Country Health Profile: il monitoraggio europeo sullo stato di salute italiano
L’edizione 2025 del Country Health Profile dedicato all’Italia rappresenta un documento fondamentale per comprendere lo stato di salute della nazione in un quadro comparativo europeo.
Realizzato attraverso la collaborazione tra l’OCSE e l’Osservatorio Europeo sulle Politiche e i Sistemi Sanitari, il report funge da guida per i decisori politici, offrendo una sintesi accurata che spazia dai determinanti della salute alla solidità delle infrastrutture pubbliche.
L’importanza di questo documento risiede nella sua capacità di evidenziare i punti di forza strutturali, come l’eccezionale longevità della popolazione, e le fragilità che rischiano di compromettere l’equità delle cure.
Nel 2024, l’Italia ha raggiunto un’aspettativa di vita record di 84,1 anni, un valore che la pone al vertice dell’Unione Europea insieme alla Svezia. Questo traguardo, superiore di sei mesi rispetto ai livelli precedenti alla crisi sanitaria globale, riflette decenni di progressi nel trattamento delle patologie acute e croniche.
Tuttavia, il report mette in luce come l’invecchiamento accelerato (il 24% degli italiani ha più di 65 anni contro una media UE del 22%) imponga una revisione profonda delle modalità di assistenza.
Il profilo 2025 integra inoltre una sezione speciale dedicata alle politiche farmaceutiche, analizzando come l’Italia gestisca l’innovazione e gli acquisti ospedalieri in un contesto di risorse limitate. L‘analisi non si limita ai dati nazionali, ma scava nelle differenze regionali, rivelando come il diritto alla salute venga esercitato in modi profondamente diversi tra le varie aree del Paese.
Comprendere questi dati è essenziale per orientare gli investimenti del PNRR verso il potenziamento dei servizi dove sono più necessari.
Lo stato di salute e i fattori di rischio: una demografia in trasformazione
L’Italia continua a rappresentare uno dei casi più significativi nel panorama sanitario europeo: un Paese con una delle aspettative di vita più alte al mondo, ma che deve confrontarsi con una trasformazione demografica rapidissima e con disuguaglianze territoriali sempre più marcate.
Secondo il Country Health Profile 2025, nel 2024 l’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto gli 84,1 anni, il valore più alto dell’Unione Europea insieme alla Svezia, superando di sei mesi i livelli precedenti alla pandemia. Il dato conferma la capacità del sistema sanitario italiano di garantire una sopravvivenza elevata grazie ai progressi nella diagnosi precoce, nelle terapie oncologiche e cardiovascolari e nella gestione delle patologie croniche.
Questo quadro positivo, tuttavia, convive con una dinamica di invecchiamento estremamente accelerata. L’Italia è oggi il Paese europeo con la quota più elevata di popolazione sopra i 65 anni: il 24% dei residenti rientra in questa fascia d’età, contro una media UE del 22%, e secondo le proiezioni entro il 2050 gli over 65 potrebbero arrivare a rappresentare circa un terzo dell’intera popolazione nazionale. Parallelamente cresce anche la fascia degli ultraottantenni, quella maggiormente esposta a limitazioni funzionali, fragilità e perdita dell’autonomia.
Il report sottolinea come la maggiore longevità non coincida automaticamente con un miglioramento della qualità della vita. Gli anziani italiani vivono più a lungo rispetto alla media europea, ma una parte significativa di questi anni aggiuntivi viene trascorsa convivendo con patologie croniche o limitazioni fisiche. Tra gli over 65, quasi un quinto degli uomini e circa un terzo delle donne riferisce difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane. Le donne mantengono una maggiore aspettativa di vita rispetto agli uomini, ma trascorrono più anni in condizioni di salute compromessa.
Dal punto di vista epidemiologico, le malattie cardiovascolari e i tumori continuano a rappresentare il principale carico sanitario nazionale. Nel 2022 le patologie cardiovascolari hanno causato il 31% dei decessi, mentre i tumori il 23%, confermandosi insieme responsabili di oltre metà della mortalità complessiva. Le malattie cardiovascolari costituiscono anche una delle principali cause di ricovero ospedaliero: secondo le stime dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, oltre 9 milioni di italiani convivono con una patologia cardiovascolare.

Uno degli aspetti più critici evidenziati dal monitoraggio europeo riguarda l’ipertensione arteriosa. Nonostante i miglioramenti nelle cure e nei controlli clinici, una quota enorme di persone continua a non ricevere diagnosi o trattamento adeguato. Il report segnala che circa il 37% degli uomini ipertesi e il 28% delle donne non sanno di esserlo, mentre aumenta anche la quota di pazienti consapevoli della propria condizione ma non sottoposti a terapia. È un indicatore particolarmente rilevante perché l’ipertensione rappresenta uno dei principali fattori di rischio modificabili per infarto, ictus e insufficienza cardiaca.
Anche il fronte oncologico presenta elementi contraddittori. Nel 2022 sono stati stimati circa 407 mila nuovi casi di tumore. L’incidenza è sostanzialmente in linea con la media europea, ma la prevalenza risulta superiore del 9%. Questo significa che in Italia vivono più persone con una diagnosi oncologica rispetto ad altri Paesi UE, un dato legato soprattutto all’efficacia degli screening, alla diagnosi precoce e ai progressi terapeutici che permettono una sopravvivenza più lunga. La mortalità oncologica standardizzata, infatti, è inferiore di circa il 7% rispetto alla media europea.
I FATTORI COMPORTAMENTALI
Il rapporto individua nei fattori comportamentali uno degli elementi decisivi per comprendere l’evoluzione futura della salute pubblica italiana. Secondo le stime dell’IHME, quasi un decesso su quattro nel Paese è collegabile a comportamenti evitabili come fumo, cattiva alimentazione, sedentarietà e consumo dannoso di alcol.
La dieta non equilibrata rappresenta il principale fattore di rischio, seguita dal tabagismo.
Sul fronte del fumo emergono segnali particolarmente preoccupanti tra i più giovani. Sebbene il consumo quotidiano tra gli adulti sia rimasto stabile appena sotto il 20%, i dati sugli adolescenti mostrano una situazione molto più critica. Il 27% dei quindicenni italiani dichiara di aver fumato nell’ultimo mese: è il terzo dato più alto dell’Unione Europea e supera di dieci punti la media continentale.

Parallelamente cresce l’utilizzo di sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato. Tra i ragazzi di 15-16 anni, l’uso delle e-cigarette è passato dal 13% del 2019 al 23% del 2022.
Il report evidenzia inoltre come il controllo sull’accesso ai prodotti contenenti nicotina risulti ancora debole. Molti adolescenti riescono ad acquistare sigarette tradizionali o elettroniche direttamente nei punti vendita senza verifiche efficaci sull’età. A questo si aggiunge una limitata percezione del rischio da parte delle famiglie, soprattutto nei confronti dei nuovi dispositivi elettronici, spesso considerati meno pericolosi rispetto alle sigarette convenzionali.
Un altro elemento di forte attenzione riguarda l’attività fisica e il peso corporeo. Gli adulti italiani continuano a presentare tassi di obesità relativamente bassi rispetto alla media UE, ma i dati sui minori raccontano una realtà più complessa.
Circa il 18% degli adolescenti è in sovrappeso o obeso, mentre i livelli di attività fisica risultano i più bassi dell’intera Unione Europea. Solo il 5% dei ragazzi italiani pratica almeno un’ora al giorno di attività fisica moderata o intensa.
Questo squilibrio tra bassa attività motoria e crescita del sovrappeso infantile rappresenta una delle principali minacce sanitarie future, destinata ad aumentare l’incidenza di diabete, patologie cardiovascolari e malattie metaboliche.
Particolarmente significativo è il dato relativo alla percezione familiare del problema: quasi la metà delle madri con figli in sovrappeso considera normale il peso del proprio bambino, mentre una larga quota ritiene adeguati livelli di attività fisica e alimentazione che invece non lo sono. Secondo il report, questa sottovalutazione culturale riduce l’efficacia degli interventi preventivi e rende più difficile modificare precocemente gli stili di vita.
Il consumo di alcol presenta invece caratteristiche differenti rispetto ad altri Paesi europei. Il consumo medio pro capite resta inferiore alla media UE, ma il binge drinking continua a coinvolgere una parte significativa della popolazione, soprattutto tra i giovani adulti. Circa il 10% degli adulti riferisce episodi di consumo eccessivo episodico, con incidenze più elevate tra gli uomini e nella fascia 18-24 anni.
L’analisi delle disuguaglianze sociali mostra inoltre come i fattori di rischio siano molto più diffusi tra le fasce di popolazione con livelli di istruzione più bassi. L’obesità, in particolare, presenta un forte gradiente sociale: gli adulti meno istruiti hanno una probabilità oltre doppia di essere obesi rispetto a chi possiede un titolo universitario. Differenze simili emergono anche per il fumo e per la sedentarietà.
Accanto alle disuguaglianze sociali, il report mette in evidenza una frattura territoriale sempre più netta tra Nord e Sud. Le regioni settentrionali registrano generalmente migliori condizioni di salute, maggiore aspettativa di vita in buona salute e minore diffusione delle patologie croniche. Al contrario, nelle regioni meridionali si concentrano più frequentemente sedentarietà, obesità infantile, fragilità socioeconomiche e minore accesso alla prevenzione.
Le disparità diventano particolarmente evidenti nella popolazione anziana. Regioni come Trentino-Alto Adige e Lombardia mostrano gli indicatori migliori per anni vissuti in buona salute, mentre Campania e Calabria registrano livelli più elevati di malattie croniche e limitazioni funzionali. Secondo il rapporto, questi divari riflettono non soltanto differenze economiche, ma anche capacità molto diverse dei sistemi sanitari territoriali, accessibilità ai servizi preventivi e qualità dell’assistenza primaria.
Il risultato complessivo è quello di un Paese che, pur mantenendo risultati eccezionali in termini di longevità, affronta una transizione sanitaria complessa: più anziani, più cronicità, forti squilibri territoriali e un peso crescente dei fattori di rischio comportamentali. Una combinazione che rende sempre più centrale il rafforzamento della prevenzione, della medicina territoriale e delle politiche pubbliche orientate agli stili di vita.
L’Italia si conferma un Paese caratterizzato da un’elevata sopravvivenza, ma non sempre in condizioni di benessere ottimale.
Risorse e personale: l’assetto del SSN e il focus Sicilia
L’assetto del personale sanitario in Italia rivela uno squilibrio strutturale che condiziona l’erogazione dei servizi. Con 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, il Paese vanta una densità superiore del 25% rispetto alla media UE, ma questa cifra nasconde una crisi di vocazioni in ambiti critici e un’età media della classe medica tra le più elevate d’Europa.
La vera urgenza è però rappresentata dal comparto infermieristico: con soli 6,9 professionisti ogni 1.000 abitanti, l’Italia si colloca molto al di sotto della media europea di 8,4. Questa carenza agisce come un limite invisibile che impedisce il passaggio verso una sanità meno ospedalocentrica e più vicina ai territori.

Focus sulla Sicilia e il Sud
In Sicilia, questa asimmetria assume contorni preoccupanti a causa di blocchi del turnover passati e di una distribuzione non omogenea sul territorio regionale. La medicina generale nell’isola sta affrontando una fase di trasformazione forzata: oltre il 75% dei medici di base in Sicilia e nelle altre regioni meridionali ha superato i 27 anni di attività dalla laurea.
Ciò significa che nei prossimi cinque anni si assisterà a un’uscita di massa per pensionamento che rischia di lasciare sguarnite intere aree, specialmente quelle interne e rurali. Le proiezioni del report indicano che la Sicilia sarà tra le aree che subiranno il calo più drastico della densità di medici di famiglia.
La pressione sui professionisti siciliani è evidente: una quota altissima di medici di medicina generale gestisce un numero di assistiti superiore al massimale di 1.500 pazienti. Questo sovraccarico riduce inevitabilmente il tempo dedicato alla prevenzione e al monitoraggio delle cronicità, spingendo l’utenza verso i pronto soccorso per prestazioni che dovrebbero essere gestite sul territorio.
Inoltre, la Sicilia è stata segnalata come una delle regioni che nel 2023 ha faticato a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in modo uniforme, proprio a causa della carenza di personale infermieristico necessario per attivare le nuove Case della Comunità previste dal PNRR.
L’analisi evidenzia come la mancanza di infermieri non sia solo un problema numerico, ma un ostacolo alla modernizzazione: senza queste figure, la telemedicina e l’assistenza domiciliare integrata — fondamentali in un’isola con una complessa orografia e una popolazione anziana — restano obiettivi difficili da raggiungere.
La spesa per l’assistenza a lungo termine in Sicilia rimane ancora troppo sbilanciata sui trasferimenti monetari (indennità) piuttosto che sull’erogazione di servizi diretti, costringendo le famiglie siciliane a farsi carico della gestione dei congiunti non autosufficienti quasi esclusivamente con risorse proprie.
L’ostacolo delle liste d’attesa e l’accesso alle prestazioni
Il rallentamento nell’erogazione delle prestazioni rappresenta la barriera più significativa tra il cittadino e il diritto alla salute. Nel 2023, il 7,6% della popolazione italiana ha dichiarato di aver dovuto rinunciare a visite o esami necessari, un dato quasi raddoppiato rispetto al 2019. Sebbene il sistema sia in grado di gestire con discreta rapidità le procedure chirurgiche una volta che il paziente è inserito nel percorso (con medie di attesa per interventi programmabili tra le più basse in UE), il vero intoppo si riscontra nella fase di primo contatto con lo specialista e nella diagnostica per immagini.
In Italia, oltre il 60% delle segnalazioni di accesso mancato riguarda proprio la difficoltà di ottenere un appuntamento in tempi ragionevoli attraverso il canale pubblico. Questo fenomeno genera una pericolosa “selezione per reddito”: chi vive in condizioni di vulnerabilità economica ha una probabilità 2,6 volte superiore di rinunciare alle cure rispetto alle fasce più abbienti.
Il report chiarisce che la spesa diretta delle famiglie (out-of-pocket) è salita al 27% del finanziamento totale della sanità, un valore sensibilmente più alto della media UE (20%). Molti cittadini, per evitare attese che possono superare i sei o nove mesi per una risonanza o una visita cardiologica, sono costretti a rivolgersi al settore privato, pagando interamente la prestazione.
Nelle regioni del Sud e in particolare in Sicilia, il problema è amplificato dalla gestione dei flussi di prenotazione e dalla saturazione delle strutture. La carenza di personale analizzata nel capitolo precedente si riflette direttamente sulla capacità delle ASL siciliane di smaltire le code accumulate durante gli anni della crisi pandemica.
Il report evidenzia come i tempi di attesa lunghi alimentino la mobilità sanitaria passiva: molti residenti siciliani, scoraggiati dalle tempistiche locali, scelgono di spostarsi verso centri di eccellenza nel Centro-Nord, contribuendo a un deflusso finanziario che impoverisce ulteriormente il bilancio sanitario regionale.
Inoltre, il documento sottolinea come la digitalizzazione dei sistemi di prenotazione (CUP) sia ancora frammentata. In molte aree del Mezzogiorno, la mancata integrazione tra le agende del pubblico e del privato convenzionato impedisce una gestione ottimale delle risorse disponibili, creando ulteriori rallentamenti.
Questa situazione non solo peggiora la qualità della vita dei malati cronici, ma aumenta anche i costi a lungo termine per il sistema: una diagnosi oncologica o cardiologica ritardata di sei mesi a causa di una lista d’attesa bloccata si traduce spesso in interventi più complessi e costosi in fase acuta, oltre a ridurre drasticamente le probabilità di successo terapeutico per il paziente.
Prevenzione e Screening: il divario Sud-Isole
Nonostante l’Italia registri il secondo tasso di mortalità prevenibile più basso dell’Unione Europea, la performance nei programmi di screening oncologico rimane un’area di forte criticità e profonda disomogeneità. La partecipazione non ha ancora recuperato i volumi precedenti alla crisi del 2020 e soffre di disparità geografiche impressionanti.
Il Country Health Profile 2025 evidenzia infatti una contraddizione strutturale: il Paese ottiene risultati molto positivi nella riduzione dei decessi evitabili, ma fatica a garantire uniformità nell’accesso agli screening oncologici, nelle campagne vaccinali e nei servizi di prevenzione primaria.
Nel 2022 l’Italia ha registrato il secondo tasso più basso dell’Unione Europea di mortalità prevenibile, con valori inferiori di circa un terzo rispetto alla media continentale. Questo dato riflette l’efficacia storica di alcune politiche sanitarie pubbliche, in particolare nel controllo delle malattie cardiovascolari e nella presa in carico precoce delle patologie croniche.
Tuttavia, la pandemia ha lasciato effetti persistenti sui servizi territoriali, rallentando programmi di screening, visite preventive e attività diagnostiche.
Uno degli elementi centrali del report riguarda proprio la difficoltà del sistema sanitario italiano nel recuperare pienamente i livelli di prevenzione precedenti al 2020. I programmi di screening oncologico restano infatti inferiori ai volumi pre-pandemia e continuano a essere caratterizzati da profonde differenze regionali.
Per quanto riguarda il tumore al seno, nel 2023 la copertura degli screening organizzati per le donne tra 50 e 69 anni si è fermata al 55%, ancora lontana dal 61% registrato nel 2019. Durante la pandemia il dato era precipitato al 51%, segnale dell’interruzione delle attività territoriali e della riduzione delle prestazioni non urgenti. Nonostante una parziale ripresa, la crescita si è successivamente arrestata.
Situazione simile per lo screening del tumore del colon-retto. Dopo il crollo del 2020, la partecipazione è risalita solo temporaneamente per poi tornare a diminuire nel 2023, fermandosi al 35%. Gli screening cervicali mostrano invece segnali leggermente più positivi grazie alla progressiva introduzione del test HPV-DNA, ma anche in questo caso l’Italia resta sotto la media europea: la copertura nazionale è intorno al 41%, contro il 58% medio UE.

Dietro i dati nazionali si nasconde però una geografia sanitaria profondamente diseguale. Il report evidenzia che nelle regioni del Sud e delle Isole intere fasce di popolazione restano escluse dai percorsi organizzati di prevenzione. In Calabria, ad esempio, meno del 12% delle donne eleggibili ha partecipato agli screening mammografici organizzati, contro percentuali che in diverse regioni del Nord si avvicinano o superano il 50%.
La Sicilia rientra pienamente in questo scenario di criticità. Le difficoltà organizzative della prevenzione territoriale si intrecciano con carenze strutturali del personale sanitario, minore capacità amministrativa e ritardi storici nell’assistenza territoriale. Secondo il monitoraggio del Nuovo Sistema di Garanzia, diverse regioni meridionali continuano infatti a non raggiungere le soglie minime nell’area della prevenzione, mostrando livelli inferiori agli standard nazionali in screening, vaccinazioni e controlli di sanità pubblica.
Questa disomogeneità produce effetti concreti sulla salute della popolazione. Una minore adesione agli screening comporta diagnosi più tardive, terapie più invasive e minori probabilità di sopravvivenza. Nei tumori oncologici, soprattutto mammella, colon-retto e cervice uterina, la tempestività diagnostica resta uno degli elementi decisivi per ridurre la mortalità.
Il report collega direttamente queste fragilità al fenomeno della mobilità sanitaria. Nelle regioni meridionali molti pazienti scelgono di rivolgersi a strutture del Centro-Nord non soltanto per interventi complessi, ma anche per percorsi diagnostici e terapeutici considerati più rapidi o affidabili. Oltre l’8% dei ricoveri acuti dei residenti del Sud avviene infatti fuori regione, un dato che riflette la persistente percezione di disuguaglianza nell’accesso alle cure.

Le difficoltà della prevenzione non riguardano soltanto gli screening oncologici ma anche le campagne vaccinali. L’Italia mantiene livelli elevati di copertura per alcune vaccinazioni pediatriche, come il morbillo, grazie all’introduzione dell’obbligo vaccinale nel 2017. Tuttavia il rapporto segnala la presenza di ampie sacche di popolazione adulta non immunizzata. Nel 2024 i casi di morbillo sono aumentati sensibilmente, superando quota mille, con una prevalenza molto elevata tra adulti non vaccinati.
Anche sul fronte del papillomavirus umano (HPV) emergono difficoltà. Nonostante la vaccinazione sia gratuita e raccomandata dall’età di 11 anni, la copertura tra le adolescenti resta inferiore agli obiettivi europei. Nel 2024 solo il 55% delle quindicenni italiane aveva completato il ciclo vaccinale, contro il 63% medio europeo. Il dato riflette problemi di adesione, campagne informative discontinue e forti differenze regionali nell’organizzazione vaccinale.
La prevenzione in Italia continua inoltre a essere fortemente condizionata dal contesto socioeconomico. Le persone con livelli di reddito e istruzione più bassi partecipano meno frequentemente agli screening e accedono con maggiore difficoltà ai percorsi preventivi. Nelle aree economicamente più fragili, la combinazione tra precarietà sociale, minore alfabetizzazione sanitaria e carenze territoriali tende ad amplificare il rischio di diagnosi tardive.

Secondo il report, uno dei problemi principali riguarda proprio la capacità dei sistemi regionali di intercettare la popolazione target. Le regioni con migliori performance preventive sono quelle che hanno sviluppato reti territoriali più integrate, sistemi di chiamata attiva efficienti e maggiore coordinamento tra medicina generale, distretti sanitari e servizi di screening.
Al contrario, nelle aree dove la medicina territoriale è più debole, gli screening restano spesso frammentati, con adesioni discontinue e forte dipendenza dall’iniziativa individuale del cittadino. È un elemento particolarmente rilevante nel Mezzogiorno, dove la prevenzione tende a essere meno strutturata e maggiormente influenzata dalle condizioni economiche delle famiglie.
Il quadro delineato dal monitoraggio europeo mostra quindi una sanità italiana capace di ottenere risultati eccellenti sugli indicatori generali di salute, ma ancora segnata da profonde fratture territoriali. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare la prevenzione da servizio diseguale e intermittente a infrastruttura stabile e omogenea su tutto il territorio nazionale.
Farmaci e innovazione: il dato territoriale
Il sistema farmaceutico italiano è dominato dagli acquisti ospedalieri, che assorbono circa i tre quarti della spesa totale, quasi il doppio della media UE. Questo modello garantisce un rapido accesso alle terapie innovative ma genera frequenti sforamenti del budget, che nel 2024 hanno superato i 4 miliardi di euro.
Sul territorio, la penetrazione dei farmaci generici rimane modesta: solo il 29% dei volumi, contro oltre il 50% della media europea.

Il dato territoriale rivela un divario culturale ed economico: nel Nord la spesa per i generici rappresenta il 40% del totale dei medicinali a brevetto scaduto, mentre al Sud e nelle Isole (Sicilia e Sardegna) questa quota scende al 23%.
Questo comportamento costringe i cittadini delle regioni meridionali, spesso con redditi inferiori, a sostenere costi aggiuntivi per coprire la differenza di prezzo con i farmaci di marca, per un totale nazionale di oltre un miliardo di euro di pagamenti evitabili.
FONTE DATI: Edizione 2025 del Country Health Profile-Italy
Nota Metodologica
Il report “Country Health Profile 2025: Italy” adotta un approccio analitico rigoroso volto a garantire la comparabilità dei dati tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea. Il processo di elaborazione è gestito congiuntamente dall’OCSE e dall’Osservatorio Europeo sulle Politiche e i Sistemi Sanitari, con il supporto della Commissione Europea.
La metodologia si fonda su tre pilastri:
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Integrazione delle fonti ufficiali: Vengono utilizzati i dataset di Eurostat e i database sulla salute dell’OCSE, validati per assicurare standard elevati di coerenza. Per l’Italia, un ruolo centrale è svolto dalle statistiche del Ministero della Salute e dell’ISTAT, incluse le rilevazioni del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) per il monitoraggio dei LEA regionali.
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Multidimensionalità dei dati: Oltre alle statistiche di mortalità e spesa, il profilo integra indagini campionarie come la Health Behaviour in School-Aged Children (HBSC) per i giovani e la Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe (SHARE) per la popolazione anziana.
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Analisi Qualitativa e Validazione: Il documento beneficia dei commenti della rete Health Systems and Policy Monitor e di gruppi di esperti europei. I dati sono stati finalizzati nel settembre 2025 su base di informazioni accessibili fino alla prima metà dello stesso mese. Questo garantisce che l’analisi rifletta non solo i numeri storici, ma anche l’impatto delle riforme recenti, come quelle finanziate dal PNRR per la digitalizzazione e il rafforzamento territoriale.




