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L'anomalia

Economia informale, quando la normalità è il problema. Gattuso (Nidil): “Anche un giorno di lavoro va regolarizzato”

lunedì 27 Maggio 2024

È un contesto complicato quello dell’economia informale, spesso non viene dichiarato e comprende tutte quelle attività economiche remunerate ma non regolamentate che si svolgono a livello di nucleo familiare o in una dimensione di poco più grande. Un numero che in Italia e in particolare nella Sicilia ha visto un forte avanzamento negli ultimi anni.

Si tratta per sua natura di un fenomeno particolarmente difficile da rilevare. L’indicatore dell’incidenza viene curato dall’organizzazione internazionale del lavoro (Oil) sulla base di rilevazioni sulla forza lavoro che attraverso specifiche domande permettono di stabilire se la persona lavora o no all’interno di un settore informale dell’economia.

Anche nel nostro paese molti lavoratori, per la maggior parte coloro che operano in agricoltura o lavoratori della logistica, si trovano in questa situazione per il reddito percepito e per la parzialissima, o assente, protezione sociale e previdenziale. In questo caso preciso non parliamo di lavoro precario o part-time involontario, non parliamo nemmeno di lavoro domestico. Si può obiettare che il sistema è “regolare” e previsto dalla legge e convenuto nel 1995 dai sindacati confederali, ma in pratica si tratta di lavoratori privi di una copertura previdenziale.

Per i lavoratori informali è difficile fare una mappatura, i numeri non sono chiari. Sostanzialmente parliamo di tutti coloro che collaborano in imprese familiari, per cui si tratta di piccole realtà in ambiti come l’artigianato, il commercio al dettaglio, realtà purtroppo abbastanza sommerse. E’ difficile che i lavoratori si rivolgano a noi come organizzazione sindacale per far valere i propri diritti“, questo è il commento di Andrea Gattuso segretario generale di Nidil Cgil Palermo.

Si tratta di dinamiche che vedono coinvolti principalmente i paesi più poveri del mondo e l’Italia attualmente si trova al quinto posto con una percentuale del 3,8%. Il problema principale è che nel mondo queste forme di lavoro si vanno sempre più diffondendo. “Anche un solo giorno di lavoro andrebbe regolarizzato“.

Uno spaccato drammatico è quello che ha riguardato la pandemia. L’emergenza pandemica ha avuto un impatto importante su questi lavoratori, che si sono trovati spesso senza occupazione e senza la possibilità di rivalersi su contratti e tutele che permettessero loro di sostenersi nell’immediato. L’inattività lavorativa ha inoltre reso queste persone anche meno competitive sul mercato, rendendo ancora più complesso il loro reinserimento lavorativo. Queste dinamiche hanno evidenziato la necessità di ampliare il sistema di protezione sociale anche ai lavoratori informali, dando loro la possibilità di accedere anche in situazioni come questa a una rete di tutele che permettono di arginare la vulnerabilità economica delle famiglie. A livello mondiale, infatti, il numero delle ore perse per effetto della pandemia da Covid 19 corrisponde a una riduzione di 400 milioni di occupati a tempo pieno, c’è quindi una seria preoccupazione che il numero di lavoratori senza diritti e senza sicurezza sociale crescerà.

Nel momento in cui questi lavoratori hanno un’età avanzata o per un qualsiasi motivo dovessero perdere l’occupazione si troveranno in seria difficoltà. Sono la voratori che non hanno la possibilità di avanzare diritti, non potranno ricevere la pensione o sostegni a reddito“.

Dai dati raccolti si evince come ci sia una chiara correlazione tra diffusione dell’economia informale e andamento dell’indice di sviluppo umano ovvero reddito, istruzione e speranze di vita nei singoli paesi, che a sua volta mette in evidenza due aspetti importanti del lavoro, la povertà e la differenza di genere.

Su due miliardi di lavoratori informali 740 milioni sono donne, ma questo dato medio è fortemente influenzato dall’occupazione. Se si considerano solo i cosiddetti paesi in via di sviluppo il rapporto percentuale si capovolge e il lavoro informale è decisamente prerogativa delle donne.

Approfondendo ulteriormente il caso italiano, tra il 2007 e il 2022 i valori hanno oscillato tra il 4,0% (registrato nel 2012, nel 2016, nel 2018 e nel 2019) e il 3,1% (dato del 2009). In questo arco di tempo, l’incidenza tra le donne è sempre risultata maggiore rispetto a quella tra gli uomini. Il divario tra i due generi si è però ridotto rispetto al periodo dell’emergenza pandemica.

L’incidenza maggiore di lavoro informale femminile si registra nel 2012, quando questo componeva il 6% di tutte le occupate. Per quel che riguarda gli uomini, invece, la percentuale maggiore si registra nel 2016 (4,3%).

Questo fenomeno delle diseguaglianze è evidente che sia non solo l’espressione dell’ingiustizia redistributiva ma anche l’affermazione di un nuovo modello di produzione in agricoltura, per esempio, nella manifattura e nei servizi.

A livello di settore, quello in cui il lavoro informale ha un peso maggiore è quello agricolo. Si parla del 13,7% della manodopera nel settore“. Come sappiamo, in questo ambito non è scontato che ci sia una formalizzazione dei contratti di lavoro, che non spesso non dichiarati e di tipo stagionale. E le imprese del settore sono molto spesso a conduzione familiare, un ulteriore motivo per cui il lavoro informale ha una sua rilevanza.

Quindi, possiamo benissimo dire che l’informalità lavorativa è un fenomeno multifattoriale e complesso. E i fattori riguardano la struttura di un’economia, lo sviluppo socio-economico, la capacità di regolamentazione e il ruolo delle istituzioni, le attitudini e i comportamenti a livello sociale, le caratteristiche individuali di lavoratore e azienda.

Per quanto sia complicato agire su questi contesti, la soluzione è la tutela dal punto di vista legale e dal punto di vista economico, è necessario comprendere anche le nuove dinamiche e i nuovi spazi del mondo del lavoro per evitare di creare nuovi bacini di informalità.

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