Si è tenuta oggi a Napoli la presentazione della XVI edizione del Rapporto “Amministratori Sotto Tiro”, realizzato dall’associazione Avviso Pubblico – Enti Locali e Regioni contro mafie e corruzione. Il Rapporto monitora e analizza gli atti di intimidazione, minaccia e violenza rivolti agli amministratori locali e al personale della Pubblica amministrazione, offrendo un quadro aggiornato di un fenomeno che continua a rappresentare una grave minaccia per la vita democratica delle comunità. L’iniziativa è promossa da ANCI Nazionale, ANCI Campania, Avviso Pubblico e Prefettura di Napoli.
A seguire, presso la Sala delle Muse della Prefettura di Napoli, ha avuto luogo la presentazione del Rapporto. Dopo i saluti di Paola Fiorillo, avvocata e rappresentante di Confprofessioni, sono intervenuti: Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli e Presidente di ANCI Nazionale; Roberto Montà, Presidente di Avviso Pubblico; Francesco Morra, Presidente di ANCI Campania; Vincenzo Cuomo, Assessore al Governo del Territorio e Patrimonio Regione Campania; Wanda Ferro, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno. La presentazione dei principali dati del Rapporto sarà affidata a Claudio Forleo, curatore del dossier e responsabile dell’Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico e Andrea Carboni, direttore analisi di Acled (Armed Conflict Location & Event Data). Modera l’evento il Prefetto di Napoli, Michele di Bari.
Una mappa del rischio: una minaccia ogni 28 ore
Con la fascia tricolore schierati dietro lo striscione di “Avviso pubblico” per dire basta alle intimidazioni contro gli amministratori locali in tutta Italia. I dati dicono che gli amministratori ricevono una minaccia ogni 28 ore: 309 casi nel 2025 da Bolzano a Porto Palo di Capo Passero. Oltre 1500 chilometri dello stivale ‘bersagliati’ da un fuoco di intimidazioni e aggressioni contro sindaci, assessori, consiglieri comunali e regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione. Numeri che raccontano quanto “sia difficile e in alcuni casi pericoloso” in alcuni territori essere amministratore.
I dati diffusi dal rapporto ‘Amministratori sotto tiro’, realizzato da Avviso pubblico e presentato a Napoli, dicono che dal 2010 al 2026 la vita di 1.736 comuni italiani è stata segnata da una scia di violenza a colpi di lettere minatorie, incendi, insulti e perfino pestaggi. In tutto 6.025 episodi. Il 57% dei casi è stato registrato nelle quattro regioni in cui sono nate le mafie storiche: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia.
In particolare, le prime quattro province più colpite – in ordine Napoli, Cosenza, Reggio Calabria e Palermo – hanno raccolto da sole il 20 per cento delle intimidazioni registrate sull’intero territorio nazionale. Nel resto d’Italia, competono le città più ricche e più grandi: in primis la capitale Roma. A seguire, Milano.
Le intimidazioni più diffuse: dal fuoco del Sud ai social del Nord
Dal Rapporto emerge che la forma di intimidazione più diffusa nel Mezzogiorno sono gli incendi, mentre al Centro-Nord prevalgono lettere, messaggi minatori e minacce veicolate attraverso i social network. Un caso su quattro trae origine dal malcontento di singoli cittadini per decisioni amministrative ritenute sgradite.
E’ la Puglia a detenere il primato, nel 2025, con 51 casi, seguita dalla Campania (37), dalla Sicilia (35) e dalla Calabria (32). La Lombardia con 30 casi è in testa alla classifica del Centro-Nord, seguita da Veneto e Lazio.
Un dato resta pressoché costante: nella maggioranza dei casi ad essere colpiti sono i Comuni più piccoli: il 57 per cento al di sotto dei 20mila abitanti, il 22 per cento in Comuni tra i 20mila e i 50mila abitanti. mentre il restante 21 per cento riguarda quelli con oltre 50mila abitanti.
“Quando si colpisce un amministratore locale, si colpisce la democrazia di un territorio, un’intera comunità, una famiglia, non solo una singola persona – ha affermato Roberto Montà, presidente Avviso pubblico – per questo è importante che, quando accade, si mobiliti tutta la cittadinanza, le forze politiche, la stampa e tutti gli altri soggetti che rivestono un ruolo significativo nella società. Non rassegniamoci a considerarlo un male incurabile. Ma perché questo fenomeno sia ridimensionato c’è bisogno di attenzionarlo”.
“Il Rapporto – ha aggiunto Montà – presenta dati allarmanti, soprattutto in determinate zone del Paese, che non si limitano al solo Mezzogiorno d’Italia, e dietro queste azioni brutali non ci sono solo gli interessi della criminalità organizzata, ma anche quelli che affondano le radici nei contexts sociali ed economici dei territori colpiti“.
Napoli è la provincia italiana più colpita dal fenomeno delle intimidazioni agli amministratori locali in una regione, la Campania, in cui in 16 anni sono stati 872 i casi, alla media di 54,5 ogni anno, oltre 4 casi al mese, uno a settimana. Negli ultimi 10 anni sono stati 220 i Comuni finiti sotto tiro, di cui ben 63 hanno subito minacce per tre o più anni consecutivi. Nel 2025 si è registrato il 51 per cento dei tentativi di condizionamento a suon di intimidazioni: 16 casi distribuiti in 11 Comuni.
“Il tema delle intimidazioni e delle aggressioni nei confronti degli amministratori locali è oggi una questione centrale per la tenuta democratica del Paese – ha sottolineato il presidente Anci Campania, Francesco Morra – un attacco a un sindaco è un attacco alla democrazia perché mira a condizionare le decisioni pubbliche e a inquinare il libero percorso delle istituzioni attraverso la paura, le pressioni e le minacce. Per questo riteniamo necessario un intervento legislativo nazionale più incisivo – ha aggiunto – capace di rafforzare gli strumenti di prevenzione e repressione e di introdurre anche nuove fattispecie di reato per chi tenta di condizionare l’azione degli amministratori locali. Lo Stato deve dare una risposta chiara e forte a chi pensa di poter limitare la libertà di chi è chiamato a governare i territori”.
Un altro tema che secondo Morra va affrontato è quello dello scioglimento degli enti locali e della tutela dei sindaci: “Sono importanti e apprezzabili le iniziative che il ministero dell’Interno sta portando avanti sul fronte del contrasto alle infiltrazioni e della protezione degli amministratori – ha proseguito – ma occorre fare un passo ulteriore: i sindaci, soprattutto quelli che operano nei contesti più esposti, devono poter contare su strumenti di tutela più efficaci, su un maggiore sostegno istituzionale e sulla certezza di non essere lasciati soli nell’esercizio delle loro funzioni”.
Alcuni casi in Sicilia nel 2025: quando i numeri diventano volti, storie e minacce
Dietro la fredda statistica dei 35 casi che collocano la Sicilia sul triste podio nazionale delle intimidazioni, si nasconde una realtà quotidiana fatta di tensioni, minacce dirette e amministrazioni costrette a operare in un clima di costante trincea. Se il Rapporto di Avviso Pubblico evidenzia come una percentuale significativa delle aggressioni tragga origine dal malcontento di singoli cittadini o dalle pressioni della criminalità organizzata, la cronaca siciliana recente ne offre una conferma plastica.
La violenza non risparmia nessun territorio, muovendosi dalle grandi province alle comunità più piccole, e colpisce indistintamente i primi cittadini nel momento in cui decidono di esercitare con fermezza le proprie prerogative istituzionali.
Una dinamica evidente, riconducibile alla gestione dell’ordine pubblico e alle regole della convivenza civile, si è consumata nel luglio del 2025 a Bagheria, in provincia di Palermo. Il sindaco Filippo Maria Tripoli è diventato il bersaglio di pesanti attacchi e offese veicolate tramite i social network, in particolare attraverso un video diffuso su TikTok da un venditore ambulante locale. La dura reazione e le minacce digitali sono scattate immediatamente dopo l’emanazione di un’ordinanza restrittiva anti-alcolici, una decisione fortemente voluta dal primo cittadino per tutelare la sicurezza dei giovani e contrastare la mala movida. Questo episodio solleva il velo su una tendenza in forte crescita anche nel Mezzogiorno: l’uso delle piattaforme social come cassa di risonanza per l’intolleranza amministrativa, dove il risentimento individuale per un provvedimento sgradito si trasforma rapidamente in aggressione verbale pubblica.
Dalle piattaforme digitali alla violazione fisica dei luoghi della democrazia, il passo è drammaticamente breve. Verso la fine di ottobre del 2025, ad Adrano, nella provincia di Catania, l’aula consiliare è stata teatro di una gravissima aggressione verbale ai danni del sindaco Fabio Mancuso. Le minacce sono state pronunciate direttamente durante lo svolgimento di una seduta ordinaria del Consiglio comunale, alla presenza insolita e dolorosa di una delegazione di studenti che assisteva ai lavori. L’episodio ha scosso profondamente la comunità locale e le forze politiche, portando alla convocazione urgente di un’assise straordinaria per approvare un ordine del giorno unanime contro la violazione delle istituzioni. Il caso di Adrano dimostra come l’aula consiliare, che dovrebbe essere il tempio del dialogo e del confronto civile, rischi di essere considerata da provocatori estranei come una zona franca priva di regole democratiche.
La persistenza delle minacce nel tempo trova invece un esempio emblematico a Floridia, nel siracusano. Nel corso degli ultimi anni, culminando con l’ennesimo episodio registrato all’inizio del 2026, il giovane sindaco Marco Carianni è stato destinatario di una sistematica campagna intimidatoria basata sul recapito di ben sette lettere anonime. L’ultima missiva conteneva pesanti insulti personali e oscuri presagi sul suo futuro politico e personale.
Carianni ha scelto la via della denuncia pubblica e della fermezza istituzionale, dichiarando apertamente di non avere paura e di considerare quelle lettere come una medaglia al valore per il proprio impegno alla guida della città. Una vicenda che descrive la solitudine e la pressione psicologica a cui sono sottoposti gli amministratori locali, bersagliati da anonimi che tentano di logorarne la resistenza quotidiana.
Il territorio palermitano, identificato dal rapporto tra le aree a più alta densità criminale e di condizionamento, ha registrato altri due casi di eccezionale gravità nell’autunno e nell’inverno del 2025. All’inizio di novembre, il sindaco di Vicari, Antonio Miceli, è stato vittima di un vile atto intimidatorio che ha sollevato un’ondata di solidarietà bipartisan da parte delle autorità metropolitane e regionali.

Poche settimane dopo, a metà dicembre del 2025, le minacce di morte hanno preso di mira la sindaca di Termini Imerese, Maria Terranova. Già al centro di passate intimidazioni, la prima cittadina è finita nuovamente nel mirino a causa delle sue rigide e coraggiose prese di posizione a favore della legalità, in particolare sul delicato e storicamente opaco fronte della gestione e dell’assegnazione degli alloggi popolari. Il caso di Termini Imerese racconta perfettamente l’intersezione tra il bisogno di legalità ordinaria e la reazione violenta di chi vede scardinati i propri privilegi abusivi.
La vera piaga del Mezzogiorno d’Italia rimane l’uso distruttivo del fuoco per colpire gli amministratori, spesso prendendo di mira i loro affetti o i beni personali e familiari per lanciare avvertimenti mafiosi. Questo schema criminale si è palesato in tutta la sua brutalità a Portopalo di Capo Passero, nel siracusano, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Un gravissimo incendio doloso ha completamente distrutto l’attività commerciale di famiglia del sindaco Rachele Rocca. Un attacco mirato e devastante che ha colpito il cuore economico e affettivo della prima cittadina, configurandosi come un vero e proprio atto di terrorismo psicologico volto a condizionare la guida politica del comune marinaro.
Infine, la dimostrazione che il pericolo non risparmia nemmeno le realtà demografiche più piccole – che secondo il Rapporto rappresentano il 57% dei Comuni colpiti – arriva da Calamonaci, un piccolo centro nell’agrigentino. Negli ultimi giorni di dicembre del 2025, il sindaco Pellegrino Spinelli ha ricevuto una minaccia di morte brutale e diretta: “Un bel buco in fronte non te lo leva nessuno”. Una frase che sintetizza lo squallore e la violenza criminale che i sindaci dei piccoli borghi devono affrontare, spesso privi di scorte, tutele adeguate o strutture di polizia strutturate sul territorio.
Tutti questi eventi, distribuiti lungo l’arco di pochi mesi, offrono uno spaccato inquietante della realtà siciliana. Che si tratti del rancore per un’ordinanza commerciale, delle pretese sui beni pubblici o del controllo del territorio da parte delle consorterie criminali, la figura del sindaco resta l’avamposto più esposto e vulnerabile della Repubblica. Un bersaglio mobile che necessita di risposte legislative rapide e, soprattutto, del rifiuto categorico dell’indifferenza da parte delle comunità che è chiamato a proteggere.





