Costi di produzione alle stelle, concorrenza sleale, progressiva riduzione della redditività e distorsioni del mercato. Sono tutti gli ingredienti che compongono l’amaro piatto della grave crisi che la filiera del grano duro siciliano vive ormai da mesi. Un grido d’allarme che la politica sembrava aver colto con un’iniziativa più che lodevole. Nel momento dei fatti, però, la promessa si è sgretolata.
Il testo della variazione di bilancio varato dalla giunta regionale, convocata a Palazzo d’Orleans dal presidente della Regione Renato Schifani, non ha previsto nulla per il comparto cerealicolo. Eppure la presenza dei fondi era stata preannunciata e garantita dal governo nel corso delle ultime sedute di Sala d’Ercole. Certamente la partita non è ancora chiusa. Una speranza per agire subito c’è ancora. Ad oggi la manovrina registra un valore di 221 milioni di euro. Il bacino è destinato a lievitare fino a mezzo miliardo di euro: altri 200 saranno a disposizione dei deputati e ulteriori 100 rimarranno nella disponibilità dell’Assemblea.
Cosa succede in Sicilia
La crisi del settore sta colpendo come non mai la Sicilia. Nelle scorse settimane è approdato all’Ars un disegno di legge, su iniziativa di Coldiretti, e condiviso da tutti i capigruppo all’Assemblea regionale. Una misura che rappresenta un segnale concreto di attenzione verso un comparto strategico per l’economia e l’identità dell’Isola. Il piano prevede uno stanziamento di 50 milioni di euro nel 2026 per i ristori immediati agli agricoltori, 30 milioni nel 2027 e ulteriori 20 milioni nel 2028 per il rafforzamento della filiera, la certificazione di qualità e gli interventi di valorizzazione del grano duro siciliano.
La causa è la speculazione innegabile di chi è costretto a vendere il grano siciliano a meno di 20 centesimi al chilo. Per Coldiretti Sicilia tra le principali criticità del comparto c’è il sistema del “prezzo a chiamare”, che costringe molti produttori a trattenere il grano nei magazzini nella speranza di quotazioni migliori, determinando una riduzione dell’offerta immediata sul mercato, un maggiore ricorso alle importazioni e una successiva concentrazione delle vendite che finisce per deprimere ulteriormente i prezzi, penalizzando il reddito degli agricoltori.
Il ddl non è stato dimenticato. In III Commissione Attività Produttive, presieduta da Gaspare Vitrano, l’esame è già partito. Non è la prima volta che il tema è discusso in Commissione. Le problematiche, esposte nel corso delle varie audizioni che si sono susseguite, sono ben note, così come gli ostacoli che ogni giorno gli operatori del comparto sono costretti ad affrontare.
I dati e la crisi anche a livello nazionale
Il difficile momento è stato sottolineato qualche settimana fa anche da Confagricoltura: chi raccoglie grano duro quest’estate lo fa in perdita. Il Centro Studi di Confagricoltura ha evidenziato un dato ancora più preoccupante, che va oltre la crisi congiunturale. Dal 2012 al 2025 le superfici coltivate a grano duro in Italia si sono ridotte del 10%. Il tasso di autoapprovvigionamento è sceso dal 78% al 56,5%. Oggi, per raggiungere l’autosufficienza mancherebbero oltre 880mila ettari. L’Italia dipende dall’estero per quasi la metà del grano duro che trasforma in pasta e questa dipendenza cresce ogni anno, con margini in contrazione per i cerealicoltori, o addirittura in perdita. Confagricoltura afferma che non si tratta di una crisi di mercato, ma di una crisi di sovranità produttiva. Sulla base delle stime a disposizione, a livello mondiale è previsto, per il 2026, un aumento dell’offerta di grano duro. Di conseguenza, le scorte globali cresceranno. Tuttavia, Confagricoltura auspica che la qualità della materia prima nazionale porti a un incremento delle quotazioni con una valorizzazione della pasta sui mercati italiani ed esteri.





