In Sicilia la prevenzione oncologica continua a muoversi a due velocità, con territori che rispondono e altri che restano ai margini, mentre la diagnosi arriva ancora troppo tardi. È dentro questa frattura che il ruolo dei sindaci torna al centro del dibattito sulla sanità territoriale, non come funzione sanitaria diretta, ma come leva decisiva per trasformare i programmi in partecipazione reale.
“Il quadro normativo non assegna ai Comuni una competenza sanitaria diretta, ma li colloca dentro la governance del sistema. La Legge 833/1978 ha costruito un modello in cui la prevenzione è organizzata dalle Aziende sanitarie. Mentre il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 richiama esplicitamente il coinvolgimento delle comunità locali. In questo spazio si inserisce il livello comunale, che resta il più vicino ai cittadini e quindi decisivo per la partecipazione agli screening. Apparentemente i sindaci sarebbero tagliati fuori da questa riforma del territorio. Perché non hanno un ruolo diretto ed esplicito, ma in realtà possono assumere una funzione decisiva nella dorsale sociosanitaria, soprattutto nei confronti dei cittadini più fragili, spesso privi di un tessuto familiare e sociale”. A spiegarlo è Luigi Galvano, segretario provinciale della Federazione italiana Medici di Medicina Generale di Palermo e consigliere dell’Ordine dei medici.
Il nodo dell’adesione
I dati del Ministero della Salute e dell’Osservatorio Nazionale Screening evidenziano che in Sicilia l’adesione ai programmi di screening oncologico organizzato resta inferiore alla media nazionale. La mammografia si attesta intorno al 45%, contro una media italiana superiore al 55%. Lo screening cervicale oscilla tra il 30% e il 40%, a fronte di un dato nazionale tra il 45% e il 50%. Ancora più basso il colon-retto, tra il 15% e il 25%, mentre in Italia si supera il 30%. A pesare non è solo il dato medio, ma la forte variabilità territoriale, con differenze marcate anche tra comuni vicini.
Gli screening rientrano nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) e rappresentano quindi un diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale. Quando l’adesione resta bassa o disomogenea, questo diritto si traduce in un accesso diseguale, che si riflette soprattutto nei contesti socialmente più fragili e nei territori dove il rapporto con le istituzioni sanitarie è più debole.
Accanto a questi programmi, esistono altre aree di prevenzione, dalla salute sessuale alle patologie cardiovascolari, che non seguono modelli organizzati uniformi ma dipendono ancora di più dalla capacità dei territori di intercettare i cittadini. Anche in questi ambiti, il ruolo della prossimità e della medicina territoriale diventa determinante.
“Abbiamo dati estremamente variabili e mutevoli, anche tra paesi e città vicine. Questo significa che il problema non è solo nell’offerta sanitaria, ma nella capacità dei territori di raggiungere i cittadini. Per questo i sindaci possono entrare in una vera area di programmazione, mettendo a disposizione spazi, facilitando l’informazione e costruendo un rapporto diretto con la popolazione”, aggiunge.
Prevenzione, territorio e responsabilità istituzionale
In questo passaggio si inserisce anche il ruolo della medicina generale. Rappresenta spesso il primo punto di contatto con il sistema sanitario e può orientare concretamente l’adesione ai programmi di prevenzione. Questo ruolo si inserisce nella più ampia riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal Decreto Ministeriale 77/2022, nell’ambito della Missione Salute del PNRR. Il decreto, infatti, introduce le Case della Comunità, presidi di prossimità in cui devono essere garantiti interventi di prevenzione, promozione della salute e programmi di screening. In questo modello, la collaborazione con i territori e con le amministrazioni locali diventa essenziale per intercettare la popolazione e rendere effettiva la partecipazione.
“Questo è un ruolo che i sindaci devono prendersi fino in fondo, senza aspettare che venga assegnato formalmente. Devono lavorare sui dati, entrare nei processi di programmazione. Ma soprattutto costruire un rapporto diretto con le aziende sanitarie, con i cittadini e mettere a disposizione spazi. Alcuni comuni lo fanno già, e si vede nei dati, ma molti altri devono fare di più. Perché oggi il vero problema non è solo organizzare gli screening, ma garantire la partecipazione. Senza il territorio questo non accade. Se non si interviene su questo, continueremo ad avere diagnosi tardive e pazienti che arrivano quando la malattia è già avanzata. La prevenzione si gioca qui, nella capacità di arrivare prima delle malattie”, conclude.





