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Lo studio

Ciclone Harry, un evento estremo amplificato dal cambiamento climatico: perché non è stato ‘un ciclone come tanti’

martedì 3 Febbraio 2026

Il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio 2026 ha colpito duramente la Sicilia, la Sardegna e la Calabria, non può essere archiviato come uno dei tanti cicloni invernali che periodicamente interessano il Mediterraneo.

Sebbene i cicloni mediterranei non siano un fenomeno nuovo per la nostra area, Harry si è distinto per l’intensità complessiva degli impatti, la persistenza delle condizioni avverse e l’ampiezza territoriale degli effetti, risultando un evento eccezionale nel contesto climatico recente. Le analisi meteorologiche e climatiche concordano nel definire questo episodio come il risultato di condizioni atmosferiche straordinarie, la cui intensità è stata amplificata dal cambiamento climatico causato dall’uomo.

La tempesta ha portato piogge torrenziali, venti molto forti e mareggiate estreme, con onde fino a 9–10 metri lungo le coste ioniche e tirreniche. In Sicilia orientale le precipitazioni cumulative hanno superato localmente i 150 mm, causando alluvioni improvvise, esondazioni fluviali e danni estesi a centri abitati, infrastrutture e attività economiche. Le aree costiere sono state tra le più colpite, con gravi fenomeni di erosione, danni a porti, ferrovie e lungomari e l’allagamento di quartieri costieri a bassa quota. Le stime preliminari parlano di danni compresi tra 700 milioni e oltre 1 miliardo di euro nella sola Sicilia.

Un elemento cruciale per valutare la reale portata dell’evento riguarda il vento. Ci si è chiesti se Harry sia stato, in fondo, solo uno dei tanti cicloni mediterranei che ciclicamente interessano l’Isola. La risposta, tuttavia, non è univoca e richiede un’analisi attenta dei dati.

A questo proposito è stato pubblicato un primo studio rapido di attribuzione dell’evento, effettuato dal progetto Climamonitor del CNRS, ente francese analogo al nostro CNR.
Gli autori interpretano “questo come un evento causato da condizioni meteorologiche eccezionali, la cui intensità è stata amplificata dal cambiamento climatico causato dall’uomo“.

Le serie storiche della rete Sias (Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano), che dal 2002 monitora la velocità del vento con 96 stazioni dotate di anemometro a 2 metri dal suolo, mostrano che durante l’evento solo 5 stazioni su 96 hanno superato il proprio record di raffica massima: Calascibetta (EN) con 29,6 m/s, Corleone (PA) con 24,2 m/s, Castelvetrano (TP) con 20,5 m/s, Sclafani Bagni con 20,4 m/s e Canicattì (AG) con 20,3 m/s. La raffica massima assoluta, pari a 36,0 m/s, è stata registrata il 20 gennaio dalla stazione di Novara di Sicilia (ME), un valore comunque lontano dal record regionale di 52,2 m/s del 12 novembre 2019.

Questo dato potrebbe far pensare a un evento non eccezionale dal punto di vista delle raffiche di punta. Tuttavia, le raffiche massime sono spesso associate a condizioni diverse, come forte attività convettiva o avvezioni molto intense, che nel caso di Harry sono state relativamente limitate. Inoltre, gli eventi di vento estremo tendono spesso a essere localizzati, confinati a specifiche aree o versanti.

La vera eccezionalità di Harry emerge invece analizzando la velocità media del vento. Se si considerano le velocità medie giornaliere, il numero di stazioni che ha superato il precedente valore massimo della serie sale a 15. Ancora più significativo è il dato della media regionale: 5,43 m/s, nonostante l’assenza dei dati di due stazioni notoriamente molto ventose, Salemi e Linguaglossa Etna Nord, quest’ultima esclusa a causa della formazione di ghiaccio sul sensore.

A livello regionale, la giornata del 20 gennaio 2026 risulta la più ventosa dell’intera serie 2002–2026, superando nettamente eventi storici del passato, incluso quello del 10 marzo 2012 associato al ciclone Athos, rimasto nella memoria collettiva per i gravi danni arrecati all’agricoltura. L’eccezionalità di Harry non risiede dunque tanto nei picchi estremi, quanto nella persistenza del vento per quasi l’intera giornata e nella sua diffusa distribuzione territoriale, che ha interessato, seppur in modo disomogeneo, tutte le aree della Sicilia. Non a caso, anche il 19 gennaio, primo giorno di attività del ciclone, rientra tra i primi otto eventi più ventosi dell’intera serie, a testimonianza della lunga durata dell’episodio.

Le analisi climatiche, condotte attraverso il metodo ClimaMeter, indicano che eventi con caratteristiche simili a quelle di Harry, se confrontati tra il passato (1950–1987) e il presente (1988–2025), mostrano oggi un chiaro segnale di intensificazione. In particolare, emerge un riscaldamento robusto di circa +1/+2 °C sulla Sicilia e sulle aree circostanti, coerente con un clima di fondo più caldo. Ancora più evidente è il segnale sui venti. Le simulazioni mostrano un aumento delle velocità del vento vicino alla superficie fino a 8 km/h (circa +15%) sul versante ionico della Sicilia e sui mari adiacenti, associato a un flusso orientale e sud-orientale più intenso. Questo ha favorito una maggiore avvezione di umidità dal Mar Ionio, prolungando e intensificando le precipitazioni e aggravando gli impatti costieri.

Le fonti di variabilità climatica naturale, come l’Oscillazione Decadale del Pacifico, sembrano aver giocato solo un ruolo parziale. Ciò rafforza l’interpretazione secondo cui le differenze osservate rispetto a eventi simili del passato siano attribuibili in larga misura al cambiamento climatico di origine antropica. Le conclusioni sono coerenti con quanto indicato dal rapporto IPCC AR6, secondo cui, pur in presenza di un numero complessivo di cicloni mediterranei stabile o in lieve diminuzione, i sistemi più intensi tendono a diventare più violenti, con venti più forti e maggiori impatti costieri, anche a causa dell’innalzamento del livello del mare.

In definitiva, il ciclone Harry non è stato semplicemente “uno dei tanti”. È stato un evento eccezionale per gli ultimi 25 anni, soprattutto per la persistenza e l’estensione dei fenomeni, oltre che per la combinazione di vento, pioggia e mareggiate. Un evento che ha mostrato con chiarezza come il cambiamento climatico non crei necessariamente fenomeni nuovi, ma renda quelli già noti più intensi, più duraturi e più dannosi, aumentando la vulnerabilità dei territori e rendendo sempre più urgente la necessità di strategie di adattamento, in particolare per le aree costiere e a rischio idrogeologico.

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