Il tumore del rene resta una neoplasia spesso silenziosa nelle fasi iniziali, individuata in molti casi in modo incidentale durante esami eseguiti per altri motivi, dall’ecografia addominale alla Tac.
In Italia sono stimate oltre 13 mila nuove diagnosi l’anno, con una prevalenza più marcata tra gli uomini, che rappresentano circa due terzi dei casi, mentre le diagnosi femminili superano le 4 mila l’anno. La sopravvivenza netta a cinque anni si attesta intorno al 71%. In Sicilia, l’Atlante Sanitario Oncologico regionale 2025 conferma il peso complessivo delle malattie oncologiche nell’Isola, con circa 27 mila nuove diagnosi tumorali stimate e quasi 200 mila cittadini che vivono dopo una diagnosi di tumore.
Antonio Lupo, direttore dell’U.O. di Urologia, e Nicolò Borsellino, direttore dell’U.O.C. di Oncologia medica del Buccheri La Ferla di Palermo, richiamano proprio la necessità di trasformare questi numeri in percorsi dedicati anche per le neoplasie renali, mettendo insieme diagnosi radiologica, valutazione multidisciplinare, chirurgia conservativa quando possibile, accesso alle nuove terapie dopo l’intervento e centri di riferimento capaci di garantire ai pazienti siciliani trattamenti più appropriati, omogenei e aderenti all’evoluzione della cura.
“La storia clinica della malattia cambia a seconda della fase in cui viene scoperta. Per questo bisogna valutare l’estensione del tumore, le condizioni generali del paziente, la funzione renale e le possibilità terapeutiche disponibili. La sede della lesione, le dimensioni, il rapporto con le vie escretrici o con i vasi renali e la presenza di eventuali metastasi orientano strategie molto diverse, dalla chirurgia conservativa all’asportazione del rene, fino all’integrazione con le terapie oncologiche”, spiega Lupo.
La forza del team
Al Buccheri La Ferla, pur in assenza di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) regionale siciliano specifico per il tumore del rene, urologo, oncologo e radiologo interventista e gli specialisti necessari discutono i casi in modo collegiale, così da definire una strategia costruita sul singolo paziente.
“Per le neoplasie renali è fondamentale che all’interno dell’ospedale e della struttura che tratta questo tipo di patologia sia istituito un team multidisciplinare. La storia naturale della malattia oggi cambia anche in base agli approcci chirurgici e alla possibilità, quando vi sono determinate caratteristiche istologiche e cliniche, di associare un’immunoterapia. Se questo avviene all’interno di centri di riferimento e di centri ad alto volume, la strategia può dare risultati molto più significativi”, sottolinea Lupo.
“Molto spesso, in passato, il paziente con una piccola massa renale veniva visto dall’urologo, che decideva per la resezione o magari per una nefrectomia, oppure dal radiologo interventista, che poteva orientarsi verso una termoablazione o una crioablazione. Questo, però, rispecchiava il giudizio del singolo specialista. Oggi questi professionisti entrano nel team, discutono insieme quella piccola massa e decidono per quel paziente e per quel tumore il meglio che può essere fatto, evitando sia sovratrattamenti sia sottotrattamenti non sufficienti a garantire la radicalità”, aggiunge Borsellino.
Cure conservative e funzione renale
Dopo la valutazione collegiale, il percorso cambia in base alla fase di malattia. Quando il tumore lo consente, l’obiettivo è conservare il rene e garantire al tempo stesso la radicalità oncologica.
“Nel momento in cui il tumore permette un trattamento conservativo, le tumorectomie o le enucleoresezioni con approccio mini-invasivo rappresentano la terapia di scelta anche per formazioni più voluminose, purché non abbiano infiltrato le vie escretrici o i vasi più importanti del rene e non vi siano altre condizioni concomitanti, come la presenza di metastasi. In altri casi, quando la malattia è in una fase più avanzata, l’asportazione di tutto il rene, sempre con un approccio preferibilmente mini-invasivo, diventa la strategia indicata”, dice Lupo.
“L’approccio mini-invasivo e conservativo sul rene migliora la qualità di vita, perché è dimostrato che la funzionalità renale incide moltissimo sul futuro del paziente, anche per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. Mantenere una buona funzionalità renale aiuta a prevenire eventi cardiovascolari significativi. Se dal punto di vista oncologico la radicalità può essere ottenuta anche attraverso una nefrectomia parziale, una tumorectomia o una enucleoresezione, piuttosto che con una nefrectomia radicale, laddove è possibile farlo e sempre in centri di riferimento, mantenere il rene è la scelta preferibile”.
Borsellino collega la tutela della funzione renale anche alla possibilità di affrontare meglio eventuali terapie sistemiche: “Noi abbiamo una forte attenzione a mantenere, attraverso strategie condivise con urologi e altri specialisti, la funzionalità renale. Spesso questi pazienti sono destinati a ricevere terapie sistemiche e sappiamo quanto la tollerabilità di questi trattamenti dipenda anche da una buona funzione renale. Per questo il tema della funzione renale nei pazienti sottoposti a intervento chirurgico è davvero fondamentale”.
Immunoterapia dopo l’intervento
Una delle novità più rilevanti riguarda l’immunoterapia in fase adiuvante, dopo l’intervento chirurgico, nei pazienti selezionati in base al rischio di recidiva.
“Questa è una grandissima novità. Negli ultimi quindici anni ci sono stati continui progressi nella terapia medica dei tumori renali, ma fino a poco tempo fa nessun farmaco si era dimostrato efficace nell’aumentare la sopravvivenza dei pazienti operati attraverso una terapia adiuvante. Poi è stato pubblicato uno studio molto importante sul ruolo dell’immunoterapia post-chirurgica in pazienti classificati a rischio intermedio o elevato per le caratteristiche del tumore, per l’eventuale interessamento linfonodale o anche in pazienti ai quali era stata asportata una singola metastasi polmonare”, precisa Borsellino.
“In questi pazienti è stato effettuato un anno di immunoterapia e si è osservato un miglioramento davvero importante dei tassi di sopravvivenza, senza gravare il paziente con tossicità non tollerabili. Questo è un aspetto centrale, perché alcuni pazienti sono destinati a guarire e quindi la tollerabilità del trattamento ha un peso enorme. Oggi riserviamo questa terapia ai pazienti operati che presentano determinate caratteristiche di rischio”, rimarca l’oncologo.
Centri di riferimento
Le nuove possibilità terapeutiche rafforzano la necessità di percorsi condivisi e centri di riferimento anche in Sicilia.
“Il tumore del rene richiede una gestione realmente multidisciplinare. La valutazione dell’urologo, dell’oncologo e del radiologo interventista consente di scegliere il trattamento più adatto, evitando approcci autoreferenziali, interventi troppo demolitivi quando si può conservare il rene e, allo stesso tempo, il rischio di non offrire al paziente terapie decisive, come l’immunoterapia dopo l’intervento nei casi selezionati. I centri di riferimento servono proprio a migliorare la qualità del trattamento e a offrire ai pazienti siciliani percorsi chiari, omogenei e appropriati. Come già accade in altre Regioni, ci aspettiamo che anche la Sicilia costruisca questo modello, con un PDTA adeguato a garantire percorsi chiari, omogenei e appropriati ai pazienti con tumore del rene”, concludono Lupo e Borsellino.



