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Le prime gravi conseguenze

Gli effetti collaterali degli attacchi di Usa e Israele in Iran: nuova stangata su energia e carburanti in Sicilia?

martedì 3 Marzo 2026
Iran Usa Israele

Uno dei più grandi shock petroliferi degli ultimi anni“. E’ una delle conseguenze principali che l’Economist attribuisce all’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Alla tragedia umana e ai nuovi venti di guerra che si sono abbattuti nell’area del Golfo Persico si aggiungono le pesanti ripercussioni sull’economia mondiale. L’Italia, ad oggi, non è direttamente coinvolta nello scontro, ma la paura di una nuova stangata sui costi dell’energia e del carburante è una possibilità più che concreta, soprattutto per la Sicilia. I rincari sopraggiunti con lo scoppio del conflitto russo-ucraino, dai poli industriali ai settori dell’agricoltura e della pesca fino alle bollette, sono ancora una ferita sanguinante. La crisi globale non ha una data di scadenza e anche prevederla appare pressoché impossibile. Giungono così i primi allarmi e segnali di allerta, soprattutto legati alla chiusura dello stretto di Hormuz.

La Sicilia e la paura di nuovi rincari

Ad accendere per primo i riflettori è stato il Codacons. Gli effetti sono stati immediati, con le quotazioni internazionali del petrolio e del gas che hanno registrato forti rialzi, uno scossone evidente già sui listini dei carburanti e pronto a riflettersi sulle bollette energetiche e sui prezzi dei beni trasportati. 

Proprio pochi giorni fa, gli ultimi dati trapelati sul panorama energetico italiano avevano tracciato un quadro preoccupante. Nel 2025 la spesa media complessiva per luce e gas è arrivata a toccare i 2.055 euro per i clienti domestici con contratti nel mercato libero a tariffa indicizzata. Un valore che, sebbene mostri una lievissima flessione rispetto all’anno precedente, evidenzia un divario drammatico se confrontato con il periodo pre-crisi. Nel 2018, infatti, la spesa media non superava i 1.200 euro, segnando oggi un incremento del 70% rispetto a otto anni fa. La Sicilia è così la seconda Regione con le bollette più care, contando su una spesa media di circa 768 euro per 2.511 KWh, alle spalle della sola Sardegna. Al contrario l’Isola può tirare un sospiro di sollievo per quanto riguarda il gas, con una bolletta media di 942 euro (consumi ridotti a 636 Smc), tra i valori più bassi in tutta la Penisola (CLICCA QUI).

Le prime impennate

Rispetto al 27 febbraio scorso, il Brent è passato da 72 dollari a 79 dollari al barile. Il WTI è passa da 66,5 dollari a 72,80 dollari al barile, segnando un aumento del +9,4%. Secondo i dati Mimit, il costo medio nazionale della benzina in modalità self è salito da 1,672 euro al litro del 27 febbraio a 1,681 euro al litro del 2 marzo. Il gasolio passa nello stesso periodo da 1,723 a 1,736 euro al litro. Segnali preoccupanti e attualmente contenuti, ma se il trend non dovesse invertirsi nei prossimi giorni, i listini potrebbero registrare aumenti ben più marcati.

Non meno preoccupante il fronte delle bollette. Le quotazioni dell’indice TTF del gas naturale segnano un rialzo del 25%, attestandosi a 39,85 euro al megawattora, livello massimo da febbraio 2025. Un andamento che rischia di trasferirsi rapidamente sulle tariffe praticate a famiglie e imprese, determinando un nuovo aggravio della spesa energetica in una fase già caratterizzata da consumi elevati. Ulteriori criticità potrebbero derivare dalla situazione nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico globale di petrolio e materie prime. Eventuali blocchi o rallentamenti delle rotte marittime comporterebbero un incremento dei costi logistici e assicurativi, con effetti a cascata sui prezzi al dettaglio di una vasta gamma di prodotti.

Perché si parla dello stretto di Hormuz?

L’impatto più devastante sul commercio internazionale e sui mercati energetici è legato alla chiusura dello stretto di Hormuz, una penisola in territorio dell’Oman affacciata sul tratto di mare diviso in acque territoriali iraniane e omanite. Una rotta strategica da sempre utilizzata dall’Iran come merce di scambio nello scacchiere geopolitico, oggetto di ripetute minacce nei momenti di crisi più grave. I percorsi di passaggio furono stabiliti in comune tra Iran ed Oman a seguito di accordi stipulati nel 1975 e regolamentati severamente al fine di evitare collisioni, utilizzando uno schema di separazione del traffico.

Per chi non ne abbia sentito parlare si tratta di uno dei corridoi marittimi principali a livello mondiale che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio, una media di 20 milioni di barili al giorno. Stesso dicasi per il gas: circa un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquido ha attraverso Hormuz nel 2024. Tra i principali esploratori l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Kuwait, il Qatar e l’Iraq. Chi invece dipende dalle importazioni di petrolio sono soprattutto India e Cina. Non a caso l’80% del petrolio e del gas è destinato ai mercati asiatici.

Ma gli analisti tengono alta l’attenzione anche sul gas naturale europeo. Secondo Goldman Sachs potrebbero più che raddoppiare se il trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz venisse interrotto per un mese. Circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, proveniente principalmente dal Qatar, transita attraverso questo punto nevralgico e un blocco di simile durata potrebbe far aumentare i prezzi europei e quelli spot del gas naturale liquefatto asiatico del 130% fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche.

E anche in tal senso la Sicilia dovrà farsi trovare pronta. L’allungamento delle rotte marittime, a causa della crisi del Golfo Persico e dei pericoli di navigazione nel Mar Rosso, potrebbe così ripercuotersi sui costi del trasporto per le merci dirette verso i porti siciliani. 

La “Porta della Pace” (Bab as-Salam, come definita da secoli in arabo) si è trasformata in un vero e proprio campo di battaglia.

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