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L'analisi

Sanità siciliana sotto pressione, Costa: “Che fine ha fatto la nuova rete ospedaliera?”

lunedì 26 Gennaio 2026

“Si parla di Pronto Soccorso, di emergenze, di epidemia influenzale e di posti letto. Ma della nuova rete ospedaliera non si ha traccia, che fine ha fatto?”.

A porre la domanda è Renato Costa, responsabile del settore Sanità della Cgil Sicilia, direttore della Medicina Nucleare del Policlinico di Palermo, medico internista, già commissario per l’emergenza Covid a Palermo. Una domanda che sposta il fuoco dal rumore dell’emergenza quotidiana al cuore del problema sanitario siciliano, quello che resta sistematicamente fuori dal dibattito pubblico.

“Si evocano riforme, ma il confronto resta superficiale e non entra nel merito della Sanità reale prosegue -. Com’è possibile che ciò che doveva essere fatto entro scadenze rigide, di fatto, non sia stato realizzato? E non solo, non abbiamo neanche notizie ufficiali sulla qualità della rete presentata, se ci sono osservazioni, se funziona, se non funziona, se deve essere modificata o addirittura totalmente rivista, come io sospetto che sia, vista anche la mancata attenzione alla rete territoriale e agli interventi previsti dal Pnrr”.

L’iter istituzionale

La Regione Siciliana ha trasmesso la revisione della rete ospedaliera al Ministero della Salute a ridosso delle scadenze, nella seconda metà del 2025, al termine di un iter regionale lungo e complesso che ha coinvolto la Giunta e la Commissione Salute dell’Assemblea regionale siciliana. La documentazione è arrivata in extremis agli uffici ministeriali competenti, chiamati a valutarne la coerenza con i parametri nazionali su posti letto, standard organizzativi e integrazione con la Sanità territoriale.

Ad oggi però mancano comunicazioni ufficiali pubbliche sull’esito della valutazione. Non è noto se il Ministero abbia approvato il piano senza rilievi, se abbia formulato osservazioni o richieste di modifica, né se la Regione debba rivedere alcune parti del documento.

Questa assenza di risposte si traduce in un immobilismo che ha conseguenze concrete. Finché non è chiaro se la rete ospedaliera è approvata, modificata o da riscrivere, tutto resta fermo. Non si programmano i servizi, non si definiscono i percorsi, non si mettono in condizione gli operatori di sapere come e dove devono lavorare. È un blocco che pesa sull’intero Sistema sanitario regionale”, annota Costa.

Il nodo delle cardiochirurgie pediatriche

Dentro questo quadro si colloca il nodo delle cardiochirurgie pediatriche, uno dei capitoli più politicamente discussi della rete ospedaliera siciliana. La Regione oggi mantiene due strutture attive, una a Palermo, guidata dall’Arnas Civico e una a Taormina, all’ospedale San Vincenzo. Un assetto che continua ad alimentare interrogativi sul modello hub e spoke, sulla sostenibilità organizzativa e sul ricorso alle convenzioni esterne, in assenza di un chiarimento definitivo da parte del Ministero.

 “Per quanto riguarda le cardiochirurgie pediatriche oggi ci troviamo in una situazione che non è mai stata chiarita fino in fondo. Sappiamo soltanto che in Sicilia, anziché una, ce ne sono due –evidenzia –. Nessuno ha mai spiegato se questa scelta sia sostitutiva o integrativa, se rappresenti una soluzione temporanea o strutturale, né se il sistema disponga delle risorse per sostenerle entrambe o quali percorsi assistenziali abbia effettivamente definito”.

“Nel caso di Taormina avevamo espresso perplessità fin dall’inizio non sulle professionalità, ma sull’organizzazione complessiva – sottolinea -. Le istituzioni non hanno mai chiarito pubblicamente se il sistema garantisce in modo stabile tutti i servizi essenziali, a partire dall’area neonatale e da una routine assistenziale strutturata. A questo si aggiungono difficoltà evidenti per le famiglie, sul piano logistico ed economico, legate a permanenze lunghe in un contesto notoriamente costoso”.

“L’unica certezza è che le convenzioni sono operative – aggiunge -. Nel caso di Taormina con l’IRCCS Bambino Gesù di Roma, e che quindi comportano costi. Ma specialisti nostri non ci sono? Nelle strutture non formano?”.

Sanità territoriale

Non abbiamo certezze neppure su quanto si sta realmente facendo sul Pnrrsegnala -. Si inaugurano strutture dove, su dodici obiettivi necessari per poterle definire Case di Comunità, ne funzionano uno o due, massimo tre”.

Per la Regione Siciliana il Pnrr prevede la realizzazione di 156 Case di Comunità e 43 Ospedali di Comunità, con una scadenza infrastrutturale fissata al 31 marzo 2026 e il completamento degli obiettivi entro il 30 giugno 2026. Dai dati regionali più recenti risultano pienamente operative solo poche strutture, mentre la maggior parte è ancora in fase di lavori, collaudo o attivazione progressiva. In particolare, oltre 140 Case di Comunità e quasi tutti gli Ospedali di Comunità non risultano ancora pienamente a regime. A poco più di cinque mesi dalla scadenza, resta inoltre assente un quadro pubblico e aggiornato sull’effettiva operatività dei servizi, sul personale effettivamente impiegato e sull’integrazione con la rete ospedaliera e con l’emergenza-urgenza.

Possiamo anche rispettare le scadenze amministrative, ma se poi quelle strutture non hanno personale, non sono in grado di prendere in carico i pazienti, di garantire continuità assistenziale e di evitare accessi impropri ai pronto soccorso, il problema resta intatto – ribadisce -. Il Pnrr doveva servire a costruire una Sanità di prossimità capace di alleggerire gli ospedali. Rischiamo di perdere un’occasione storica e, intanto, il pronto soccorso resta l’unica porta di accesso”.

Il privato che avanza

“Dentro questa incertezza organizzativa si inserisce un altro tema che non viene mai affrontato apertamente quello del ruolo crescente del privato – osserva Costa – . Non si dice chiaramente che si voglia ridimensionare il servizio pubblico. Ma è evidente che questo avviene nei fatti, rendendolo progressivamente meno attrattivo, meno strutturato e meno capace di rispondere ai bisogni”.

Quando il pubblico viene indebolito, il privato viene presentato come più efficiente, più rapido, più affidabile – avverte -. È un meccanismo già visto, che non nasce da una scelta dichiarata, ma da una serie di omissioni, ritardi e mancate programmazioni. Il rischio vero è che questo processo apra la strada a un modello sempre più fondato sulle assicurazioni, un modello che cambia la natura del nostro Servizio sanitario, mette in discussione l’universalità delle cure e trasforma il diritto alla salute in una variabile legata alle possibilità economiche delle persone.

118 schiacciato

In questo contesto, il 118 siciliano oggi è un sistema che ha fatto passi avanti importanti. La riforma è stata avviata, sono stati introdotti nuovi protocolli ed è stato costruito un modello più moderno e interoperabile, anche grazie alla digitalizzazione. I dati nazionali lo dicono chiaramente. Il nostro 118 è uno dei migliori d’Italia. Ma questo non significa che non stia affrontando criticità profonde, che non sono diverse da quelle del resto del Paese. La criticità principale resta quella del personale, insieme alla tenuta complessiva del Sistema. Puoi avere protocolli efficienti, tecnologie avanzate e sistemi digitali funzionanti, ma se non hai abbastanza medici, infermieri e operatori, il sistema va comunque in sofferenza”, fa emergere.

Infatti: “Il problema è che il 118 non vive da solo. Se non riesce a sbarellare i pazienti perché i pronto soccorso sono saturi e i reparti non hanno posti letto, tutto si blocca. Succede anche quando il 118 viene chiamato per emergenze che non sono e che dovrebbero ricadere sull’assistenza territoriale. A partire dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta. Puoi avere uno dei migliori sistemi di emergenza-urgenza del mondo, ribadisco, ma se a valle il sistema ospedaliero e il territorio non reggono, l’intasamento è inevitabile. Il Sistema sanitario si regge su tre pilastri: emergenza-urgenza, ospedale e territorio. Se una migliora ma le altre restano fragili, il sistema nel suo complesso non funziona”.

L’eroismo silenzioso che tiene il Sistema

“Tengo a precisare che se questo Sistema sanitario regionale non è ancora collassato, è solo grazie all’eroismo dei medici e degli operatori sanitariconstata Costa –. Questa è una cosa che non viene mai detta ed è gravissima. Far sopravvivere la Sanità pubblica siciliana nelle condizioni attuali richiede sacrifici enormi e uno spirito di abnegazione fuori dal comune. In Sicilia, nella fortuna e nella sfortuna, viviamo l’emergenza ogni giorno. Se il 90% della classe medica non fosse disposto a sostenere questi sacrifici, il Sistema sarebbe già imploso da tempo”.

Ma questo non può e non deve diventare un modello. Un sistema sanitario non può reggersi solo sull’abnegazione dei suoi professionisti. Senza scelte strutturali vere, il rischio è quello di perdere definitivamente il senso stesso della sanità pubblica”, conclude.

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