Il debito globale continua a crescere in valori assoluti, ma resta stabile intorno alla soglia del 310 per cento del Pil mondiale. È il dato che emerge dall’ultimo Global Debt Monitor dell’Institute of International Finance (IIF), un rapporto che fotografa un sistema economico internazionale sempre più dipendente dall’indebitamento, ma apparentemente capace di contenerne il peso relativo.
Il rapporto, realizzato dall’associazione delle grandi istituzioni finanziarie con sede a Washington, vede salire il debito globale al livello record di quasi 346 trilioni di dollari, trainato da governi e imprese in Usa, Cina ed Europa. Ma le continue pressioni fiscali, i rischi sovrani, il boom dell’Intelligenza Artificiale, i problemi energetici e i nuovi equilibri geopolitici ridisegnano la mappa del capitale mondiale.
Dietro questa stabilità, però, si muovono dinamiche profonde: l’aumento del debito pubblico nei Paesi avanzati, la ripresa dell’indebitamento corporate, il ritorno di tassi di interesse più elevati e una crescente divergenza tra economie centrali e periferiche. In questo quadro, l’Italia rappresenta un caso emblematico: uno dei Paesi più indebitati dell’area euro, con un debito pubblico che oscilla tra il 137 e il 138 per cento del Pil, chiamato a confrontarsi con un contesto globale che rende la sostenibilità finanziaria una questione strutturale e non più emergenziale, ma permanente.
Il quadro globale: un debito senza precedenti
Il Global Debt Monitor dell’Institute of International Finance registra un nuovo massimo storico del debito mondiale, che nel 2025 ha superato i 345 trilioni di dollari. Un numero che, preso isolatamente, restituisce l’immagine di un’economia globale compressa sotto il peso delle proprie passività. Eppure, se rapportato alla ricchezza prodotta, il debito globale appare sorprendentemente stabile: circa il 310 per cento del Pil mondiale, un valore sostanzialmente invariato rispetto agli ultimi tre anni.
A trainare la crescita sono state soprattutto le economie più mature, per effetto di politiche monetarie in fase di allentamento e un dollaro più debole che ha amplificato, in termini nominali, i valori dei debiti denominati nelle valute locali.
Secondo l’IIF, “la maggior parte dell’aumento complessivo è arrivato dai mercati sviluppati, dove l’ammontare del debito ha segnato un un rapido aumento quest’anno”.
È questa la prima apparente contraddizione messa in luce dal rapporto IIF. Da un lato, lo stock di debito cresce in modo costante, spinto da nuovi deficit pubblici, dal rifinanziamento di passività pregresse e da una nuova fase di espansione del credito privato.
Dall’altro, la crescita nominale del Pil globale, l’inflazione e la dinamica dei cambi contribuiscono a mantenere fermo il rapporto debito/Pil, offrendo l’illusione di una stabilizzazione.
Stati Uniti e Cina in testa tra i contributori all’aumento del debito
Dall’inizio del 2025 a settembre, il debito globale ha registrato un incremento di 26,4 trilioni di dollari – in media 675 miliardi a settimana. Cina e Stati Uniti restano i principali contributori all’aumento del debito governativo, seguiti da Francia, Italia e Brasile.
Il debito totale dei Paesi maturi ha toccato un nuovo massimo di 230,6 trilioni di dollari. I mercati emergenti hanno superato per la prima volta la soglia dei 115 trilioni, con aumenti significativi in Russia, Corea del Sud, Polonia e Messico. Un dato in aumento di 5,5 trilioni rispetto alla fine del 2024.
Brasile, Russia, Corea, Polonia e Messico hanno visto gli incrementi maggiori dopo la Cina.
Decisione della Corte Suprema USA sulla legittimità dei dazi: un rischio per la pressione fiscale
Le cose potrebbero complicarsi ulteriormente. È attesa infatti una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla legittimità dei dazi applicati dall’amministrazione Trump all’inizio dell’anno.
A livello globale, intanto, il debito pubblico continua a rappresentare il principale motore dell’aumento complessivo.
E le prospettive non appaiono rassicuranti: “Con deficit di bilancio ancora elevati e nuovi maxi-pacchetti di stimolo previsti dal 2026 in Giappone, Stati Uniti, Germania e Cina, i governi continueranno probabilmente ad aumentare i loro oneri debitori e le relative spese per interessi”, avverte il rapporto.
Mercati emergenti: boom record delle eurobond nel 2025
Sul mercato della raccolta internazionale, i Paesi emergenti hanno incrementato in modo significativo il ricorso alle emissioni in valuta forte. Il 2025 segna infatti un anno record per le eurobond sovrane, sostenute sia dal dollaro più debole sia dalla graduale normalizzazione delle politiche monetarie delle principali banche centrali.
Secondo i dati JPMorgan, a inizio dicembre le emissioni sovrane EM hanno raggiunto 255,7 miliardi di dollari, facendo del 2025 l’anno con la più alta raccolta lorda di sempre. La componente investment grade rappresenta 182,1 miliardi del totale. La banca americana considera tuttavia il fenomeno “una tantum”, prevedendo un calo delle emissioni per il 2026.
Nonostante l’elevato volume, l’accesso ai mercati resta limitato, soprattutto per i Paesi reduci da processi di ristrutturazione del debito.
Il debito “Corporate” sui AI e energie pulite cresce
Anche il debito corporate non finanziario continua a espandersi, avvicinandosi ora ai 100 trilioni di dollari. Tra i settori più attivi sul fronte delle emissioni spiccano quelli legati all’intelligenza artificiale e alle energie pulite.
Negli Stati Uniti, il mercato delle obbligazioni AI-linked ha registrato un nuovo massimo storico nel 2025, alimentando qualche segnale di preoccupazione tra gli analisti del credito.
Sul fronte dei consumatori, il debito delle famiglie globali ha toccato quasi 64 trilioni di dollari. Tuttavia, il rapporto debito/PIL delle famiglie è sceso al 57%, minimo dal 2015, grazie al rallentamento del ricorso al credito in un contesto caratterizzato da incertezza e inflazione elevata.
Le scadenze e i rifinanziamenti per il 2026
Le prospettive per il prossimo anno si presentano complessi con i mercati emergenti che dovranno affrontare quasi 8 trilioni di dollari tra scadenze obbligazionarie e rimborsi di prestiti. I Paesi sviluppati, invece, dovranno rifinanziare oltre 16 trilioni. Un contesto che potrebbe diventare molto critico se le condizioni finanziarie globali dovessero irrigidirsi ulteriormente.
Per un sistema finanziario che viaggia vicino a nuovi record storici, il 2026 si preannuncia un anno decisivo per misurare la tenuta del mercato del debito globale.
Secondo l’IIF, il cuore del problema non è tanto il livello assoluto del debito, quanto la sua composizione e distribuzione. Oggi il debito globale è il risultato di quattro grandi componenti: debito pubblico, debito delle imprese non finanziarie, debito del settore finanziario e debito delle famiglie.
È il debito pubblico a trainare la crescita complessiva, soprattutto nelle economie avanzate, mentre nei mercati emergenti torna a salire l’indebitamento privato.
Cosa misura davvero il 310%: dentro il dato IIF
Il 310 per cento del Pil mondiale non rappresenta una soglia simbolica o un indicatore di sostenibilità in senso stretto. È una misura aggregata che somma tutte le principali forme di indebitamento presenti nell’economia globale.
I
Questa impostazione consente confronti nel tempo, ma impone cautela nella lettura. Il dato globale non equivale alla somma dei debiti pubblici dei singoli Stati, né può essere paragonato direttamente ai rapporti debito/Pil nazionali utilizzati nei parametri di finanza pubblica. Piuttosto, segnala il grado di dipendenza sistemica dell’economia mondiale dal credito.
Negli ultimi tre anni, spiega l’IIF, la stabilità del rapporto è stata favorita da tre fattori principali: l’inflazione, che ha aumentato il Pil nominale; la crescita, seppur disomogenea, delle principali economie; e l’apprezzamento del dollaro, che ha influito sul valore contabile dei debiti denominati in altre valute. È una stabilità, dunque, che poggia su condizioni macroeconomiche non garantite nel lungo periodo.
Debito pubblico: il ritorno strutturale dello Stato debitore
La pandemia ha segnato una cesura netta nella storia recente del debito globale. Dopo il 2020, lo Stato è tornato protagonista come grande debitore, chiamato a sostenere economie fragili, sistemi sanitari sotto pressione e famiglie colpite dalle crisi. A distanza di cinque anni, quel debito non è stato riassorbito.
Il rapporto IIF mostra come, nei Paesi avanzati, il debito pubblico continui a crescere più rapidamente del Pil reale. Gli Stati Uniti restano il principale contributore all’aumento dello stock globale, seguiti dalla Cina, dove il confine tra debito pubblico e debito para-statale resta opaco.
In Europa, il quadro è più frammentato: alcuni Paesi hanno avviato percorsi di rientro graduale, altri – come Italia e Francia – mantengono livelli strutturalmente elevati.
Il ritorno di politiche industriali espansive, la transizione energetica, l’aumento della spesa per la difesa e il progressivo invecchiamento della popolazione sono tutti fattori che, secondo l’IIF, rendono improbabile una riduzione significativa del debito pubblico globale nel medio periodo. Il debito non appare più come una deviazione temporanea, ma come una componente strutturale delle politiche economiche contemporanee.
Il debito privato e il rischio silenzioso
Accanto al debito pubblico, il Global Debt Monitor segnala una nuova fase di crescita del debito corporate non finanziario. Dopo una fase di rallentamento legata all’aumento dei tassi di interesse, le imprese – soprattutto nei Paesi avanzati – stanno tornando a finanziarsi sul mercato, spinte da investimenti in intelligenza artificiale, infrastrutture digitali ed energia.
È un debito meno visibile rispetto a quello sovrano, ma non meno rilevante in termini sistemici. L’IIF avverte che una parte crescente di questo indebitamento si concentra in settori ad alta intensità di capitale e con ritorni di lungo periodo, aumentando l’esposizione al rischio in caso di rallentamento economico o di shock finanziari.
Anche il debito delle famiglie mostra segnali contrastanti: stabile o in lieve calo nelle economie mature, in forte aumento nei mercati emergenti. Una dinamica che contribuisce ad ampliare le disuguaglianze globali e a rendere più fragile la crescita in alcune aree del mondo, soprattutto dove i sistemi di welfare sono meno sviluppati.
La stabilità che non rassicura
Il dato del 310 per cento del Pil mondiale viene spesso presentato come un segnale di stabilizzazione. Ma la lettura proposta dall’IIF è più cauta. La stabilità del rapporto debito/Pil non equivale a una riduzione del rischio, soprattutto in un contesto caratterizzato da tassi di interesse più elevati rispetto al decennio precedente.
Il costo del servizio del debito è tornato a crescere, comprimendo gli spazi fiscali degli Stati e riducendo i margini di manovra delle imprese più indebitate. In questo scenario, la sostenibilità del debito diventa una questione dinamica, legata non solo al livello dello stock, ma alla capacità di crescita, alla credibilità delle politiche economiche e alla stabilità dei mercati finanziari.
È in questo quadro che si inserisce il confronto con l’Italia.
Il caso italiano: un debito strutturale
L’Italia è da decenni uno dei Paesi con il più alto debito pubblico in rapporto al Pil tra le economie avanzate. Nel 2025, il rapporto debito/Pil si colloca intorno al 137–138 per cento, un livello nettamente superiore alla media dell’Unione europea e dell’area euro.
A differenza del dato globale IIF, che include tutte le componenti del debito, quello italiano fa riferimento quasi esclusivamente al debito pubblico lordo. È una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito pubblico. Il 310 per cento globale non è comparabile in senso stretto con il 138 per cento italiano, ma il confronto resta utile per comprendere il diverso grado di esposizione e vulnerabilità.
Nel caso italiano, il debito è il risultato di una lunga stratificazione storica: bassa crescita, avanzi primari intermittenti, spesa per interessi elevata e un’economia che fatica ad aumentare il proprio potenziale produttivo. La pandemia ha aggravato una situazione già fragile, e il rimbalzo post-Covid non è stato sufficiente a invertire la traiettoria.
Spesa per interessi, PNRR e margini di manovra
Uno degli elementi più delicati per la sostenibilità del debito italiano è la spesa per interessi. Dopo anni di tassi eccezionalmente bassi, il progressivo rialzo del costo del denaro ha iniziato a riflettersi sui conti pubblici. L’effetto è graduale, grazie alla durata media relativamente lunga del debito, ma strutturale.
In questo contesto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta un passaggio cruciale. Le risorse europee non incidono direttamente sullo stock di debito, ma possono influenzarne la sostenibilità attraverso l’impatto sulla crescita potenziale.
Il punto centrale resta l’efficacia della spesa: senza un aumento stabile della produttività, il debito tende a restare una costante, più che una variabile.
Italia ed Europa: un confronto asimmetrico
All’interno dell’area euro, l’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi più indebitati, insieme alla Grecia. Francia, Spagna e Belgio seguono a distanza, mentre Germania e Paesi Bassi mantengono rapporti debito/Pil significativamente più bassi.

Questa asimmetria ha implicazioni politiche ed economiche rilevanti. Da un lato, la nuova governance economica europea chiede percorsi di rientro graduali ma credibili. Dall’altro, la necessità di finanziare transizioni strategiche rende politicamente e socialmente complessa una riduzione rapida del debito.
Per l’Italia, il nodo centrale resta la crescita. In assenza di un aumento strutturale del Pil, il debito tende a perpetuarsi, rendendo il Paese più esposto a shock esterni e a cambiamenti nelle condizioni finanziarie globali.
Debito globale e debito italiano: due scale, un problema comune
Il confronto tra il dato globale dell’IIF e quello italiano mette in luce una verità spesso rimossa: il debito non è più un’anomalia, ma una condizione strutturale dell’economia contemporanea. A livello mondiale, l’indebitamento sostiene la crescita e compensa squilibri cronici. A livello nazionale, come nel caso italiano, diventa un vincolo permanente alle politiche pubbliche.
La differenza sta nella capacità di gestione. Le grandi economie possono contare su mercati profondi, valute di riserva e maggiore flessibilità. Paesi come l’Italia devono invece fare affidamento sulla credibilità, sulla disciplina fiscale e sul sostegno delle istituzioni europee.
Il Global Debt Monitor suggerisce una lettura che va oltre l’allarme. Il debito non è solo un problema da ridurre, ma uno strumento da governare. La questione centrale non è se il debito sia alto, ma se sia sostenibile, produttivo e orientato alla crescita.

In questo senso, il confronto tra il quadro globale e il caso italiano mostra come le problematiche siano condivise, pur in forme diverse. Investimenti, riforme e capacità amministrativa diventano fattori decisivi per trasformare il debito da vincolo a leva.
Il dato del 310 per cento del Pil mondiale racconta un mondo che vive di debito, ma che ha imparato a conviverci. L’Italia, con il suo 138 per cento, è parte di questo mondo, ma ne incarna anche le fragilità. Il vero obiettivo non è tornare a livelli di indebitamento del passato, ma costruire un equilibrio nuovo tra crescita, sostenibilità e responsabilità fiscale.
Un equilibrio che, oggi più che mai, non può essere rimandato.




