Nel Sistema Sanitario Nazionale, un infermiere su quattro è ormai vicino alla pensione, mentre uno su sei ha già abbandonato le strutture pubbliche per lavorare come libero professionista o in cooperative. La professione diventa sempre meno attrattiva: negli ultimi cinque anni il rapporto tra posti disponibili e candidati al corso di laurea in Scienze Infermieristiche è crollato da 1,6 a 1,04, segno di un disinteresse crescente da parte delle nuove generazioni.
E’ quanto emerge dall‘ultimo report della Fondazione GIMBE, il quale evidenzia che l’Italia perde oltre 10 mila infermieri ogni anno e precipita nelle classifiche europee sia per numero di laureati che per retribuzioni.
Per il Sud la sanità pubblica cade ancor più nell’ombra. In Sicilia, come nel resto del Mezzogiorno, il numero di infermieri è tra i più bassi d’Italia. Un dato che, dietro la freddezza delle cifre, cela una realtà drammatica: ospedali che arrancano, turni massacranti, territori scoperti, pazienti soli.
Nel 2022, l’Italia contava appena 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, ma la situazione peggiora vistosamente nel Sud, dove la Sicilia si ritrova in coda alle classifiche nazionali. Mentre la Liguria arriva a 7,01 e il Friuli-Venezia Giulia supera i 6, l’Isola si attesta su numeri da allarme rosso, incapace di rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più fragile e anziana.
I dati dell’Isola
Nel rapporto tra infermieri e popolazione, la Sicilia – come gran parte del Mezzogiorno – si colloca penultima con valori preoccupanti, verosimilmente intorno ai 3, 84 infermieri dipendenti per 1.000 abitanti. Un numero insufficiente per garantire un’assistenza sanitaria dignitosa, soprattutto in un contesto di crescente domanda legata all’invecchiamento della popolazione.
Alla base di questa carenza strutturale c’è una sottodotazione cronica. La Sicilia, infatti, è tra le regioni che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con piani di rientro e vincoli di spesa imposti al sistema sanitario regionale. Queste misure hanno bloccato nuove assunzioni, generando un progressivo invecchiamento del personale e impedendo il naturale ricambio generazionale.
Il quadro è aggravato dal fatto che quasi un terzo degli infermieri attualmente in servizio ha più di 55 anni. A livello nazionale si parla del 27,3%, ma in Sicilia – proprio per la scarsità di nuove immissioni – la percentuale potrebbe essere ancora più elevata.
Intanto, anche l’università lancia segnali d’allarme. L’interesse per la professione infermieristica è in caduta libera. Sempre più spesso, i corsi di laurea in Scienze Infermieristiche faticano a coprire i posti disponibili, con un crollo del numero di candidati registrato anche negli atenei siciliani. Un segnale drammatico che lascia presagire un futuro ancora più incerto per la sanità dell’Isola.
Il Fabbisogno
E mentre aumentano i bisogni assistenziali, alimentati dall’invecchiamento della popolazione e dalla riforma territoriale del PNRR, la Regione si ritrova senza il capitale umano necessario per sostenerli. La medicina di prossimità resta una chimera. Le Case e gli ospedali di Comunità, su cui tanto si punta, rischiano di restare cattedrali nel deserto.
Nel 2024, gli over 65 rappresentavano il 24,3% della popolazione (14,4 milioni di persone), mentre gli over 80 erano il 7,7% (4,5 milioni).Oltre 11 milioni di over 65 convivono con almeno una malattia cronica, e più di 8 milioni con due o più patologie. Inoltre, secondo le previsioni ISTAT, entro il 2050 queste percentuali saliranno rispettivamente al 34,5% e al 13,6%. Una trasformazione demografica imponente, che si traduce in un aumento esponenziale dei bisogni assistenziali.
GIMBE
“Sono molti i fattori che rendono la professione infermieristica sempre meno attrattiva: salari bassi, scarse prospettive di carriera, subordinazione professionale, e una forte discrepanza tra la formazione universitaria e le mansioni svolte sul campo. Tutto ciò compromette l’equilibrio tra vita privata e lavorativa, alimentando fenomeni di burnout dovuti a turni di lavoro massacranti. A questi problemi si aggiunge – ultimo ma non meno importante – il rischio di aggressioni verbali e fisiche, che mina ulteriormente la dignità e la sicurezza della professione“, spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.
“La profonda crisi che coinvolge il personale infermieristico – prosegue – richiede un piano straordinario, con un duplice obiettivo: motivare i giovani a intraprendere questa carriera e trattenere chi già lavora nel SSN, evitando l’abbandono delle corsie e dei servizi territoriali. Un piano ambizioso, basato su interventi economici, organizzativi e formativi. Oltre a un aumento salariale, è essenziale agire a livello regionale e locale con misure di welfare mirate: alloggi a prezzi calmierati, agevolazioni per i trasporti pubblici e parcheggi, e così via. Sul fronte organizzativo, bisogna garantire condizioni di lavoro sicure e ripensare in profondità l’impianto operativo, attraverso riforme coraggiose che valorizzino la collaborazione tra professionisti e sfruttino appieno le potenzialità offerte dalla digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale. Infine, sul piano formativo, è necessario rinnovare i percorsi universitari, aumentare l’offerta di lauree specialistiche e integrare formazione iniziale e aggiornamento continuo, monitorando l’effettivo impatto sulla qualità dell’assistenza”.
“Senza un piano multifattoriale capace di restituire attrattività, dignità e prospettiva alla professione infermieristica – conclude – assisteremo all’inevitabile indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, che poggia proprio sulle spalle del personale sanitario, e in particolare sugli infermieri, che rappresentano la componente numericamente più rilevante”.