Comprendere come cambia il flusso quotidiano dell’informazione nell’era della transizione digitale richiede un’analisi dettagliata e scientifica dei rapporti che legano chi produce le notizie a chi ne cura la diffusione istituzionale.
La quarta edizione del report europeo “The Eye of Journalists on PR”, curata da Mediaddress e condotta nel mese di dicembre 2025, mappa in modo dettagliato questa complessa dinamica professionale attraverso una massiccia rilevazione campionaria. L’indagine ha preso in esame le opinioni di un panel complessivo composto da 787 giornalisti attivi in tre dei principali mercati editoriali dell’Europa continentale: Italia, Spagna e Francia.

Per l’Italia, la ricerca ha registrato un’altissima partecipazione dei professionisti dell’informazione, coinvolgendo direttamente 454 giornalisti italiani. La composizione interna del campione nazionale riflette un tessuto redazionale consolidato e caratterizzato da una lunga esperienza sul campo: il 71% dei rispondenti italiani dichiara infatti un’anzianità di servizio nella professione superiore ai vent’anni, mentre il 16% si colloca nella fascia compresa tra gli undici e i vent’anni di attività. Soltanto il 9% dichiara un’esperienza compresa tra i sei e i dieci anni, mentre la quota di giornalisti con meno di cinque anni di carriera si attesta al 4%.
Dal punto di vista della posizione lavorativa ricoperta all’interno della filiera informativa, il campione dei partecipanti italiani fotografa una presenza maggioritaria di giornalisti freelance e collaboratori esterni, che rappresentano il 46% del totale. I redattori ordinari costituiscono il 35% del panel, mentre le figure apicali, tra cui direttori, capiredattori e capiservizio, pesano complessivamente per il 19%.
Questa variegata distribuzione dei ruoli garantisce una visione d’insieme fedele e accurata delle reali dinamiche che regolano il settore dell’informazione odierno.
Nella tempesta della casella e-mail redazionale: la fiducia sulla carta e il disastro del targeting quotidiano
La routine lavorativa di chi scrive articoli si apre ogni mattina davanti a una casella di posta elettronica letteralmente sommersa da comunicazioni aziendali.
Il primo elemento che emerge dall’indagine riguarda lo scollamento strutturale tra il valore teorico che i professionisti attribuiscono al materiale degli uffici stampa e l’effettiva utilità di ciò che viene recapitato sui loro monitor. Esiste un riconoscimento formale altissimo, che tuttavia si scontra con una distribuzione dei contenuti considerata massiva e non profilata.
Allargando il quadro all’orizzonte europeo aggregato, le percentuali si mostrano ancora più marcate: l’85% dei giornalisti europei dichiara che il comunicato rappresenta una fonte autorevole (valore cresciuto di 9 punti rispetto all’anno precedente), l’83% lo ritiene attendibile e il 68% lo valuta come esaustivo.
Questa legittimazione ideale decade non appena si quantifica il volume dei flussi di invio che le redazioni devono smaltire. Nelle caselle di posta italiane l’afflusso è imponente: il 51% dei giornalisti riceve fino a 50 comunicati al giorno, il 33% si colloca nella fascia tra 50 e 100, mentre il 16% dichiara di superare la soglia dei 100 messaggi quotidiani. A livello europeo la saturazione è del tutto speculare, con il 32% dei rispondenti che riceve tra i 50 e i 100 testi al giorno e il 12% che supera i 100. Di conseguenza, il 76% del campione europeo complessivo afferma che la quantità di e-mail ricevute è decisamente eccessiva.
Il punto critico si palesa quando si valuta l’effettivo tasso di conversione di questo materiale in notizie reali. In Italia, il 60% dei comunicati stampa inviati viene scartato all’istante, venendo cestinato unicamente dopo una rapida lettura dell’oggetto della mail. Tra le e-mail che superano questa prima barriera visiva, la quota di reale utilità professionale è minima: il 33% dei giornalisti italiani specifica che meno di 10 comunicati su 100 letti si rivelano utili, il 32% ne salva tra i 10 e i 30, e solo il 2% dichiara un’utilità superiore agli 80 comunicati su 100.
La radice del problema risiede invece nella totale assenza di pertinenza e di segmentazione dei destinatari. In Italia, l’87% dei giornalisti chiarisce che la ragione principale per cui ignora un comunicato è che l’argomento non è minimamente pertinente ai propri ambiti di copertura giornalistica. Il dato europeo si attesta all’81%, facendo registrare un incremento di ben 8 punti percentuali rispetto dello studio del 2025.
La scarsa cura nella selezione dei target fa sì che in Europa il 23% dei giornalisti dichiari che meno di 10 comunicati ricevuti su 100 siano in linea con i temi trattati, quota che in Italia si fissa al 15%.
Scrivere per chi va di fretta: le regole d’oro della lunghezza e delle informazioni che “contano” nei comunicati
La stesura di un testo destinato alla stampa risponde a canoni tecnici stringenti che i giornalisti invocano per poter ottimizzare i tempi di confezionamento delle notizie. Esiste uno standard operativo preciso che le agenzie di relazioni pubbliche dovrebbero seguire per evitare il cestino immediato. Prendendo in esame la lunghezza ideale del comunicato, i cronisti italiani esprimono un orientamento chiarissimo a favore della sintesi: il 47% esige un testo che non superi in alcun modo le 600 parole. A questo dato si somma un 24% di intervistati che richiede una brevità ancora maggiore, indicando come soglia massima le 400 parole, mentre il 30% dichiara di accettare testi lunghi fino a 800 parole.
Volgendo lo sguardo al dato europeo aggregato, la preferenza per la misura entro le 600 parole raccoglie il 48% dei consensi, mentre il limite delle 400 parole è indicato dal 24% e quello delle 800 parole dal 28%.
Sul versante del formato tecnico di ricezione, i giornalisti italiani tracciano un confine netto, rifiutando quasi in blocco le soluzioni grafiche pesanti. Il 48% del campione nazionale predilige ricevere una e-mail contenente testo semplice scritto direttamente nel corpo del messaggio, mentre il 43% preferisce il classico file allegato. Le modalità alternative appaiono del tutto marginali: le e-mail impostate in formato HTML graficamente elaborate raccolgono appena il 4% delle preferenze, e i link esterni che rimandano a un comunicato online si fermano al 5%.

A livello europeo complessivo, la bilancia pende leggermente a favore dell’allegato alla e-mail, scelto dal 52% degli intervistati, a fronte di un 40% che preferisce il testo semplice inline. Anche in Europa l’HTML grafico (4%) e i link a comunicati esterni (4%) rimangono del tutto residuali.
La ricerca porta alla luce anche forti carenze nei materiali di corredo che gli uffici stampa associano alle note. Interrogati su cosa manchi più spesso a supporto dei flussi informativi ricevuti, i giornalisti italiani mettono al primo posto gli approfondimenti, le ricerche e i report scientifici (53%), seguiti da video e fotografie (44%). In Europa la gerarchia si inverte leggermente: il 50% lamenta la carenza di studi e report, mentre il 48% evidenzia l’assenza di video e materiale fotografico. Inoltre, il 38% dei professionisti europei segnala la mancanza di un link a un’area di download dedicata per reperire i materiali senza appesantire i server di posta.
In questo scenario spicca una dimenticanza tanto elementare quanto frequente, capace di bloccare all’istante la lavorazione di un pezzo. In Italia, il 15% dei giornalisti denuncia come i comunicati stampa recapitati siano spesso completamente privi dei contatti dell’ufficio stampa o dell’azienda mittente. Questo dato, già problematico nella sua essenzialità, si inserisce in un quadro europeo ancora più critico, dove ben il 28% dei giornalisti intervistati segnala l’assenza totale di recapiti telefonici o e-mail all’interno del testo ricevuto, evidenziando un netto peggioramento rispetto al 22% registrato nell’edizione del 2025.
Il diritto di non essere assillati: lo spettro del blocco e il galateo del sollecito
Il rapporto tra chi lavora in redazione e gli addetti stampa è regolato da un sistema di interazione in cui l’insistenza e la scorrettezza professionale producono l’immediato inserimento del mittente nelle liste di blocco. I giornalisti esigono un approccio sobrio, basato sul rispetto dei tempi redazionali e dei canali di comunicazione ufficiali. Prendendo in esame le motivazioni che spingono un professionista dell’informazione a inserire un ufficio stampa o un mittente specifico nella propria blacklist, i dati italiani manifestano una spiccata insofferenza verso le comunicazioni di massa non profilate.
Il 77% dei giornalisti italiani specifica di ricorrere al blocco della fonte quando riceve troppi comunicati irrilevanti o non pertinenti, una condotta assimilata allo spamming. Subito dopo, il 73% del campione italiano indica come causa di esclusione la ricezione di contenuti caratterizzati da un taglio smaccatamente promozionale o commerciale. Seguono la ricezione di informazioni incomplete o prive di fonti strutturate (35%) e l’eccesso di sollecitazioni e follow-up (34%).
Nel contesto europeo aggregato, la tendenza è del tutto analoga: l’81% dei giornalisti inserisce il mittente in blacklist a causa dello spamming di contenuti irrilevanti, il 72% si difende dai testi troppo promozionali, mentre il 42% ricorre al blocco sia di fronte a informazioni incomplete sia a causa di troppi solleciti.
Il tema del follow-up (“dare un seguito”) rappresenta indubbiamente uno dei punti di maggiore frizione. Alla domanda su quando sia opportuno che un addetto stampa effettui un sollecito telefonico o via mail dopo l’invio di una nota, il 71% dei giornalisti italiani risponde in modo categorico: solo dopo che il giornalista stesso ha espressamente richiesto di essere ricontattato. Il 16% afferma che non si dovrebbe fare mai follow-up, l’11% lo tollera subito dopo l’invio e solo il 3% accetta l’insistenza continuativa. Su base aerospace, la richiesta di discrezione è persino superiore: il 76% esige che il contatto avvenga solo su richiesta esplicita del giornalista, il 13% indica “mai”, il 9% subito dopo l’invio e il 2% tollera l’insistenza a oltranza.
Questa esigenza di linearità si riflette nella scelta dei canali di contatto. Sia in Italia sia nel resto d’Europa, l’e-mail si conferma lo strumento di lavoro unico e sovrano. Il 97% dei giornalisti italiani predilige essere approcciato esclusivamente tramite posta elettronica. WhatsApp viene indicato come canale valido solo dal 22%, il telefono fisso o mobile si attesta al 17%, mentre i messaggi istantanei sui canali social crollano al 3%. A livello europeo, l’e-mail consolida la sua centralità raccogliendo il 96% delle preferenze (+4 punti rispetto agli anni passati). WhatsApp e telefono si dividono equamente il secondo posto al 18%, mentre l’uso dei messaggi privati sui social si ferma al 5%.
Crolla parallelamente la fiducia nei social media come canali aziendali per diffondere note ufficiali: il 56% dei giornalisti europei non li ritiene idonei a tale scopo, registrando una flessione di 8 punti percentuali che porta la fiducia complessiva al 25%. In Italia, il rifiuto dei social come canali di diffusione per enti e aziende si attesta al 57%.
Scrivere con l’IA: il boom dell’auto apprendimento tecnologico (ma occhio alle trappole)
Il rapporto tra chi produce informazione e i software basati sull’intelligenza artificiale ha registrato un’evoluzione radicale nel corso dell’ultimo anno, trasformandosi da fenomeno d’avanguardia a realtà lavorativa integrata nelle routine delle redazioni, sebbene guidata da percorsi individuali e spontanei.
In Italia, il tasso di penetrazione dell’intelligenza artificiale è oramai ampiamente maggioritario. Il 71% dei giornalisti italiani specifica di utilizzare tecnologie basate sull’AI nel proprio lavoro quotidiano. La familiarità con questi strumenti è estesa: il 51% dei rispondenti italiani dichiara che l’AI è “abbastanza” familiare e il 18% la definisce “molto” familiare, a fronte di un 27% che la ritiene poco familiare e di un marginale 4% per nulla familiare. Su scala europea, il dato aggregato sull’adozione lavorativa dell’AI tocca il 73%, segnando una crescita marcata rispetto al 49% dell’anno precedente. La familiarità complessiva europea si attesta al 64%.
Questa competenza non deriva però da percorsi formativi erogati dalle aziende editoriali o dagli organismi di categoria: il 67% dei giornalisti italiani e il 63% dei giornalisti europei dichiara espressamente di non aver mai ricevuto alcuna formazione o corso specifico sull’uso dell’AI nel giornalismo.
Analizzando i casi d’uso concreti all’interno delle redazioni italiane, l’applicazione principale riguarda la traduzione dei testi, indicata dal 42% dei rispondenti. Al secondo posto si colloca la ricerca di informazioni e la consultazione di documenti (35%), seguita dalla creazione di sintesi o summary (24%), dal controllo grammaticale degli articoli (19%) e dall’analisi di dati complessi (19%). Minore spazio trovano l’aiuto alla scrittura di bozze (17%), il fact-checking per la verifica delle informazioni (14%) e la generazione di immagini o video (13%). A livello europeo la traduzione guida la classifica con il 44%, la ricerca di informazioni si attesta al 36%, mentre l’analisi dei dati e la creazione di summary si posizionano appaiate al 24%.

Per quanto riguarda i software utilizzati con regolarità, lo scenario italiano vede il netto dominio di ChatGPT, impiegato dal 58% del campione. Al secondo posto si posiziona Gemini con il 31%, seguito da Copilot (16%) e Perplexity AI (13%). Il 29% dei giornalisti italiani dichiara invece di non utilizzare regolarmente alcuno strumento specifico. I dati europei riflettono la medesima gerarchia: ChatGPT si attesta al 57%, Gemini al 28%, Copilot al 14% e Perplexity al 13%, con una quota del 28% che non usa alcun tool in modo fisso.
Nonostante l’ampio utilizzo, le preoccupazioni sistemiche rimangono molto elevate. In Italia il primo rischio percepito è la perdita di autenticità nella scrittura (73%), seguita dalle distorsioni nei dati (60%) e dagli errori dovuti alle allucinazioni dell’AI (58%). In Europa la perdita di autenticità preoccupa il 76% del campione, le allucinazioni il 66% e le distorsioni dei dati il 65%. Inoltre, permane una forte apprensione per la tenuta dei livelli occupazionali: il 63% dei giornalisti italiani e il 67% di quelli europei manifesta la certezza che l’ampia diffusione dell’AI ridurrà il numero di posti di lavoro nelle testate.
Speculare è invece l’approccio verso i comunicatori che usano l’AI: il 77% dei giornalisti italiani e il 68% di quelli europei applica un criterio pragmatico, chiarendo che il giudizio “dipende dal risultato” qualitativo del comunicato prodotto.
Lo smartphone in redazione: come i social network ridisegnano la ricerca delle fonti e il contatto veloce
Le differenze geografiche tra i paesi esaminati restituiscono stili di lavoro e sensibilità culturali profondamente distinte, che si riflettono nel modo in cui i giornalisti valutano gli scivoloni professionali dei loro interlocutori e utilizzano le piattaforme digitali. Quando si analizza lo sbaglio più grave che un addetto stampa può compiere, emergono tre profili nazionali ben delineati. Per il giornalista italiano la dimensione relazionale e il rispetto del ruolo sono prioritari: le critiche si concentrano sulla freddezza nei rapporti, sull’aggressività commerciale, sul mancato aggiornamento dei contatti e sulla disattenzione verso le reali esigenze della testata.
Al contrario, il giornalista francese esprime un orientamento concentrato sulla sostanza editoriale: rifiuta i testi che hanno un’impronta troppo commerciale, esigendo precisione tecnica e dati verificati. Il giornalista spagnolo si distingue infine per una richiesta di estrema operatività, focalizzandosi sulla massima sintesi, sulla chiarezza espositiva e sulla pertinenza immediata del testo rispetto alla sezione di riferimento.
Questo approccio si riflette anche nelle abitudini d’uso delle piattaforme social per scopi di lavoro. L’analisi della diffusione dei canali digitali mostra che in Italia lo strumento social più diffuso in assoluto tra i giornalisti è WhatsApp, utilizzato dall’80% del campione. Al secondo posto si posizionano a pari merito Instagram (72%) e Linkedin (70%), seguiti da Facebook al 69%. Molto staccati risultano i canali informativi come X (ex Twitter) al 29% e Telegram al 28%, mentre TikTok si ferma all’11% e Bluesky al 2%.

Se si sposta l’analisi sul contesto europeo aggregato, WhatsApp mantiene il primato ma con una percentuale leggermente inferiore, pari al 73%. La differenza più significativa riguarda Linkedin, che a livello europeo sale al secondo posto assoluto con il 71% delle preferenze, riflettendo una più forte penetrazione della rete professionale. Instagram si attesta al 66%, Facebook al 61% e X raccoglie il 45% delle risposte a livello continentale. Telegram si posiziona al 21%, TikTok al 13% e fa la sua comparsa Bluesky con il 7% delle preferenze complessive.
Infine, le motivazioni lavorative che spingono i professionisti a utilizzare i social network rivelano obiettivi precisi. In Italia, il 37% dei giornalisti utilizza i social principalmente per pubblicare e promuovere i propri articoli, mentre il 18% vi ricorre per entrare in contatto diretto con le fonti informative. Il 13% li adopera per raccogliere informazioni e un altro 13% per rimanere aggiornato sulle notizie dell’ultima ora. Su scala europea, l’attività di promozione dei propri contenuti è ancora più accentuata, raccogliendo il 42% delle risposte, mentre il contatto diretto con le fonti si attesta al 20% e la consultazione delle ultime notizie si ferma al 15% del campione complessivo.
L’ora della chiusura in redazione e il valore del tempo
Verso le otto di sera, in una redazione, l’atmosfera cambia. Il flusso frenetico della giornata rallenta e i giornalisti si concentrano sull’obiettivo finale: chiudere le pagine, limare i titoli, verificare i testi per l’ultima volta prima della pubblicazione. È il momento in cui si tirano le somme del lavoro fatto e, inevitabilmente, si guarda a ciò che ha davvero lasciato il segno. Sul monitor, accanto all’articolo in stesura, la cartella della posta elettronica segna ancora decine di notifiche non lette: storie mai nate, comunicati passati inosservati, proposte giunte fuori tempo massimo o del tutto slegate dai temi della testata.
In quel preciso istante della giornata i dati del report Mediaddress diventano la realtà tangibile. Quegli undici comunicati utili su cento non sono una statistica, ma rappresentano i rari contenuti che hanno saputo offrire un fatto verificato, un contatto telefonico reperibile in un secondo, un report scientifico a supporto delle tesi o un’immagine già ottimizzata per il web.
Tutto il resto – la massa indistinta di e-mail non profilate e i solleciti telefonici invasivi – svanisce nel cestino della posta, lasciando spazio solo a ciò che rispetta il lavoro del cronista. La tecnologia, con l’ingresso prepotente dei software di intelligenza artificiale nei flussi di scrittura e di traduzione, offre e offrirà supporti sempre più veloci per ottimizzare i tempi della professione.
Eppure, quando la redazione si svuota, emerge chiaramente che l’evoluzione degli strumenti non può (e non deve) sostituire l’accuratezza e la cura dei dettagli. La quarta edizione dello studio europeo “The Eye of Journalists on PR” lascia alle agenzie di comunicazione e agli uffici stampa un dato fondamentale che va oltre i numeri. Per trovare spazio sulle pagine e sui siti d’informazione nel 2026, la strada non è aumentare il volume degli invii, ma riscoprire il valore del targeting e della pertinenza dei contenuti.
Perché, alla fine della giornata, il bene più prezioso per un giornalista resta sempre lo stesso: il tempo.
FONTE DATI: report “The Eye of Journalists on PR”-Mediaddress




