In una mattinata fredda e piovosa di 40 anni fa l’aula bunker dell’Ucciardone diventò il palcoscenico di un evento rimasto negli annali della storia giudiziaria italiana.
In questo edificio dall’aspetto imponente, descritto come un’astronave e realizzato in appena sei mesi, lo Stato si apprestava a dare una risposta forte e spettacolare alla sfida del terrore mafioso. Era il 10 febbraio 1986. Pubblico e giornalisti si misero in fila per assistere all’apertura di un dibattimento che aveva una grande eco mediatico. C’erano cronisti venuti da tutto il mondo, decine di cameramen e di fotoreporter. La risposta che lo Stato si apprestava a dare alla catena di feroci omicidi (politici, magistrati, investigatori, giornalisti) aveva generato un atto d’accusa dai grandi numeri con 475 imputati e decine di pentiti.
In testa Tommaso Buscetta che al giudice Giovanni Falcone, che aveva istruito il processo, aveva svelato traffici e crimini di Cosa nostra. In aula, a rappresentare la Procura, i pm Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. Ad eccezione dei boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, latitanti di lungo corso, quel giorno nell’aula bunker comparvero i più noti personaggi della mafia. Sotto un sorriso beffardo Luciano Liggio esibiva una tuta sportiva e stringeva un sigaro spento tra le dita. Pippo Calò sfoggiava un’eleganza disciplinata. Michele Greco, il ‘papa’ della mafia, sarebbe stato arrestato dopo e avrebbe portato in aula espressioni e ritualità sacrali citando brani della Bibbia, il libro che gli trovarono nel covo in campagna in cui trascorreva una scomoda latitanza, lui che frequentava i salotti di Palermo. Tra gli imputati a piede libero spiccavano le figure dei cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori ammanigliati con la politica. Nino sarebbe morto in una clinica svizzera, Ignazio sarebbe stato ucciso davanti alla sua villa. Buscetta era l’uomo più atteso. Tratto elegante, accusatore spietato.
Nella memoria sono rimaste le immagini iconiche del suo confronto con Calò, letteralmente distrutto da Buscetta tanto che nessun imputato volle più fare con lui i confronti ripetutamente richiesti. Il dibattimento era presieduto, dopo il rifiuto di tanti altri giudici, da Alfonso Giordano, un mite magistrato che veniva dal civile e che avrebbe rivelato un temperamento deciso, specie quando i difensori tentarono di demolire il processo prima chiedendo la lettura integrale degli atti giudiziari (un decreto del governo lo impedì) e poi reclamando la ricusazione del presidente, subito respinta. Il giudice a latere era Pietro Grasso, amico di Falcone, che anni dopo il maxiprocesso sarebbe diventato procuratore di Palermo, capo della Dna e infine presidente del Senato.
Dopo 349 udienze la corte aveva deciso: 19 ergastoli, condanne per 2665 anni, 114 assoluzioni. L’impianto del processo che per la prima volta affermava l’unitarietà e la struttura verticistica di Cosa nostra, sarebbe stato confermato in appello e in Cassazione, dove il 30 gennaio 1992 fu scritto l’ultimo atto. I colpi ai clan furono durissimi, ma quello non fu un finale di partita. La mafia non era ancora sconfitta. Il primo segnale arrivò il 12 marzo 1992 con l’uccisione dell’eurodeputato Salvo Lima, descritto come il referente dal quale i boss aspettavano un intervento per “aggiustare” il processo. Subito dopo arrivarono le stragi di Capaci e via D’Amelio costata la vita a un altro padre del maxi, Paolo Borsellino.
In ricordo dei 40 dal Maxiprocesso a Cosa nostra centinaia di studenti e insegnanti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e rappresentanti dell’avvocatura questa mattina stanno partecipando a “Dentro il Maxiprocesso Memoria e tecnologia a 40 anni dall’inizio del processo alla mafia”, evento organizzato da Addiopizzo Travel, in collaborazione con il tribunale di Palermo e la Rai nell’aula bunker del carcere Ucciardone nell’ambito delle iniziative per l’anniversario.

“Quaranta anni fa si celebrava la prima udienza del Maxiprocesso, con lo Stato che ha messo alla sbarra centinaia di mafiosi in un tempo nel quale veniva negata l’esistenza stessa di cosa nostra e in una Palermo rassegnata alla violenza mafiosa e a una cultura dell’indifferenza. Insieme a migliaia di studenti quel giorno partecipavo a un corteo per le vie del capoluogo per ribadire il nostro impegno contro la mafia ed esprimere il consenso verso un evento che sarebbe diventato un pezzo di storia: le famiglie mafiose a processo, proprio a Palermo. La spinta dell’opinione pubblica ha consentito alla nostra terra di fare grandi passi avanti nella lotta alla criminalità organizzata, ma attenzione a non sottovalutare una mafia che è tornata ad essere attrattiva con una cultura improntata all’uso disinvolto delle armi, alla sopraffazione e alla violenza. La memoria è uno strumento: serve a ricordare cosa era diventata Palermo e serve a ricordarci di non abbassare la guardia, perché, come diceva Giovanni Falcone, se vogliamo sconfiggere la mafia dobbiamo tenere sempre alta quella tensione civile”. Lo ha detto Antonello Cracolici, presidente della commissione Antimafia all’Ars, a margine dell’iniziativa organizzata da Addiopizzo Travel, in collaborazione con il tribunale di Palermo e la Rai nell’aula bunker del carcere Ucciardone in occasione del 40esimo anniversario del Maxiprocesso.





