La mobilità sociale, infatti, si muove in due direzioni distinte: ascendente, quando l’individuo raggiunge una classe superiore a quella di origine, o discendente, quando si verifica un declassamento.
Per decenni, il motore dell’economia italiana ha garantito la netta prevalenza dei flussi ascendenti su quelli discendenti. Chi nasceva in famiglie operaie o agricole trovava nello sviluppo industriale e terziario lo spazio per accedere a professioni impiegatizie o dirigenziali. Tra le generazioni nate a ridosso del secondo dopoguerra, l’ascesa sociale rappresentava l’esperienza maggioritaria del cambiamento. Con l’andare del tempo, questo meccanismo si è inceppato.
I dati longitudinali raccolti per il periodo millenial 1980-1994 certificano un’inversione storica: la mobilità verso il basso ha raggiunto il 27,1%, superando per la prima volta in modo netto la mobilità verso l’alto, che si è fermata al 25,1%.
Il restante 26,4% della popolazione di questa fascia d’età si trova invece in una condizione di immobilità, mantenendo la stessa identica posizione dei genitori.
Questo divario di due punti percentuali a favore del declassamento rappresenta un unicum nella storia statistica italiana dal dopoguerra a oggi. Significa che un trentenne italiano contemporaneo ha una probabilità statistica più elevata di scivolare verso i gradini inferiori della scala sociale rispetto a quella di salire.
Il fenomeno non configura una semplice battuta d’arresto congiunturale, ma evidenzia un mutamento dei destini generazionali. La transizione verso l’età adulta non è più accompagnata dalla certezza o dalla forte probabilità di un miglioramento economico, trasformando il percorso di inserimento lavorativo in un esercizio di difesa contro il rischio di impoverimento e declassamento rispetto agli standard di benessere vissuti durante l’infanzia nella famiglia d’origine.
I motori della “decrescita”: salari stagnanti e la trappola della sovraistruzione
Le ragioni profonde che spiegano il sorpasso della mobilità discendente su quella ascendente risiedono nelle trasformazioni del sistema economico e produttivo nazionale degli ultimi decenni. La possibilità di registrare un’ascesa sociale dipende in misura cruciale dalla capacità di un’economia di generare continuativamente nuove posizioni lavorative qualificate, stabili e ben remunerate. Quando la struttura produttiva entra in una fase di prolungata debolezza, l’ascensore sociale si blocca per mancanza di sbocchi ai livelli superiori.
L’Italia è caratterizzata da oltre vent’anni di crescita debole della produttività e del Prodotto Interno Lordo. Questa stagnazione si riflette direttamente sull’andamento dei salari reali. Nonostante i rinnovi contrattuali nazionali abbiano registrato un incremento nominale del 3,1% nel corso del 2025, la dinamica non è stata sufficiente a compensare l’erosione del potere d’acquisto accumulata negli anni precedenti a causa delle spinte inflazionistiche.
La perdita reale cumulativa delle retribuzioni rispetto al 2019 rimane infatti stimata all’8,6%, costringendo una vasta quota di giovani lavoratori a percepire redditi reali inferiori a quelli dei propri genitori a parità di età e spesso anche di mansione.
A questa compressione salariale si somma una profonda asimmetria tra l’innalzamento dei livelli di istruzione della popolazione e la capacità del mercato del lavoro di valorizzarli. Sebbene le nuove generazioni siano le più istruite della storia del Paese, la struttura occupazionale italiana rimane sbilanciata verso settori tradizionali a basso valore aggiunto, che richiedono competenze medio-basse.
Il risultato è l’esplosione della trappola della sovraistruzione: circa il 25% (un quarto) dei laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è impiegato in professioni che richiederebbero un titolo di studio inferiore, come mansioni esecutive o di livello impiegatizio elementare. La sovraistruzione agisce come un moltiplicatore della mobilità discendente.

Un giovane che investe tempo e risorse nella formazione universitaria si trova spesso davanti a due sole opzioni: accettare un impiego sotto-qualificato e sotto-retribuito in Italia – scivolando così in una classe sociale inferiore rispetto a quella dei genitori che lo hanno sostenuto negli studi – oppure emigrare all’estero, alimentando il drenaggio di capitale umano.
La debolezza della domanda di lavoro qualificato da parte delle imprese trasforma la laurea da strumento di emancipazione a mero scudo per evitare forme ancora più gravi di marginalizzazione economica, senza tuttavia garantire l’accesso ai livelli apicali della società.
Analisi di genere della mobilità sociale a livello nazionale: traiettorie divergenti tra uomini e donne
L’analisi della mobilità sociale non può essere considerata omogenea se non si tiene conto della profonda asimmetria di genere che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Esaminando i percorsi dei nati tra il 1980 e il 1994, emergono traiettorie nettamente divergenti tra la componente maschile e quella femminile, sia in termini di mobilità assoluta sia per quanto riguarda la direzione dello spostamento.
Le donne mostrano livelli di mobilità assoluta significativamente più elevati rispetto agli uomini. Tra le nate nella coorte considerata, quasi il 79% occupa all’età di trent’anni una posizione sociale diversa da quella della famiglia d’origine. Per la componente maschile, la medesima quota si ferma invece intorno al 70%.
Questo scarto di circa nove punti percentuali rivela come l’universo femminile sia sottoposto a una maggiore fluidità di percorsi, legata alla profonda trasformazione del ruolo delle donne nella società e nel sistema produttivo rispetto alle generazioni delle madri.
La differenza più rilevante emerge tuttavia quando si analizza la scomposizione della mobilità tra flussi ascendenti e discendenti. Mentre per gli uomini la discesa sociale supera nettamente l’ascesa – risentendo in modo marcato della contrazione delle posizioni occupazionali stabili di livello medio nei settori industriali e manifatturieri tradizionali –, tra le donne la mobilità verso l’alto mantiene ancora un leggero margine di prevalenza rispetto alla discesa.
Questo saldo positivo è il risultato diretto del formidabile progresso nei livelli di scolarizzazione femminile: le giovani donne superano sistematicamente i coetanei maschi per quota di diplomate, laureate e per votazioni medie conseguite. Questo vantaggio educativo ha permesso a una parte significativa della componente femminile di accedere a professioni qualificate nel settore dei servizi, della sanità, dell’insegnamento e delle libere professioni, superando lo status di partenza di madri che spesso erano escluse dal mercato del lavoro o relegate a mansioni esecutive.
Tuttavia, questo primato della mobilità ascendente femminile deve essere letto alla luce delle persistenti barriere strutturali che limitano il pieno dispiegamento del capitale umano delle donne. Se è vero che l’ascesa prevale sulla discesa, è altrettanto vero che il tasso di occupazione femminile in Italia resta tra i più bassi d’Europa, attestandosi al 53,6% nella fascia d’età tra i 15 e il 64 anni, contro una media europea decisamente superiore.
Inoltre, i dati sulla stabilità contrattuale evidenziano una forte incidenza del part-time involontario, che colpisce il 17,2% delle lavoratrici a fronte di appena il 5,4% dei lavoratori uomini.
Le giovani donne si trovano quindi di fronte a un doppio binario: da un lato, chi riesce a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro capitalizza l’investimento nell’istruzione e sperimenta una mobilità ascendente rispetto alla famiglia d’origine; dall’altro, una quota imponente di potenziale forza lavoro femminile rimane intrappolata all’inattività o in contratti a tempo parziale ridotto che non garantiscono l’indipendenza economica.
La maggiore mobilità assoluta femminile, dunque, coesiste con un sistema di welfare e di organizzazione aziendale che penalizza la maternità e la progressione di carriera, frenando un’ascesa sociale che, in condizioni di reale parità di opportunità, sarebbe ancora più marcata.
L’ereditarietà sociale: le radici immobili del privilegio
Dietro l’apparente dinamismo di una società in cui quasi tre quarti della popolazione giovane cambia classe rispetto alle origini, si nasconde una persistente e rigida immobilità strutturale nei segmenti estremi della gerarchia sociale.
L’ISTAT evidenzia come l’alto tasso di mobilità assoluta misurato in Italia non sia il sintomo di una reale ed equa “fluidità sociale” – intesa come la possibilità per ogni individuo di raggiungere qualsiasi posizione indipendentemente dalle origini –, bensì il risultato dei mutamenti forzati nella struttura dell’occupazione complessiva.
Quando si analizza la probabilità relativa di muoversi da una classe all’altra, l’origine familiare emerge ancora come il fattore predittivo più potente del destino individuale. Questo fenomeno di riproduzione delle disuguaglianze prende il nome di ereditarietà sociale.
In Italia, la distanza tra i punti di partenza condiziona in modo severo i punti di arrivo. Le matrici di transizione statistica elaborate dall’istituto dimostrano che i figli di grandi imprenditori, alti dirigenti e liberi professionisti godono di una rete di protezione socio-economica straordinariamente efficace.
Un giovane nato in una famiglia appartenente alla classe superiore ha una probabilità oltre 10 volte superiore di mantenere la stessa posizione apicale all’età di trent’anni rispetto alla probabilità che ha un coetaneo proveniente da contesti operai o da famiglie con bassi livelli di istruzione di raggiungere quella medesima classe.
Questo moltiplicatore del privilegio opera attraverso canali sia materiali sia immateriali. Le famiglie abbienti non si limitano a trasferire patrimoni economici o proprietà immobiliari, ma investono massicciamente nel capitale culturale e relazionale dei figli. Possono finanziare percorsi di studio nelle università più prestigiose, soggiorni all’estero, master di specializzazione e, non da ultimo, mettere a disposizione reti di relazioni professionali cruciali per l’inserimento in segmenti protetti del mercato del lavoro.
Al contrario, per chi nasce in contesti svantaggiati, le barriere d’accesso ai vertici della società rimangono quasi insormontabili. La carenza di risorse economiche familiari limita la possibilità di proseguire gli studi o costringe a percorsi formativi più brevi e meno spendibili, mentre l’assenza di reti relazionali influenti riduce la visibilità dei talenti nel mercato occupazionale.
La conseguenza? Ai livelli intermedi della società si assiste a un intenso scivolamento verso il basso, i vertici rimangono autoreferenziali e impermeabili al merito proveniente dalle classi popolari. L’ereditarietà sociale blocca il potenziale di crescita del Paese, poiché seleziona la classe dirigente non in base alle capacità o all’innovazione individuale, ma in virtù del diritto di nascita.
Una struttura sociale così configurata cessa di premiare lo sforzo e lo studio, alimentando un senso di sfiducia nelle istituzioni e nel futuro che si traduce nel declino della partecipazione democratica e nell’aumento dell’isolamento sociale dei segmenti più vulnerabili della popolazione.
Focus sulla Sicilia: le asimmetrie meridionali e l’arresto della mobilità generazionale
Il quadro di irrigidimento strutturale e inversione dei destini generazionali descritto dal Rapporto Istat 2026 assume i tratti di una vera e propria emergenza sociale se calato nel contesto della Regione Siciliana. Nell’isola, le dinamiche nazionali del rallentamento della fluidità sociale non solo si confermano, ma si amplificano, scontrandosi con storiche disparità economiche e con un mercato del lavoro locale profondamente vulnerabile.
La mobilità discendente nelle aree metropolitane: la trappola dell’esclusione
Se a livello nazionale la coorte dei nati tra il 1980 e il 1994 (i Millennial) sperimenta per la prima volta un sorpasso della mobilità discendente (27,1%) su quella ascendente (25,1%), in Sicilia questo declassamento strutturale è fortemente alimentato dai tassi di abbandono scolastico e dalle fragilità educative che colpiscono i grandi centri urbani.
Mentre nel Centro-Nord il rischio di marginalizzazione e interruzione degli studi si concentra prevalentemente nelle aree interne e rurali, in Sicilia la dispersione scolastica è un fenomeno marcatamente metropolitano.

Nelle grandi città siciliane, il tasso di abbandono precoce dei percorsi formativi (ELET) schizza al 16,7%, a fronte di una media nazionale ridotta all’8,2%. Nei quartieri periferici di Palermo e Catania si consuma la forma più acuta di scivolamento verso il basso: la povertà educativa si salda con la vulnerabilità economica delle famiglie d’origine, agendo come una trappola intergenerazionale. I giovani provenienti da contesti meno istruiti o operai ereditano lo svantaggio di partenza, vedendo azzerata ogni possibilità di emancipazione e scivolando stabilmente verso la marginalità sociale.
Università e sovraistruzione: l’esodo economico e l’emorragia dei talenti
Il quadro nazionale della “trappola della sovraistruzione” – che vede un quarto dei giovani laureati italiani impiegato in mansioni esecutive o sotto-qualificate – genera in Sicilia un fenomeno di polarizzazione e mobilità extra-regionale privo di bilanciamento.
Il sistema universitario dell’isola, rappresentato dalle realtà storiche di Palermo, Catania e Messina insieme al polo di Enna, mostra una capacità di copertura della domanda quasi esclusivamente endogena, intercettando il 95,6% del bacino locale. Tuttavia, questa autosufficienza non descrive un ecosistema virtuoso, bensì un isolamento dettato da ragioni socio-economiche. Gli atenei siciliani rientrano infatti appieno nella definizione di bacini strettamente locali e caratterizzati da un basso livello di reddito equivalente delle famiglie degli iscritti.
Questa chiusura si traduce in una profonda disuguaglianza di opportunità materiali rispetto all’investimento nell’istruzione, creando una netta linea di demarcazione censitaria. Da un lato, la scelta di abbandonare la Sicilia per iscriversi presso gli atenei del Centro-Nord, nel tentativo di aggirare l’indurimento delle traiettorie occupazionali interne, risulta fortemente mediata dalle risorse economiche familiari.

Le famiglie siciliane che possono permettersi di sostenere i costi di un figlio fuori sede nelle università settentrionali possiedono un reddito mediano superiore del 36,7% rispetto ai nuclei i cui figli rimangono confinati nell’isola. Dall’altro lato, chi non dispone di tali risorse economiche resta legato a un mercato del lavoro regionale sbilanciato verso settori tradizionali a basso valore aggiunto.
La debolezza della domanda di lavoro qualificato da parte delle imprese siciliane finisce così per trasformare la laurea in un mero scudo contro la disoccupazione, costringendo i giovani a subire un drastico ridimensionamento professionale rispetto alle aspettative e agli sforzi formativi della famiglia d’origine.
Il risultato di questo cortocircuito è un saldo migratorio universitario e occupazionale drammaticamente negativo, che alimenta un drenaggio costante e apparentemente inarrestabile del capitale umano più qualificato verso il Nord del Paese o l’estero
Traiettorie divergenti di genere e l’ammortizzatore del welfare familiare
L’analisi disaggregata per genere evidenzia in Sicilia una divaricazione ancora più profonda rispetto al dato medio nazionale. Se le giovani donne mostrano ovunque una maggiore mobilità assoluta legata al formidabile progresso nei livelli di scolarizzazione, nell’isola la capitalizzazione di questo vantaggio educativo sbatte contro barriere strutturali quasi insormontabili.
A fronte di tassi di occupazione femminile eccezionalmente bassi e di un’elevata incidenza di part-time involontario, l’universo femminile siciliano si trova davanti a un scelte inevitabili e radicali: da un lato, una quota di eccellenze che riesce a completare i massimi livelli di studio ed è costretta a recidere i legami con il territorio per registrare un’ascesa sociale; dall’altro, un numero imponente di potenziale forza lavoro che rimane intrappolata nell’inattività.

In questo contesto di interruzione dei canali di promozione sociale e carenza di welfare pubblico, la tenuta socio-economica delle nuove generazioni siciliane poggia in modo quasi esclusivo sulle reti di solidarietà informale e parentale. Nonostante l’aridità degli indicatori macroeconomici, la Sicilia mantiene una densità di relazioni e aiuti economici intergenerazionali significativamente più elevata rispetto al Centro-Nord.
La famiglia si configura ancora come l’unico, vero ammortizzatore sociale capace di proteggere i giovani millennial dal rischio di un progressivo impoverimento, sostituendosi a un mercato del lavoro locale incapace di premiare il merito e l’impegno individuale.
FONTE DATI:
RAPPORTO ANNUALE ISTAT 2026 DATI COMPLESSIVI
RAPPORTO ANNUALE ISTAT CAPITOLO 3 Capitale umano e sociale
Nota Metodologica del Rapporto
La presente analisi statistica si basa esclusivamente sui dati ufficiali pubblicati dall’ISTAT nel Rapporto Annuale 2026 – La situazione del Paese, presentato a Roma il 21 maggio 2026. I dati commentati nei capitoli precedenti sono tratti nello specifico dal Capitolo 3 (“Capitale umano e sociale: risorse strategiche per il futuro”), integrati con i dati congiunturali su salari e occupazione distribuiti nel resto del documento.
Origine dei Dati e Disegno Campionario
I dati sulla mobilità sociale e intergenerazionale derivano dall’Indagine Campionaria sulle Forze di Lavoro (RCFL) di ISTAT, arricchita da moduli longitudinali che rilevano la posizione sociale, la professione e il titolo di studio dei genitori degli intervistati all’età di 14 anni.
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Popolazione di riferimento: L’analisi confronta i trend storici delle coorti di nascita, dai nati prima del 1950 alle generazioni successive (1950-1964, 1965-1979), fino ai Millennial (1980-1994).
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Età di rilevazione: Per garantire un confronto omogeneo e una posizione lavorativa stabile, la condizione occupazionale ed economica è misurata in modo standardizzato al compimento del trentesimo anno di età.
Classificazione Sociale e Variabili Rilevate
Per definire le classi sociali e calcolare i tassi di mobilità, l’ISTAT adotta lo schema internazionale Erikson-Goldthorpe-Portocarero (EGP), adattato al contesto italiano. Gli individui sono suddivisi in macro-raggruppamenti (classe apicale, classe media impiegatizia, piccola borghesia autonoma, classe operaia) incrociando due variabili principali:
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La professione svolta (codifica CP2011).
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La posizione nella professione (lavoratore autonomo, imprenditore, dipendente a tempo determinato o indeterminato).
Indicatori e Tecniche di Analisi
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Mobilità Assoluta: Percentuale di individui che a 30 anni si trovano in una classe sociale diversa da quella della famiglia d’origine.
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Mobilità Ascendente o Discendente: Spostamenti definiti dall’ordinamento gerarchico delle macro-classi in base a reddito medio, stabilità e prestigio occupazionale.
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Fluidità Sociale ed Ereditarietà: Misurata tramite odds ratios (rapporti di associazione) sulle matrici di transizione. Questa tecnica isola i mutamenti del mercato del lavoro dall’impatto reale delle origini familiari, calcolando la probabilità relativa di accesso alle classi superiori.




