In Sicilia circa 390.000 cittadini hanno rinunciato a una visita specialistica e circa 280.000 a un accertamento diagnostico. La rinuncia alle cure non riguarda solo l’accesso alle prestazioni, ma anche la sostenibilità economica dei percorsi di cura. Quando il cittadino non riesce ad accedere al pubblico in tempi compatibili con il proprio bisogno e non può sostenere il costo del privato, visite, esami e terapie rischiano di essere rinviati o abbandonati. Il problema produce effetti sull’intero sistema. Se il territorio non intercetta il bisogno, una parte della domanda di salute può spostarsi sugli ospedali, aumentando la pressione su Pronto soccorso e reparti.
È da queste criticità che ha preso avvio il confronto a Palazzo dei Normanni, tenutosi oggi 10 giugno, dove l’Assessorato regionale della Salute, guidato da Marcello Caruso, e l’Assessorato regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro, guidato da Nuccia Albano, hanno indicato nell’integrazione tra sanità e sociale una possibile risposta alla frammentazione del sistema.
Il convegno, dal titolo “Integrazione sociosanitaria in Sicilia: dalla criticità alla proposta”, ha riunito istituzioni, mondo accademico, professionisti del settore sanitario e rappresentanti del Terzo settore. Al centro del dibattito, la necessità di superare una presa in carico frammentata, che oggi pesa soprattutto sui pazienti cronici, sugli anziani fragili, sulle persone non autosufficienti e sulle famiglie costrette spesso a orientarsi da sole tra ospedale, territorio, servizi sociali e assistenza domiciliare.
Le criticità
A fare da riferimento al confronto è stato il Rapporto “Sussidiarietà e salute” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato nel corso dell’incontro dal presidente Giorgio Vittadini, che ha indicato nel crescente peso del bisogno sociosanitario uno dei nodi principali per il futuro del sistema.
“Il Rapporto Sussidiarietà e salute, presentato oggi a Palermo, dà evidenze abbastanza sconcertanti. La prima è che oggi il sociosanitario è diventato quasi più importante del sanitario. La speranza di vita è di 83 anni, ma la speranza di vita in buona salute è di 58 anni. Questo significa che ci sono circa 25 anni in cui si vive male. Spesso con tante patologie e con bisogni che non trovano sempre risposte adeguate. Che la sanità venga amministrata da alcuni enti e il sociosanitario da altri crea gravissimi problemi alla gente. Significa difficoltà di accesso, tempi d’attesa, rinuncia alle cure e aumento della spesa per ottenere questi servizi quando si riescono ad avere”.
“Abbiamo una quota rilevante di spesa out of pocket, sostenuta direttamente dai cittadini, e questo crea discriminazione soprattutto per chi è povero, per chi ha un basso livello di istruzione e per chi fa più fatica a vivere. È un grandissimo peso per le famiglie, soprattutto quando devono assistere anziani con bisogni complessi, ma anche quando si trovano davanti a problemi di dipendenze dei giovani o di salute mentale. Per questo occorre una riforma che metta al centro la presa in carico del paziente. Il paziente deve diventare il punto di riferimento di un sistema capace di offrire servizi integrati, pubblici e del Terzo settore, per rispondere davvero al bisogno. In caso contrario rischiamo un peggioramento della salute, del Servizio sanitario nazionale e dell’universalismo, con gravi conseguenze per tutti”.
la risposta della Regione
Per Nuccia Albano, assessore regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro, il tema riguarda soprattutto la possibilità di far arrivare gli interventi ai soggetti fragili senza blocchi amministrativi.
“L’integrazione sociosanitaria è sempre stata un vulnus. Da circa un anno interloquiamo con l’Assessorato alla Salute per sburocratizzare le procedure e fare in modo che queste risorse arrivino veramente ai soggetti fragili. Siamo bloccati dalla norma nazionale, ma abbiamo avviato un’interlocuzione anche con il ministero per semplificare ed evitare che tutto resti fermo. Si fanno gli avvisi, ci sono le risorse, ma spesso i cittadini non riescono a fruirne. Il nostro impegno va in questa direzione. Una delle problematiche è che questi fondi arrivano alle famiglie, ma non sempre vengono utilizzati per aspetti sanitari. Noi ci occupiamo della parte sociale e, su questo fronte, lavoriamo anche attraverso avvisi rivolti al Terzo settore con indirizzi specifici”.
Sul piano tecnico, Saverio Ciriminna, consulente DASOE, ha collegato il tema dell’integrazione sociosanitaria a una visione più ampia di sanità pubblica, vicina anche all’approccio One Health, che guarda alla salute come risultato dell’interazione tra persona, ambiente, comunità e servizi territoriali.
“L’applicazione dell’articolo 118 della Costituzione, con la sussidiarietà verticale e orizzontale, impone alla Sicilia di superare i vecchi modelli organizzativi. Occorre muoversi dentro una cornice unica, in cui l’Assessorato alla Salute e l’Assessorato alla Famiglia diventino uno strumento integrato. L’obiettivo è garantire alle persone una corretta e completa assistenza sanitaria e sociale. La persona è una, i bisogni sono molteplici, ma devono essere ricondotti alla centralità della persona”.
“Negli ultimi anni la Regione ha prodotto diversi provvedimenti, ma manca ancora uno strumento politico e gestionale capace di riunificare questa dicotomia. Per questo abbiamo pensato alla creazione di una cabina di regia regionale, presieduta dal segretario generale. Una cabina con la presenza dei due assessorati e con il coinvolgimento di alcuni direttori generali delle aziende sanitarie, per accompagnare le ricadute sul territorio”.
“A livello locale abbiamo il piano di zona, ma spesso resta un documento vuoto. Per questo abbiamo previsto anche la costruzione della conferenza permanente del distretto sociosanitario. In Sicilia abbiamo una condizione favorevole, perché il distretto sociosanitario e il distretto sanitario coincidono per circa il 95%. Il distretto può diventare il punto in cui il cittadino trova risposte attraverso un punto unico di accesso, sanitario e sociale”.
Giacomo Scalzo, dirigente generale del DASOE, ha ribadito che: “L’incontro di oggi è stato fortemente voluto dal DASOE e dall’Assessorato regionale alla Salute. Perché, come dirigenti pubblici e in particolare come dirigenti della sanità, abbiamo responsabilità precise nei confronti della popolazione e di ogni singolo cittadino che chiede di essere aiutato. Rispondiamo alla Costituzione italiana, che riconosce il diritto alla salute e richiama i principi di equità e uguaglianza. Tutti i cittadini devono poter ricevere risposte adeguate”.
“Abbiamo scelto il lavoro del Rapporto Sussidiarietà e salute perché rappresenta un riferimento scientifico e culturale di alto livello. Abbiamo una grande responsabilità. Nei confronti del presidente della Regione, Renato Schifani, dell’assessore regionale alla Salute, Marcello Caruso. Ma soprattutto dei siciliani, ai quali dobbiamo dare risposte. Il binomio tra salute e sociale è decisivo per dare ai cittadini risposte certe, soprattutto nelle situazioni più fragili, quando il bisogno sanitario si intreccia con quello assistenziale. Penso agli anziani e a tutte le persone per le quali la componente sociale diventa parte essenziale della cura. Su questo dobbiamo costruire risposte concrete, capaci di collegare il bisogno sanitario con quello sociale”.
Al termine dell’evento, Teresa Minghetti, per l’Ordine dei medici di Palermo, e il rettore dell’Università degli Studi di Palermo Massimo Midiri, hanno sottolineato il valore di un impegno comune tra sanità, professioni e università. Oltre alla formazione degli operatori, è emersa la centralità dell’istruzione dei cittadini. Conoscere i servizi, i propri diritti e i percorsi disponibili aiuta le persone a orientarsi meglio nel sistema. È un passaggio decisivo anche alla luce del PNRR, che punta sul rafforzamento della sanità territoriale e su una presa in carico più vicina ai bisogni reali della popolazione.



