Viviamo in un’epoca in cui la velocità di un’informazione sembra non avere peso. Ogni volta che interroghiamo un’intelligenza artificiale, guardiamo un film in streaming o carichiamo un file sul cloud, la nostra percezione è quella di un’azione immateriale. Eppure, dietro questa apparente leggerezza, dietro i data center si nasconde un’infrastruttura fisica colossale, fatta di cemento, acciaio, cavi e, soprattutto, un consumo energetico senza precedenti.
Recentemente, il dibattito su quanto costi davvero questo progresso è uscito dai circoli tecnici per entrare in quelli economici, grazie a una ricerca del National Bureau of Economic Research (NBER) firmata da Nicholas Z. Muller. Lo studio non si limita a contare i kilowattora, ma assegna un prezzo ai danni che questa “nuvola” infligge alla società: una cifra che tocca i 25 miliardi di dollari all’anno.
Il Working Paper 35100 del National Bureau of Economic Research (NBER), intitolato “Measuring the Impact of Data Centers in the United States Economy: Monetary Damage from Air Pollution and Greenhouse Gas Emissions” e pubblicato da Nicholas Z. Muller nell’aprile 2026, rappresenta uno dei primi studi sistematici volti a quantificare il costo sociale ed ambientale dell’infrastruttura digitale americana.
Il fardello nascosto della rivoluzione digitale
Il lavoro di Muller, pubblicato nella primavera del 2026, agisce come un correttore ottico. Ci costringe a guardare non il data center in sé – che spesso è un modello di efficienza – ma ciò che accade fuori dalle sue mura.
Il Working Paper 35100 quantifica per la prima volta i danni monetari derivanti dall’inquinamento atmosferico e dalle emissioni di gas serra (GHG) prodotti per alimentare i data center negli Stati Uniti:
-Danni Economici: Nel 2025, i danni sociali derivanti dal consumo di elettricità dei data center sono stati stimati in circa 25 miliardi di dollari (con un intervallo compreso tra 10 e 33 miliardi) (Muller, 2026).
-Intensità di Carico: Il carico elettrico totale dei circa 2.800 data center operativi negli USA nel 2025 è stato calcolato in 251.000 GWh (Muller, 2026).
-Disparità Regionale: Lo studio rileva una forte concentrazione geografica. Ad esempio, la Virginia (VA) da sola rappresenta una quota massiccia del carico elettrico (46.400 GWh) con danni stimati oltre i 4 miliardi di dollari
-Problemi per le Utility: La rapida espansione sta costringendo le società elettriche ad accelerare gli investimenti in infrastrutture di generazione e trasmissione, riportando talvolta in funzione vecchi impianti precedentemente dismessi (Muller, 2026).
La ricerca evidenzia come l’impatto ambientale non derivi direttamente dai data center (che sono strutture pulite in loco), ma dal mix energetico delle utility che li servono.
-Carico Elettrico Totale: I data center statunitensi hanno consumato circa 251.000 GWh nel 2025.
-Danni Monetari Totali: Il danno sociale complessivo è stimato in 25 miliardi di dollari all’anno. Di questi:
Circa il 60% è attribuibile ai cambiamenti climatici (emissioni di CO2). Il restante 40% è legato a impatti sulla salute pubblica locale dovuti a inquinanti convenzionali. Lo studio rileva inoltre che, sebbene il Power Usage Effectiveness (PUE) sia migliorato, l’aumento esponenziale della domanda di calcolo per l’IA sta annullando i guadagni di efficienza.
Il risultato è un’esternalità negativa massiccia. Muller calcola che il danno sociale derivante dall’inquinamento atmosferico e dalle emissioni di gas serra sia paragonabile a quello delle grandi industrie pesanti del secolo scorso.
Non è solo una questione di riscaldamento globale; circa il 40% di questi 25 miliardi di dollari è legato alla salute pubblica locale. Polveri sottili e ossidi di azoto finiscono nei polmoni di chi vive vicino alle centrali elettriche che alimentano il digitale, creando una profonda asimmetria tra chi gode dei servizi tecnologici e chi ne paga il prezzo in termini di salute.
La geografia del sacrificio: il caso della Virginia

Questa disparità diventa evidente se guardiamo alla mappa dei data center. Negli Stati Uniti, la Virginia Settentrionale è diventata l’epicentro mondiale del calcolo.
Qui, la concentrazione di server è talmente alta da generare danni sociali per oltre 4 miliardi di dollari l’anno. È un paradosso moderno: una regione che vive il boom economico legato alle Big Tech, ma che allo stesso tempo vede la propria rete elettrica sotto pressione e la propria aria peggiorare per sostenere un carico che serve il resto del mondo.
L’esplosione dell’Intelligenza Artificiale ha accelerato questo processo. L’addestramento dei modelli di linguaggio e la loro gestione quotidiana richiedono una potenza di calcolo che sta annullando molti dei guadagni di efficienza ottenuti negli ultimi dieci anni. Se un tempo i data center erano “archivi” passivi, oggi sono laboratori attivi che bruciano energia per produrre conoscenza e risposte.
Creando l’effetto “Ramp-up”: In aree ad alta densità, le utility sono costrette a mantenere in funzione o riattivare centrali a carbone o gas per garantire la stabilità della rete richiesta dai data center, che necessitano di energia costante (baseload) 24 ore su 24.
Fonte dati: Muller, N. Z. (2026). Measuring the impact of data centers in the United States economy: Monetary damage from air pollution and greenhouse gas emissions – National Bureau of Economic Research. https://www.nber.org/papers/w35100
L’Europa e la via della regolamentazione proattiva: tra efficienza coercitiva e sovranità energetica
Mentre gli Stati Uniti osservano questi fenomeni con la lente dell’economista che quantifica il danno a cose fatte, l’Unione Europea ha scelto una strada diversa: la prevenzione attraverso la legge. L’approccio europeo si basa sull’idea che il data center non debba essere un’isola energivora, ma un nodo integrato in un’economia circolare.
Se il lavoro di Nicholas Z. Muller fotografa la situazione statunitense come un sistema guidato principalmente dal mercato, l’Europa si sta muovendo lungo un binario radicalmente diverso: quello della regolamentazione proattiva. Mentre negli USA si quantificano i danni ex-post, l’Unione Europea sta cercando di internalizzare i costi ambientali attraverso una serie di direttive che mirano a rendere i data center climaticamente neutri entro il 2030.
Il quadro normativo: La direttiva efficienza energetica (EED)
L’Europa ha individuato nei data center un obiettivo primario per il raggiungimento del Green Deal. La revisione della Direttiva sull’Efficienza Energetica (UE/2023/1791) ha introdotto, per la prima volta, l’obbligo per i gestori di data center di monitorare e rendere pubblici i propri parametri di prestazione energetica.
A partire dal maggio 2024, i centri con una potenza superiore ai 500 kW devono comunicare annualmente a una banca dati europea:
- Il consumo totale di energia e la quota di energia rinnovabile utilizzata. ● L’efficienza nell’uso dell’acqua.
- Il riutilizzo del calore di scarto (un punto chiave per l’integrazione urbana).
Questo “bollettino” pubblico serve a evitare proprio l’opacità descritta da Muller, costringendo le aziende a esporsi al giudizio del mercato e dei regolatori.
La questione italiana: tra Hub Mediterraneo e vincoli infrastrutturali
In questo scacchiere, l’Italia occupa una posizione peculiare e strategica. Milano è diventata uno dei principali hub europei del calcolo, una “porta digitale” verso il Mediterraneo. Tuttavia, il contesto italiano è molto diverso dalle grandi distese americane. Qui, i data center sorgono spesso in aree densamente popolate o in distretti industriali di pregio.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha dato una spinta decisiva alla migrazione verso il Cloud della Pubblica Amministrazione. L’idea è semplice ma ambiziosa: chiudere migliaia di piccoli centri dati inefficienti e insicuri sparsi negli uffici pubblici per concentrare tutto in poche strutture “stato dell’arte”. I bollettini nazionali indicano che questa mossa potrebbe ridurre i consumi energetici della PA fino al 40%.
Tuttavia, la questione rimane la localizzazione. In un Paese che soffre di siccità cronica, l’uso massiccio di acqua per il raffreddamento dei server è diventato un tema di scontro politico e sociale. La soluzione italiana sta passando per il raffreddamento a circuito chiuso e per l’integrazione con le fonti rinnovabili locali, come il fotovoltaico industriale.
Secondo i rapporti del Politecnico di Milano (Osservatorio Cloud) e i bollettini del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), l’impatto nel nostro Paese presenta peculiarità specifiche:
- Densità e Rete: A differenza della vasta Virginia, in Italia i data center sorgono in aree ad alta densità abitativa o industriale. Questo rende il problema dell’impatto locale (emissioni e rumore dei generatori di emergenza) ancora più sensibile.
- Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): L’Italia sta investendo massicciamente nel Polo Strategico Nazionale (PSN).
L’obiettivo, evidenziato dai bollettini della Transizione Digitale, è far sì che la migrazione dei dati della Pubblica Amministrazione verso il cloud porti a un risparmio energetico netto (consolidando molti piccoli server inefficienti in poche strutture moderne e certificate).
Soluzioni e implementazioni: Il riutilizzo del calore
Una delle soluzioni più promettenti implementate in Europa per mitigare i costi sociali è il teleriscaldamento. Se negli USA il calore prodotto dai server è visto come un problema di smaltimento, in Nord Europa e in progetti pilota in Italia (come alcuni campus a Milano) è considerato una risorsa.
- L’Esempio di Amsterdam e Stoccolma: Il calore dei data center viene immesso nelle reti cittadine per scaldare migliaia di abitazioni. Questo riduce la necessità di caldaie a gas domestiche, compensando le emissioni della centrale elettrica che alimenta il data center.
- In Italia: La sfida è tecnica e normativa: le nostre reti di teleriscaldamento sono meno capillari, ma i nuovi piani regolatori di città come Milano e Roma iniziano a prevedere incentivi per chi “regala” calore alla comunità.
Il Patto per i Data Center Climaticamente Neutri (CNDCP)
Tuttavia, come segnalato dai bollettini dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), il problema rimane la “concomitanza”: non basta acquistare certificati verdi se poi, in un momento di assenza di vento o sole, il data center deve comunque prelevare energia prodotta dal carbone. La soluzione europea allo studio è il “Matching orario”: il data center deve dimostrare di usare energia pulita prodotta nello stesso momento in cui viene consumata.
Sintesi nazionale: Il bollettino della sostenibilità e della sovranità
Analizzando i dati nazionali italiani, emerge che la transizione verso il cloud “green” potrebbe ridurre i consumi energetici della PA fino al 40% rispetto ai vecchi data center locali (“server rooms” inefficienti). Tuttavia, l’implementazione di nuove strutture deve scontrarsi con:
- Consumo di suolo: La resistenza delle comunità locali (Nimby – Not In My Backyard) verso grandi edifici industriali.
- Impatto Idrico: In un’Italia sempre più soggetta a siccità, l’uso di milioni di litri d’acqua per il raffreddamento evaporativo dei server è diventato un tema di ordine pubblico e ambientale prioritario.
In Europa, il “Palazzo del Cloud” non è visto solo come un’entità che consuma, ma come un pezzo di un’economia circolare. Se il lavoro di Muller negli Stati Uniti funge da campanello d’allarme sui costi nascosti, le direttive europee rappresentano il tentativo di trasformare quei 25 miliardi di dollari di danni in investimenti per la resilienza energetica.
L’implementazione italiana, pur in ritardo su alcuni aspetti infrastrutturali, ha l’opportunità di saltare una generazione tecnologica, puntando direttamente su Small Modular Data Centers più distribuiti e integrati nel tessuto urbano, capaci di scaldare le nostre case mentre processano i nostri dati.
L’Europa, con la sua attenzione ai diritti dei cittadini e alla sostenibilità ambientale, sta cercando di dimostrare che un altro modello è possibile.
L’implementazione delle soluzioni europee non è priva di ostacoli. I costi per costruire data center “verdi” sono più alti e la burocrazia per l’allacciamento alle reti rinnovabili è spesso lenta. Tuttavia, la direzione è segnata. La sovranità digitale dell’Europa – e dell’Italia in particolare – non passerà solo dalla capacità di gestire i propri dati, ma dalla capacità di farlo senza distruggere l’ambiente in cui vivono i propri cittadini.
Conclusione
Il “Palazzo del Cloud” non deve essere una struttura aliena che consuma risorse e restituisce inquinamento. Se interpretato secondo il modello della circolarità, può diventare il motore di una nuova rivoluzione industriale pulita. La ricerca di Muller ha avuto il merito di dare un nome e un prezzo a ciò che ignoravamo; ora spetta alla politica e alla tecnologia europea trasformare quel debito in un investimento per il futuro. La sfida del 2030 è chiara: rendere il digitale non solo veloce, ma realmente invisibile per il nostro pianeta.
Fonti Europee e Nazionali:
- Direttiva (UE) 2023/1791 del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’efficienza energetica. ● European Commission: “Energy-efficient Cloud Computing Technologies and Policies for an Eco-friendly Cloud Market”.
- Bollettino MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) – Rapporto sulla Transizione Ecologica 2025.
- Rapporti Osservatorio Cloud Transformation, Politecnico di Milano.
- Linee guida AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) sulla razionalizzazione dei data center della PA.
L




