Le previsioni climatiche iniziano a delineare uno scenario che, per il Mediterraneo, potrebbe risultare particolarmente critico. Dopo una fase neutra destinata a protrarsi per gran parte del 2026, i modelli internazionali indicano la possibilità di un ritorno del fenomeno di El Niño tra la fine dell’anno e il 2027. Le stime più recenti collocano la probabilità di evoluzione verso una fase calda dell’ENSO già intorno al 40% nei mesi centrali del 2026, con un incremento successivo nella seconda parte dell’anno.
El Niño è una delle principali oscillazioni climatiche del pianeta. Questo fenomeno nasce dal riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale, un processo che altera la circolazione atmosferica globale e rilascia grandi quantità di energia nell’atmosfera. Questo meccanismo contribuisce ad aumentare la temperatura media terrestre e può intensificare gli eventi estremi, dalle ondate di calore alle anomalie nei regimi di precipitazione.
Il punto cruciale, però, è che i suoi effetti non sono uniformi. Nel Mediterraneo El Niño non agisce in modo diretto, ma attraverso una catena di teleconnessioni atmosferiche che, in alcune configurazioni, possono favorire estati più calde e persistenti. In un contesto già segnato dal riscaldamento globale, anche piccoli aumenti di energia atmosferica possono tradursi in condizioni di maggiore stabilità e caldo prolungato.
Dalla pioggia all’erba secca: il paradosso siciliano
La Sicilia si presenta a questo scenario con una condizione solo apparentemente rassicurante. Dopo due anni di crisi idrica, gli invasi sono tornati a riempirsi: al 1° marzo 2026 il volume complessivo ha raggiunto circa 389 milioni di metri cubi, con un incremento rapido rispetto ai mesi precedenti. Le precipitazioni invernali, in alcune aree, hanno registrato anomalie anche superiori al +600% rispetto alla media storica, contribuendo a un netto miglioramento degli indici di siccità meteorologica.
Ma questa abbondanza idrica porta con sé un “effetto collaterale“: una crescita della vegetazione. Nei mesi successivi, soprattutto con l’arrivo del caldo estivo, questa biomassa si secca rapidamente e diventa combustibile disponibile su larga scala. È un meccanismo tipico degli ecosistemi mediterranei, dove l’alternanza tra piogge intense e lunghi periodi caldi crea le condizioni ideali per la propagazione degli incendi.
In questo quadro, l’eventuale contributo di una fase calda dell’ENSO non sarebbe determinante da solo, ma potrebbe accentuare il rischio, aumentando la probabilità di estati più calde e prolungate proprio nel momento in cui il territorio presenta il massimo carico di vegetazione secca.
Una stagione incendi che non è più emergenza, ma struttura
Il sistema di protezione civile ha limiti strutturali, essendo concepito soprattutto come dispositivo di risposta alle emergenze e non di prevenzione. In diverse occasioni, il capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina ha richiamato in diverse occasioni la necessità di una partecipazione più ampia, non solo istituzionale ma anche civica, sottolineando l’importanza delle segnalazioni tempestive e della denuncia dei comportamenti scorretti che spesso sono all’origine dei roghi.
La sfida della prevenzione: il costo dell’impreparazione
È in questo equilibrio fragile che si inserisce il tema dell’estate che si avvicina. Il possibile ritorno di El Niño non va interpretato come causa diretta degli incendi, ma come fattore che può aumentare la probabilità di condizioni favorevoli con caldo più intenso, maggiore persistenza delle alte pressioni, e quindi stress più elevato per la vegetazione già secca. La Sicilia, in questo senso, si trova davanti a una combinazione delicata, con una stagione delle piogge che ha favorito la crescita della biomassa, un sistema territoriale ancora fragile nella manutenzione e nella gestione del suolo, e un contesto climatico globale che potrebbe spingere verso un’estate più calda della media.
Il nodo, però, non è solo meteorologico. È strutturale. La prevenzione degli incendi in Sicilia continua a poggiare su un equilibrio tra intervento rapido e gestione emergenziale, mentre resta più debole la fase che dovrebbe ridurre il rischio a monte ovvero la cura del territorio, il controllo delle aree rurali e la manutenzione costante della vegetazione e riduzione dei fattori antropici. In questo scenario, la domanda non è più se la stagione degli incendi tornerà. La risposta è già scritta nei dati degli ultimi anni. La vera questione è con quale intensità si manifesterà e quanto il sistema sarà in grado di anticiparla, invece che inseguirla.




