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Una panoramica dal mondo

Referendum Giustizia e Governo Meloni: le reazioni internazionali tra scetticismo anglosassone, pragmatismo europeo e freddezza dei mercati

martedì 24 Marzo 2026
Palazzo Chigi - Governo Italiano

L’esito del referendum sulla separazione delle carriere del marzo 2026 ha proiettato l’Italia al centro di un fitto reticolato di analisi internazionali, trasformando un voto tecnico in un caso di studio sulla tenuta delle democrazie liberali europee. Nelle principali cancellerie e nei centri finanziari globali, la vittoria del “NO” non è stata letta in alcuni casi come un semplice rifiuto di una riforma, in altri come un segnale profondo della postura dell’elettorato italiano verso il potere esecutivo. 

Mentre il Governo Meloni incassa una battuta d’arresto su un pilastro della propria agenda, il mondo osserva con un misto di scetticismo e pragmatismo, cercando di decifrare se questo risultato preannunci una nuova fase di instabilità per la terza economia dell’Eurozona. 

La panoramica internazionale si muove su quattro direttrici fondamentali che definiscono il quadro complessivo del giudizio sul referendum sulla Giustizia: 

A livello comunitario si registra un sollievo istituzionale da parte di Bruxelles e dei leader europei, che interpreta il voto come un atto di autotutela democratica. Il risultato allontana il rischio di procedure d’infrazione sullo Stato di Diritto e adesso sposta l’attenzione all’efficienza pratica richiesta dal PNRR. Contemporaneamente, Washington monitora la stabilità in ambito NATO, temendo che la flessione del consenso possa spingere il governo verso posizioni internazionali più radicali e meno prevedibili per recuperare terreno a destra. 

Sul fronte economico, prevale la freddezza dei mercati e delle agenzie di rating. Sebbene lo spread resti stabile, gli investitori guardano con preoccupazione al capitale politico logorato, dubitando della capacità dell’esecutivo di garantire le future manovre di consolidamento fiscale. Infine, il verdetto dei media globali riflette un’Italia spaccata: tra l’elogio della stampa franco-tedesca per la resilienza costituzionale e lo scetticismo anglosassone su un Paese che appare ancora una volta bloccato nel proprio immobilismo riformatore. 

Quello che segue è un resoconto dei giudizi, dichiarazioni e analisi giornalistiche che, da oggi, ridefiniscono il peso dell’Italia nello scacchiere europeo e internazionale.

 

Bruxelles e il “sollievo istituzionale” dell’Unione Europea 

 

Negli uffici della Commissione Europea e tra i corridoi del Parlamento di Strasburgo, la reazione al verdetto referendario italiano è stata ufficialmente improntata alla più rigorosa neutralità, come imposto dai trattati che vietano l’ingerenza nelle riforme costituzionali interne degli Stati membri. Tuttavia, dietro le quinte della diplomazia comunitaria, il sentimento prevalente è stato quello di un “prudente sollievo”.

Commissione Europea

Il progetto di riforma, fortemente voluto dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio, non era infatti un semplice dossier tecnico, ma era finito sotto la lente d’ingrandimento dei tecnici di Bruxelles come un potenziale test di tenuta per l’intero impianto democratico del Sud Europa. 

Dai siti preferiti dalla bolla di Bruxelles come Politico o Euractiv due analisi indicative. “La sconfitta al referendum – scrive Politico.eu in un articolo di apertura della homepage – indebolirà probabilmente la posizione politica del primo ministro di destra Giorgia Meloni, soprattutto in vista delle elezioni generali in calendario entro la fine del prossimo anno: si prevede ora che il risultato determinerà il tono del dibattito politico italiano nei mesi a venire”.

Stesso approccio per Euractiv, che apre il sito con la notizia del voto in Italia: “Il referendum italiano sulla riforma giudiziaria sembra destinato a infliggere un duro colpo politico a Giorgia Meloni, con i primi risultati che indicano una vittoria del fronte del No”, sintetizza la testata.

Entrambi i media ricordano come le tensioni tra il potere esecutivo e quello giudiziario arrivando da lontano, prima con le indagini di Mani Pulite (Euractiv) e poi con le battaglie portate avanti da Silvio Berlusconi (Politico).

 

Grande risalto alla notizia anche per Le Grand Continent. Che si chiede. “In Italia, Giorgia Meloni perde un referendum costituzionale caratterizzato da un’affluenza record: l’effetto Trump in Europa sta indebolendo la destra?”.

“Al di là del suo contenuto giuridico, il voto è stato innanzitutto un evento politico: una sorta di banco di prova a tutti gli effetti per il Presidente del Consiglio, in carica dal 22 ottobre 2022, a un anno dalle elezioni legislative del 2027”, aggiunge la rivista multilingua dedicata alla politica europea.

 

La questione della “Rule of Law”: lo Stato di Diritto come confine invalicabile 

Il monitoraggio europeo non nasce dal nulla. Il rapporto annuale della Commissione sullo Stato di Diritto (Rule of Law) aveva già espresso in passato, seppur con il linguaggio felpato della burocrazia belga, diverse riserve su qualunque mutamento dell’assetto giudiziario che potesse, anche solo potenzialmente, aumentare il peso del potere esecutivo sulla magistratura.

Per Bruxelles, l’indipendenza dei giudici non è un vezzo accademico, ma la pietra angolare su cui poggia l’integrità del mercato unico: senza tribunali indipendenti, non esiste certezza del diritto per le imprese e gli investitori europei. 

Il verdetto espresso dagli elettori italiani è stato dunque interpretato dai vertici comunitari come una forma di “autotutela democratica” esercitata direttamente dal corpo elettorale. Per la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, questo risultato allontana uno spettro che aleggiava su Roma fin dall’insediamento del Governo Meloni: il rischio che l’Italia potesse finire sotto osservazione speciale, seguendo la pericolosa scia di Ungheria e Polonia.

In quegli Stati, riforme della giustizia apparentemente simili avevano innescato procedure di infrazione e il congelamento di fondi miliardari. Il “No” degli italiani ha, di fatto, sterilizzato sul nascere una potenziale crisi diplomatica e giuridica tra Roma e Bruxelles, confermando l’Italia nell’alveo delle democrazie liberali più stabili e resistenti alle spinte di accentramento. 

 

Il ruolo dei garanti: il Consiglio d’Europa e la Commissione di Venezia 

Oltre alle istituzioni dell’Unione, il risultato referendario ha trovato una sponda analitica importante negli esperti giuridici del Consiglio d’Europa. In particolare, i giuristi della Commissione di Venezia — l’organo consultivo che funge da guardiano degli standard costituzionali nel continente — hanno letto l’esito come un naturale allineamento del popolo italiano ai pareri tecnici espressi storicamente da questa istituzione. 

La Commissione di Venezia ha sempre messo in guardia contro i rischi di una separazione netta delle carriere che porti, nel lungo periodo, il Pubblico Ministero sotto l’influenza, diretta o indiretta, del potere politico. Per gli osservatori internazionali, l’elettorato italiano ha recepito l’allarme sulla fragilità dei bilanciamenti democratici: la percezione di un PM “governativo” avrebbe minato la fiducia dei partner europei nella capacità dell’Italia di

garantire processi equi e indipendenti, un requisito fondamentale per la cooperazione giudiziaria transfrontaliera. 

 

Il pragmatismo del PNRR: dall’ideologia all’efficienza 

Se il piano dello Stato di Diritto tocca i valori, quello del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) tocca i portafogli. Qui, il pragmatismo di Bruxelles emerge in tutta la sua forza. Per la Commissione Europea, la riforma Nordio rappresentava una “battaglia ideologica” che rischiava di drenare energie politiche e amministrative preziose, distogliendole dagli obiettivi concreti concordati per l’ottenimento dei fondi di NextGenerationEU. 

Bruxelles non ha mai fatto mistero di essere molto più esigente sui risultati operativi che sulla struttura dei tribunali. Le richieste dell’Europa sono chiare e quantificabili come l’accorciamento drastico dei tempi dei processi civili e penali, l’abbattimento della burocrazia cartacea per rendere la giustizia un servizio rapido per i cittadini e l’eliminazione dei milioni di cause pendenti che zavorrano il PIL italiano. 

L’uscita di scena della riforma sulla separazione delle carriere viene vista a Bruxelles come un’opportunità d’oro per il Governo Meloni. Per l’Europa, la vera modernizzazione della giustizia italiana non passa per la riscrittura del codice costituzionale, ma per l’efficienza tecnologica e procedurale. 

 

Il nuovo equilibrio tra Roma e Bruxelles 

In definitiva, il “sollievo” di Bruxelles nasce dalla consapevolezza che l’Italia ha scelto di non aprire un nuovo fronte di scontro con le istituzioni comunitarie in un momento di estrema fragilità geopolitica. Con la guerra in Ucraina che preme ai confini dell’Unione e le sfide della transizione ecologica e digitale, l’ultima cosa che la Commissione desiderava era una “questione italiana” legata ai diritti fondamentali. 

Il referendum pur rappresentando una sconfitta politica per la Premier Meloni, ha paradossalmente facilitato il suo rapporto con Bruxelles. Ora, la strada per i prossimi esborsi del PNRR appare politicamente più spianata, a patto che il Governo sappia trasformare questo momento di arresto ideologico in un acceleratore di efficienza amministrativa. 

L’Europa osserva, con meno ansia di prima, ma con la stessa implacabile attenzione ai numeri e alle scadenze. 

 

Le dichiarazioni dei capi di stato europei 

Tra ieri e oggi si sono registrate alcune dichiarazioni significative che sottolineano la dimensione europea del voto: 

Macron e Scholz

Emmanuel Macron (Francia) durante un breve punto stampa all’Eliseo, ha risposto a una domanda sul voto italiano definendolo “una conferma della solidità delle istituzioni democratiche in un partner fondamentale dell’Unione”. Ha poi aggiunto che la Francia guarda alla stabilità italiana come a un elemento cardine per la sovranità europea. 

Olaf Scholz (Germania): Tramite il portavoce del governo federale, ha espresso apprezzamento per il “chiaro segnale di continuità democratica” arrivato dall’Italia, ribadendo che Berlino confida nella prosecuzione del programma di riforme legato al PNRR senza scossoni politici. 

 

Le reazioni a Washington e il monitoraggio della stabilità NATO 

 

Per gli Stati Uniti, l’Italia non rappresenta solo un partner commerciale, ma un alleato chiave nella proiezione di stabilità nel Mediterraneo allargato e sul fianco Sud dell’Alleanza Atlantica. Per questo motivo, il Dipartimento di Stato e i principali think tank di Washington, a partire dalla Brookings Institution, hanno seguito lo scrutinio referendario con un’attenzione che va ben oltre la cronaca politica, leggendo i risultati attraverso la lente della sicurezza collettiva e della continuità operativa. 

 

Leadership vs. consenso: la fine dell’invincibilità?

Negli ultimi anni, Washington aveva identificato in Giorgia Meloni una figura di stabilità inusuale per il panorama politico italiano, definendola spesso come una leader dotata di un mandato popolare quasi “illimitato”. Questa percezione di solidità ha permesso all’Italia di giocare un ruolo di primo piano nei dossier più delicati, dal sostegno all’Ucraina alla gestione dei flussi migratori. Tuttavia, il risultato del referendum ha agito come un elemento di rottura di questa narrativa. 

Trump e Meloni

Gli analisti del Dipartimento di Stato vedono nel successo del “No” una chiara flessione della capacità della Premier di mobilitare l’elettorato su temi identitari. Se fino a ieri la Meloni era considerata politicamente “invincibile” nel mercato interno, oggi gli Stati Uniti iniziano a interrogarsi sulla durata reale del suo capitale politico. Una leadership che fatica a confermarsi nelle urne referendarie è una leadership che, agli occhi degli USA, potrebbe presto trovarsi sotto scacco dalle forze centrifughe della propria coalizione. 

L’analisi statunitense si sposta poi su un piano più strategico e preoccupante: il rischio di una deriva radicale. Gli esperti del settore temono che, per tentare di recuperare il consenso perduto a destra, il Governo possa essere tentato di adottare posizioni più rigide su altri dossier caldi, sia in ambito economico che internazionale. 

Se l’esecutivo dovesse percepire il bisogno di “compensare” la sconfitta referendaria con una retorica più sovranista per compiacere la propria base elettorale, l’Italia potrebbe diventare un partner meno prevedibile. Questo “pivot” verso posizioni meno moderate preoccupa i tavoli tecnici del G7 e della NATO, dove la costanza e la prevedibilità del partner italiano sono considerate asset fondamentali per mantenere il fronte unito contro le sfide globali, dalla pressione russa all’influenza cinese nel Mediterraneo.

 

La narrativa dei media USA: due sguardi sulla democrazia italiana 

Parallelamente alle analisi dei corridoi governativi, la stampa statunitense ha offerto due interpretazioni distinte e profonde, riflettendo le diverse anime del pensiero liberale e conservatore d’oltreoceano. 

The New York Times: l’elogio del modello istituzionale 

Il quotidiano della Grande Mela ha descritto il voto come una significativa vittoria del “Modello Istituzionale Italiano”. Nell’analisi del Times, emerge una sorta di ammirazione per la resilienza della Costituzione del 1948. Secondo il quotidiano, i cittadini italiani hanno dimostrato di preferire la deliberata “lentezza” e i pesi e contrappesi garantiti dal sistema repubblicano alla velocità di una riforma che veniva percepita come “punitiva” nei confronti dell’indipendenza della magistratura. 

Per il New York Times, il referendum non è stato un voto contro il progresso, ma un atto di difesa della democrazia liberale contro i tentativi di accentramento del potere esecutivo. Questa lettura sottolinea come la cultura politica italiana rimanga ancorata a un profondo garantismo, vedendo nei giudici un baluardo di imparzialità che l’elettorato non è disposto a sacrificare sull’altare dell’efficienza governativa. 

The Wall Street Journal: il nodo della irriformabilità italiana 

Di segno opposto è l’analisi del Wall Street Journal, che adotta una prospettiva più legata al business e all’efficienza dello Stato. Il quotidiano finanziario ha sottolineato con tono critico come l’Italia rimanga un Paese strutturalmente “difficile da riformare”. Per il Journal, il fallimento della riforma della giustizia è l’ennesima conferma di un trend storico: i tentativi di modernizzazione dello Stato si infrangono regolarmente contro il conservatorismo degli elettori e la resistenza dei corpi intermedi. 

L’analisi mette in guardia gli investitori internazionali: l’esito referendario suggerisce che il sistema politico italiano sia bloccato in un equilibrio che protegge lo status quo a scapito della competitività. Per il quotidiano economico, questo immobilismo non è solo un fatto giuridico, ma un segnale di allarme per chiunque speri in una profonda trasformazione dell’apparato statale italiano, rendendo il Paese meno attraente per i grandi capitali che cercano certezze e rapidità d’azione. 

 

I mercati finanziari e il pragmatismo dei numeri 

 

Dal punto di vista finanziario, le grandi piazze di Londra e Francoforte hanno reagito con un pragmatismo glaciale. Non si è assistito a scossoni sui titoli di stato perché i mercati, paradossalmente, preferiscono la stabilità dello “status quo” alle incertezze di una transizione istituzionale lunga e conflittuale. Tuttavia, le agenzie di rating hanno iniziato ad alzare la guardia non per il merito della riforma, ma per il “logoramento del capitale politico” della maggioranza. Il timore degli investitori è che un governo indebolito dal voto referendario possa ora cedere a tentazioni populiste o a scostamenti di bilancio per recuperare i consensi perduti, mettendo a rischio il rigore fiscale concordato con l’Europa. 

City di Londra

Alla prova dell’apertura dei mercati di lunedí mattina, lo spread si è mantenuto stabile sotto i 150 punti base. Questa calma piatta conferma che per la finanza internazionale il pericolo non è il voto in sé, ma l’eventuale instabilità che ne potrebbe derivare. 

L’analisi economica internazionale si è mossa con una rapidità chirurgica nel valutare l’impatto del risultato referendario sulla tenuta dei conti pubblici italiani. Il timore principale delle cancellerie finanziarie non riguardava tanto il merito del quesito sulla giustizia, quanto la capacità del sistema-Paese di assorbire l’urto politico senza innescare spirali di sfiducia sul debito sovrano. 

Il Financial Times, nell’edizione di questa mattina, ha rimosso ogni filtro diplomatico sottolineando che la vera sfida per Palazzo Chigi inizierebbe proprio adesso. Secondo il quotidiano della City, la bocciatura della riforma non è solo un inciampo tecnico, ma rimuove quello che definisce un “intralcio ideologico” che ha drenato energie preziose. Per il quotidiano finanziario britannico, il Governo deve ora dimostrare di saper tornare rapidamente sui binari del PNRR, abbandonando le bandiere identitarie per concentrarsi sulla crescita.

Il giornale racconta la vicenda con una corrispondenza dal titolo “Giorgia Meloni perde il referendum sulla giustizia: gli italiani respingono la proposta del premier di riformare il sistema giudiziario, che è stato spesso in contrasto con il governo”.

 

La reazione di Londra e Francoforte: il verdetto delle grandi banche 

Le note interne diffuse dai principali hub finanziari, da Goldman Sachs a Morgan Stanley, delineano uno scenario a due velocità. Da un lato, il sollievo per lo scampato pericolo di una crisi di governo immediata; dall’altro, una crescente preoccupazione per la “capacità di esecuzione” dell’esecutivo.

  • Lo Spread come indicatore di resilienza: Nelle ore successive allo scrutinio, i mercati hanno dimostrato di aver già “prezzato” l’esito. La stabilità del differenziale tra BTP e Bund segnala che gli investitori non vedono nel “No” un detonatore per elezioni anticipate repentine. La continuità amministrativa è, al momento, la priorità assoluta per i detentori del debito italiano. 

 

  • L’erosione del capitale politico: Il vero focus delle analisi prodotte nella City di Londra riguarda il medio periodo. Gli analisti sottolineano come un capitale politico ridotto possa limitare il raggio d’azione della Premier Meloni nelle prossime manovre finanziarie. Il rischio, evidenziato dai report di settore, è che il Governo possa essere tentato da una deriva di “spesa elettorale” per recuperare il consenso perduto, entrando in rotta di collisione con i vincoli del nuovo Patto di Stabilità. 

 

Le Agenzie di Rating: Moody’s, Fitch e S&P osservano il Paese 

Se i mercati reagiscono agli umori quotidiani, le agenzie di rating osservano le tendenze strutturali. Il fallimento di una riforma che rappresentava un pilastro identitario per una parte della maggioranza (in particolare per l’area garantista e Forza Italia) apre interrogativi sulla coesione interna. 

Le agenzie monitorano dopo eventi del genere la “coerenza del quadro politico” come variabile del merito di credito. Un indebolimento della leadership centrale, unito a possibili smarcamenti tattici di Lega e Forza Italia, potrebbe rimettere in discussione l’outlook sul debito sovrano. 

Il rischio di declassamento non è legato al quesito referendario in sé, ma alla percezione di un’Italia che torna a essere un laboratorio di instabilità permanente. In un contesto di tassi ancora elevati e di rientro dal deficit, ogni segnale di fragilità politica viene interpretato dai modelli algoritmici di rating come un aumento del rischio di insolvenza o, quantomeno, di rallentamento nel percorso di riforme concordato con Bruxelles. 

 

La lente della stampa estera: tra scetticismo e ammirazione per gli elettori 

Il verdetto delle urne italiane non è rimasto confinato entro i confini nazionali, ma ha immediatamente occupato le prime pagine e i portali delle principali testate mondiali. La lettura che ne emerge non riguarda tanto il tecnicismo del quesito sulla giustizia, quanto il valore simbolico di un voto interpretato come un test cruciale sulla leadership di Giorgia Meloni e sulla capacità dell’Italia di procedere nel percorso di riforme strutturali. 

La reazione della stampa internazionale nel contesto dell’Europa continentale è stata caratterizzata da una comparazione diretta con le tensioni sociali che attraversano Parigi e Berlino. Qui, il “No” italiano è stato letto come il sintomo di una stanchezza democratica verso i cambiamenti calati dall’alto. 

L’asse franco-tedesco e il “muro” dell’opinione pubblica

In Francia, Le Monde ha tracciato un parallelismo netto tra la resistenza dei cittadini transalpini alle riforme dell’Eliseo e l’esito del referendum italiano. Gli analisti parigini hanno parlato apertamente di una “sconfitta morale” per la coalizione di governo. Secondo la testata, il tentativo di riscrivere le regole del gioco istituzionale è stato percepito come un atto di forza comunicativo che ha finito per ricompattare l’elettorato nel senso opposto, trasformando una scelta tecnica in un plebiscito in difesa dello status quo. 

In Germania, la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha adottato il consueto rigore analitico per sottolineare come l’Italia abbia preferito la continuità rispetto a un’avventura costituzionale dai contorni incerti. Il quotidiano tedesco ha messo l’accento su un dato sociologico rilevante: il ruolo della magistratura italiana. Quest’ultima viene descritta come un’istituzione percepita dai cittadini come “più affidabile” rispetto alla classe politica, agendo nella mente degli elettori come un contrappeso necessario contro le possibili derive di un potere esecutivo troppo accentrato. 

In Francia, in particolare, il voto italiano è stato paragonato a una forma di resistenza civica contro l’iper-presidenzialismoLe Figaro adotta una linea più preoccupata rispetto alla stabilità del Mediterraneo. In un editoriale di fondo, la testata conservatrice mette in guardia dal rischio che il “No” possa trasformare l’Italia in un “gigante immobile”. Il timore francese è che la sconfitta referendaria tolga slancio all’azione riformatrice complessiva, paralizzando l’esecutivo proprio in una fase in cui l’Unione Europea richiede decisioni rapide e coraggiose sui dossier energetici e di difesa comune. 

Infine, dalla Spagna arriva la lettura sociologica di El País. Il quotidiano di Madrid interpreta il voto italiano come un segnale di “stanchezza verso il populismo di destra” quando quest’ultimo entra in rotta di collisione con le istituzioni di garanzia. Per la testata spagnola, il risultato italiano rappresenta un precedente significativo per l’intera Europa: un monito che suggerisce come, anche in presenza di forti maggioranze politiche, il cuore delle garanzie costituzionali resti un territorio che l’elettorato non è disposto a cedere facilmente.

 

Il mondo anglosassone tra pragmatismo e scetticismo 

Dall’altro lato della Manica e oltreoceano, l’analisi si è fatta più pragmatica, concentrandosi sull’efficacia dell’azione di governo e sulle spaccature sociali che il voto ha riportato in superficie. 

L’analisi di The Economist è stata, come di consueto, impietosa. Il settimanale britannico ha descritto l’intera vicenda come una colossale occasione persa, sostenendo che l’Italia abbia sprecato mesi di prezioso dibattito politico su una riforma che non tocca i veri nodi della giustizia: la lentezza dei processi civili e i costi burocratici che frenano gli investimenti.

Per la testata di Londra, aver diviso il Paese inutilmente su battaglie ideologiche senza benefici economici tangibili rappresenta un segnale di debolezza strategica che potrebbe appannare l’immagine internazionale della Premier Meloni. 

Infine, BBC News ha scelto di scavare nel dato sociologico, evidenziando una profonda spaccatura geografica e culturale. Secondo l’emittente britannica, il voto riflette due Italie diverse: quella delle aree metropolitane, dove il dibattito è rimasto tecnico, e quella delle periferie, dove il “No” è diventato un rifugio e uno strumento di protesta. In queste zone, il referendum è stato usato come un’arma politica per esprimere il disagio contro il carovita e l’inflazione, trasformando la scheda elettorale in un messaggio di malessere sociale che va ben oltre il tema della giustizia.

 

Il senso di vittoria della “magistratura europea” 

Infine, il verdetto è stato celebrato dalle associazioni internazionali dei magistrati come una vittoria della cultura giuridica continentale. L’indipendenza del Pubblico Ministero dal potere politico, pilastro del modello italiano, viene ora vista come un baluardo che ha resistito all’onda d’urto del decisionismo governativo. A livello internazionale, l’Italia esce da questa consultazione non come un Paese in crisi, ma come una democrazia che, pur tra mille difficoltà economiche, ha scelto di non alterare i pesi e i contrappesi che garantiscono l’imparzialità della legge. 

toghe

 

In sintesi, il “NO” ha restituito al mondo l’immagine di un’Italia complessa, dove il potere politico deve fermarsi davanti alla soglia della Costituzione e dove l’opinione pubblica, pur frammentata, rimane l’ultimo e definitivo arbitro delle regole del gioco.

Per la maggioranza, questo significa la fine della stagione dei “grandi progetti” istituzionali e l’inizio di una gestione molto più pragmatica e attenta ai segnali che arrivano sia dai mercati che dalle piazze. 

 

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