L’editoriale del saggista Elio Sanfilippo.
Sette ottobre 2027. Sono trascorsi tre anni dal terribile attacco terroristico del gruppo di Hamas agli israeliani nella striscia di Gaza che ha innescato una violenta risposta da parte dello Stato di Israele che non ha risparmiato la popolazione civile.
Da una parte Hamas è stato accusato di avere eseguito brutali atrocità su esseri indifesi e dall’altra Israele di avere perpetuato un vero e proprio genocidio.
Si sono cosi riproposte due tifoserie contrapposte che hanno coinvolto non solo i cittadini ma anche i governi europei. Sarebbe ora di mettere da parte il tifo che non serve a trovare una soluzione ad un grave e drammatico problema che insieme all’Ucraina costituisce una serie minaccia alla pace mondiale.
E’ tempo quindi di affrontare il nocciolo di una situazione che ha radici lontane.
La nascita di uno Stato ebraico su una parte del territorio palestinese fu approvato dall’Onu nel 1947 con il consenso delle grandi potenze vincitrici del conflitto mondiale anche come forma di risarcimento morale alle sofferenze patite da quel popolo e dai sei milioni di morti nei campi di sterminio nazisti.
Sarebbe stato opportuno insieme a quella giusta e nobile decisione occuparsi anche delle conseguenze che la nascita del nuovo Stato avrebbe potuto provocare nel rapporto con i popoli preesistenti. A cominciare dai palestinesi che invece si videro privati della loro terra che occupavano da secoli dando vita ad un malcontento che presto si trasformò in odio anche per le disumane condizioni in cui furono costretti a vivere vagando da un paese all’altro e che una accorta politica avrebbe potuto risolvere o quanto meno mitigare.
Non mancarono i tentativi di una ricomposizione pacifica del conflitto quando alla guida del Governo israeliano fu eletto Yitzhak Rabin e tra i palestinesi assunse il comando Yasser Arafat. Clamoroso fu l’intervento di Arafat all’Onu dove si presentò sul podio con in una mano un mitra e nell’altra un ramoscello di ulivo, posando il mitra e agitando il ramoscello in segno di pace.
Arafat e Rabin, insieme al ministro degli esteri israeliano Simon Peres, diedero vita nel 1993, sotto lo sguardo compiaciuto del presidente americano Bill Clinton, allo storico Accordo di Oslo dal nome della citta in cui si firmò . In questo documento entrambi le parti riconoscevano la reciproca esistenza e la comune volontà e ricerca della pace che valse a tutti e tre l’assegnazione del premio Nobel per la pace.
L’accordo non ebbe, però, sviluppi positivi perché nel novembre del 1995 al termine di una manifestazione che celebrava quell’intesa il primo ministro Rabin fu assassinato da un estremista ebraico che esprimeva così la contrarietà della destra conservatrice e reazionaria israeliana a quell’accordo considerato una resa ai palestinesi e soprattutto perché prevedeva il ritiro dei coloni israeliani dai territori occupati nella guerra del 1967.
La scomparsa dei protagonisti degli accordi di Oslo portò ben presto alla ripresa del conflitto. In Israele il governo Netanyahu ha l’obbiettivo di cancellare tutti i palestinesi e fra i palestinesi vari gruppi terroristi, tra cui il più organizzato è Hamas, si propongono di cancellare lo Stato di Israele tutti gli israeliani.
Ritorna cosi il problema centrale: eliminare la radice del conflitto per porre fine a questa guerra senza fine. A tal proposito furono significative le parole pronunciate al Senato da Giulio Andreotti, che suscitarono scalpore, quando disse : “credo che ognuno di noi se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da 50 anni nessuna prospettiva da dare ai propri figli, sarebbe un terrorista”.
Andreotti ricordò poi che nel 1948 l’ONU stabilì la creazione dello Stato di Israele e dello Stato palestinese: “Ma lo Stato di Israele esiste, lo Stato palestinese no! Se è più che doverosa la solidarietà e la salvaguardia della sicurezza dello Stato di Israele mal servirebbe la causa dell’ebraismo chi manifestasse indifferenza o addirittura intolleranza verso la sorte di un popolo quello palestinese che sta subendo sulla propria terra costrizioni e disconoscimento delle libertà fondamentali”.
Parole di grande attualità da cui dovrebbero ripartire governi e popoli, in particolare quelli europei che sono i più interessati a porre fine a un sanguinoso conflitto che altrimenti non avrà mai fine.



