Il difficile equilibrio tra sostenibilità, sviluppo e burocrazia tiene banco in Sicilia. In una delle terre più fertili per la proliferazione delle energie rinnovabili, si rivela sempre più contorta la possibilità di trovare una formula adeguata e capace di coniugare i vari tasselli del puzzle. La settimana appena trascorsa e ormai alle spalle incarna i due volti della stessa medaglia. Da un lato la possibilità di poter spingere il piede sull’acceleratore e puntare tutto sugli investimenti verso la transizione energetica, ultimi i 24 miliardi di euro assegnati dalla Commissione europea all’Italia al fine di rispettare gli obiettivi del corridoio europeo, dall’altro il passo indietro del ddl stralcio della IV Commissione Ambiente.
Nell’occhio del ciclone è finito l’articolo 2 che disciplina i sistemi di accumulo elettrochimico (Bess), sottoponendoli a procedura di Via per garantirne la stabilità e la compatibilità ambientale (CLICCA QUI). La norma aveva già sollevato dei dubbi nelle settimane precedenti. Secondi voci di Palazzo era già oggetto di rilievi di incostituzionalità pienamente condivisi dalla Presidenza e in tal senso alcuni emendamenti sarebbero pronti ad entrare a gambe tesa in aula. A destare però maggiori perplessità e preoccupazioni è la presenza dell’articolo che individua le aree idonee ulteriori per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili (Fer), introducendo il limite dello 0,8% della Sau per preservare la destinazione agricola dei suoli siciliani.
Il tema delle aree idonee torna così alla ribalta. Uno dei più discussi e articolati trattati in questa legislatura in IV Commissione Ambiente, presieduta da Giuseppe Carta, e come già raccontato esattamente due anni fa (CLICCA QUI). Ironia della sorte, è stato ed è il deputato in quota Mpa a tenere in mano le redini del dibattito e delle audizioni che tra i banchi della Commissione hanno riunito il governo regionale e le associazioni di categoria. Partito che vede come padre fondatore e leader Raffaele Lombardo, l’ex presidente della Regione che non ha mai nascosto la propria contrarietà alla copertura di terreni fertili, come nella Piana di Catania, con pannelli fotovoltaici o l’avanzamento delle autorizzazioni per i parchi eolici e solari.
Dopo il passo indietro, la Commissione avrà un tempo massimo di dieci giorni per riaprire la questione, audire i sindacati confederali e riesaminare il disegno di legge. Il testo, per il quale Confindustria e Legambiente avevano chiesto ulteriori approfondimenti, è già all’ordine nella giornata di oggi, dove sono attesi l’assessore regionale per l’Energia Francesco Colianni e il dirigente generale del dipartimento al ramo Carmelo Frittitta.
Ma perché così tanta attenzione per il ritorno in Commissione del disegno di legge? Durante l’audizione tenutasi in IV Commissione alla vigilia dei lavori a Sala d’Ercole, le parti datoriali hanno evidenziato l’urgenza di un celere percorso di allineamento della normativa regionale a quella statale in materia di impianti energetici alternativi. Questo darebbe luogo allo sblocco delle procedure di repowering con investimenti pari a quasi un miliardo di euro e un consequenziale minore consumo di territorio.
Un ruolo fondamentale sarebbe così giocato dai 24 miliardi di euro sopracitati, di cui 3 indirizzati all’Isola. L’individuazione delle aree idonee e non idonee, secondo quanto previsto dalla direttiva comunitaria recepita dallo Stato, delega alle Regioni il compito, secondo le indicazione dei parametri nazionali e nel pieno rispetto delle aree non compatibili, di seguire gli obiettivi del piano energetico ed essere consequenziali agli investimenti in itinere di Terna. Un bacino di risorse che risuona come un’arma a doppio taglio per il sistema siciliano. Il tempo stringe e il 31 dicembre 2026 è il termine ultimo, dopo l’ultimo rinvio avvenuto a dicembre 2025: bloccare lo sviluppo e il corridoio energetico europeo porterebbe la Sicilia sotto infrazione.
Il nodo burocratico si rivela così quello principale da scioglitore nella terra del paradosso. Ad evidenziarlo nei giorni sono sono stati i dati pubblicati da il Sole 24 Ore, secondo i quali la Sicilia ha già superato sulla carta il target assegnato al 2030 per la produzione da fonti rinnovabili, ma la transizione energetica resta ancora incompiuta. Un territorio che dispone di una potenza autorizzata superiore agli obiettivi fissati, ma continua ad avere una capacità effettivamente installata molto più bassa. Secondo i dati riportati dal quotidiano economico, in Sicilia risultano circa 10,7 GW di potenza autorizzata, a fronte di un obiettivo al 2030 di circa 10,5 GW. Gli impianti già installati, però, sono circa 3 GW. A questi si aggiungono ulteriori 30 GW ancora in fase istruttoria. Tra il via libera amministrativo e l’entrata in esercizio degli impianti si colloca infatti una filiera complessa, fatta di cantieri, opere di rete, connessioni, stazioni elettriche, autorizzazioni secondarie, costi finanziari e tempi industriali. Nonostante il volume di potenza già autorizzata, nei primi quattro mesi del 2026 la Sicilia ha continuato a ricevere energia dal Continente, con un saldo in ingresso pari a 1,1 terawattora.





