L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato oggi, domenica 17 maggio, un’emergenza sanitaria internazionale a causa di un raro ceppo di Ebola che ha ucciso decine di persone nella Repubblica Democratica del Congo. L’epidemia al momento non è classificata come pandemia perché, spiega l’Oms, non ne rispetta i criteri.
L’agenzia ha comunque avvertito che potrebbe trattarsi di un’epidemia potenzialmente “molto più estesa” rispetto a quanto attualmente rilevato e segnalato, con un rischio significativo di diffusione locale e regionale.
L’emergenza sanitaria dell’Oms
L’Oms ha dichiarato che al momento ci sono otto casi di virus confermati in laboratorio, con altri casi sospetti e decessi in tre zone sanitarie, tra cui Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, e le città minerarie di Mongwalu e Rwampara. Un caso del virus è stato confermato nella capitale Kinshasa, presumibilmente in un paziente di ritorno da Ituri.
L’Oms ha affermato che il virus si è diffuso oltre la Repubblica Democratica del Congo, con due casi confermati segnalati nella vicina Uganda. Le autorità ugandesi hanno dichiarato che un uomo di 59 anni, deceduto giovedì, era risultato positivo al test.
L’Oms ha attivato il secondo livello più alto di allerta.
L’Ong “Medici senza Frontiere” ha definito la situazione “estremamente preoccupante” e ha spiegato che sta preparando “una risposta su larga scala”.
Con la dichiarazione ufficiale di Emergenza di Sanità Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC) da parte dell’OMS, avvenuta nelle prime ore di questa mattina, 17 maggio 2026, l’allarme per l’epidemia di Ebola è salito al massimo livello di guardia.
Non è però una crisi “ordinaria”, se mai il termine possa applicarsi a una febbre emorragica. Ciò che sta togliendo il sonno agli esperti di Ginevra e ai medici di Bunia è il nemico invisibile che si sta muovendo tra le foreste dell’Ituri: il Bundibugyo virus (BDBV).
Il ritorno del ceppo dimenticato
Il Ministro della Salute congolese, Samuel-Roger Kamba, in una conferenza stampa d’urgenza tenutasi a Kinshasa alle 11:00 (ora locale), è stato brutale nella sua onestà: “Siamo di fronte a un virus che uccide una persona su due tra quelle contagiate, e per il quale le nostre attuali scorte di vaccino sono inutili”. La letalità confermata nelle ultime ore oscilla intorno al 50%, un dato che trasforma ogni sospetto clinico in una potenziale condanna a morte.
I dati delle ultime ore
Le notizie che giungono dai laboratori di riferimento dell’INRB (Institut National de Recherche Biomédicale) delineano un quadro di rapida espansione. Nelle ultime dieci ore, i casi confermati sono saliti a 8, ma il numero è tragicamente sottostimato a causa delle difficoltà logistiche nel prelevare campioni nelle zone rurali dell’Ituri.
Il dato più allarmante emerso negli ultimi aggiornamenti riguarda anche la sicurezza degli ospedali. Almeno 4 operatori sanitari sono deceduti nelle ultime ore.
A Bunia e Mongbwalu, diverse cliniche minori sono state abbandonate dai pazienti terrorizzati dall’idea che l’ospedale sia diventato il luogo del contagio anziché quello della cura.
Cosa è Ebola e quali sono i sintomi del ceppo Bundibugyo
La trasmissione del virus da uomo a uomo avviene attraverso i fluidi corporei, con i sintomi principali rappresentati da febbre, vomito, emorragie e diarrea.
Gli individui infetti diventano contagiosi solo dopo la comparsa dei sintomi, a seguito di un periodo di incubazione che va dai due ai 21 giorni.
Insicurezza e conflitti armati sul territorio rendono la situazione difficile
Il Nord Kivu e l’Ituri in Congo sono zone martoriate da conflitti armati e dalla presenza di milizie ribelli. Questo rende il contact tracing (il tracciamento dei contatti) un’operazione quasi impossibile.
Nonostante la gravità, l’OMS ha raccomandato di non chiudere le frontiere. L’esperienza passata insegna che il blocco dei passaggi ufficiali spinge i viaggiatori verso sentieri forestali non controllati, rendendo il virus totalmente invisibile ai termoscanner e ai controlli medici.
La strategia attuale si basa sulla “sorveglianza attiva” e sulla distribuzione immediata di kit di protezione individuale (DPI), con l’invio di un primo contingente di emergenza finanziato con 500.000 dollari del fondo di riserva internazionale.



