L’intelligenza artificiale sta arrivando anche negli uffici dei Comuni. Non soltanto attraverso grandi progetti di innovazione digitale, piattaforme sofisticate o applicazioni costruite appositamente per la pubblica amministrazione, ma anche attraverso un fenomeno molto più semplice e difficile da controllare: il singolo dipendente che utilizza uno strumento di IA generativa per sintetizzare un documento, correggere una relazione, preparare una comunicazione o riorganizzare un testo.
È proprio da questa dinamica che partono proposte in questo periodo, che ha presentano “Laboratori di intelligenza artificiale per la pubblica amministrazione” pensati per accompagnare un Comune nell’introduzione dell’IA attraverso un percorso intercetta una questione destinata a diventare sempre più centrale anche in Sicilia.
Perché la domanda non è più se l’intelligenza artificiale arriverà negli enti locali. È già arrivata, almeno in parte. La domanda è come verrà utilizzata, da chi, con quali dati, secondo quali regole e con quale responsabilità finale.
E per una regione caratterizzata dalla presenza di numerosi piccoli e medi Comuni, da una disponibilità di personale e competenze tecnologiche non omogenea e da significativi divari territoriali nella digitalizzazione, la questione può diventare uno dei passaggi decisivi della trasformazione della pubblica amministrazione nei prossimi anni.
L’IA non comincia quando il Comune compra un software
Il primo equivoco da superare riguarda proprio il significato di “introdurre l’intelligenza artificiale”. Un Comune può acquistare un sistema di IA, inserirlo nel proprio parco informatico e, allo stesso tempo, non avere realmente costruito una politica sull’intelligenza artificiale. Al contrario, può iniziare a utilizzare strumenti generativi anche senza aver formalizzato un vero progetto. È questa seconda situazione a essere particolarmente delicata.
E’ un fenomeno che riguarda potenzialmente qualsiasi amministrazione: l’utilizzo spontaneo di servizi disponibili online da parte dei dipendenti per attività apparentemente semplici, come la riscrittura o la sintesi di un documento. Il problema nasce quando nel prompt vengono inseriti dati personali, informazioni contenute in verbali, pratiche amministrative o documentazione relativa ai cittadini.

In quel momento la questione non è più soltanto tecnologica. Diventa una questione di protezione dei dati, sicurezza, responsabilità amministrativa, trasparenza e organizzazione del lavoro. Per questo il passaggio decisivo per un Comune non dovrebbe essere “quale chatbot acquistiamo?”, ma “quali attività vogliamo supportare con l’IA e quali invece devono rimanere integralmente nella responsabilità umana?”.
È una differenza sostanziale.
L’intelligenza artificiale può, per esempio, essere utilizzata per preparare una prima bozza, sintetizzare documentazione molto ampia, controllare la completezza formale di una pratica, predisporre comunicazioni in linguaggio più comprensibile o supportare l’analisi di grandi quantità di documenti. Diverso è utilizzare un sistema automatizzato per decidere se una persona debba ricevere un contributo, attribuire un punteggio, formare una graduatoria o determinare l’esito di un procedimento amministrativo.
La distinzione tra supporto alla funzione amministrativa e sostituzione della decisione amministrativa diventa quindi uno degli elementi centrali della nuova fase.
Dalla sperimentazione al quadro normativo
Nel frattempo, il quadro delle regole è cambiato. A livello europeo il riferimento principale è il Regolamento Ue 2024/1689, l’AI Act, che ha introdotto un sistema basato sulla classificazione dei rischi associati ai diversi utilizzi dell’intelligenza artificiale.
Il regolamento è entrato in una fase di progressiva applicazione e nel 2026 è stato inoltre modificato dal Regolamento Ue 2026/1744, entrato in vigore il 27 luglio 2026. Il punto importante per un Comune è che l’AI Act non considera tutti i sistemi di IA allo stesso modo. Gli obblighi cambiano in relazione al rischio e alla funzione svolta dal sistema. Questo significa che un’amministrazione non può limitarsi a sapere che sta utilizzando “l’intelligenza artificiale”.
Deve sapere per quale finalità la utilizza, quale tipo di sistema sta impiegando, quali dati vengono trattati e quale rischio deriva da quella specifica applicazione.
A questo quadro europeo si è aggiunta in Italia la legge 23 settembre 2025, n. 132, recante disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale. La legge stabilisce principi nazionali in materia di ricerca, sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione dei sistemi di IA e richiama espressamente la necessità di interpretare le disposizioni nazionali in conformità con il regolamento europeo.
Per la pubblica amministrazione assume particolare rilievo l’articolo 14, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella PA. Il principio di fondo è che l’utilizzo della tecnologia non elimina la responsabilità dell’amministrazione e della persona competente per il procedimento. Anche quando l’IA viene impiegata come strumento di supporto, la decisione amministrativa non può trasformarsi in una sorta di risultato automatico prodotto da una macchina.
È una distinzione che, nei Comuni, riguarda concretamente settori come servizi sociali, edilizia, polizia municipale, tributi, anagrafe, lavori pubblici e gestione documentale.
AgID: l’IA entra nella pianificazione della pubblica amministrazione
La trasformazione non riguarda soltanto le leggi. L’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nella pianificazione strategica della digitalizzazione della PA. Il Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2024-2026 aveva già introdotto indicazioni specifiche sull’IA. Nell’aggiornamento 2026 il tema viene ulteriormente consolidato, insieme a interoperabilità, gestione documentale, competenze digitali e governance dei progetti basati sull’intelligenza artificiale.
AgID ha inoltre avviato nel marzo 2026 l’iter per le nuove Linee guida relative allo sviluppo e al procurement di sistemi di IA nella PA. Le linee guida sono pensate per accompagnare le amministrazioni sia quando devono sviluppare internamente una soluzione sia quando devono acquistare un servizio sul mercato.

Il tema dell’acquisto è tutt’altro che secondario. Un Comune può infatti trovarsi davanti a decine di offerte commerciali apparentemente simili: chatbot, assistenti virtuali, strumenti di classificazione documentale, sistemi per l’analisi degli atti, piattaforme per la ricerca interna e applicazioni generative.
La questione diventa allora quella del procurement pubblico dell’IA: che cosa sta acquistando realmente l’ente? Dove vengono elaborati i dati? Il fornitore utilizza i contenuti per addestrare i propri modelli? Quali garanzie offre? Come vengono conservati i dati? Chi può accedere alle informazioni? Qual è il livello di tracciabilità? Cosa accade se il servizio viene interrotto?
Sono domande che un piccolo Comune difficilmente può affrontare da solo senza competenze adeguate.
Il problema siciliano: innovare con strutture spesso molto diverse
Ed è qui che il tema nazionale incontra quello siciliano.
La Sicilia dispone di un quadro regionale di trasformazione digitale che comprende anche gli enti locali. Nel DEFR 2026-2028 della Regione Siciliana la trasformazione digitale viene indicata come una delle direttrici strategiche, con obiettivi che comprendono cloud, interoperabilità attraverso la PDND, sicurezza informatica, valorizzazione del patrimonio informativo e anche sperimentazione e adozione di soluzioni di intelligenza artificiale.
Nel 2026, inoltre, la Regione ha continuato a finanziare interventi nell’ambito dell’Azione 1.2.1 del PR FESR Sicilia 2021-2027, dedicata alla trasformazione digitale della pubblica amministrazione regionale e degli enti locali e all’attuazione dell’Agenda digitale siciliana. Un decreto del marzo 2026 ha approvato nuove operazioni ammissibili e finanziabili nell’ambito della misura.
La direzione, dunque, è già tracciata. Ma la Sicilia presenta una caratteristica che rende particolarmente importante la dimensione organizzativa: non esiste un unico modello di Comune siciliano.
C’è Palermo, con una struttura amministrativa e tecnologica inevitabilmente diversa da quella di un piccolo Comune delle Madonie, dei Nebrodi, dell’entroterra ennese o delle aree interne del messinese. Un Comune con poche migliaia di abitanti può avere difficoltà a disporre internamente di competenze specialistiche in cybersecurity, protezione dei dati, gestione cloud, interoperabilità e intelligenza artificiale. E il problema non riguarda soltanto i computer.
I dati Istat sulla PA locale mostrano quanto la dimensione organizzativa sia importante. Nel 2022 soltanto il 21% dei Comuni disponeva di un ufficio autonomo di informatica, mentre un ulteriore 8,1% aveva una struttura informatica in gestione associata. La formazione ICT interessava inoltre una quota significativamente più bassa delle amministrazioni del Mezzogiorno rispetto al Nord-est.
Sono dati precedenti all’esplosione dell’IA generativa e non possono essere utilizzati per fotografare direttamente la situazione del 2026. Ma mostrano un problema strutturale: la tecnologia corre più rapidamente della capacità organizzativa di molte amministrazioni locali. Ed è proprio questo il punto sul quale l’IA rischia di produrre un nuovo divario.
Il rischio di una nuova disuguaglianza digitale tra Comuni
Se l’intelligenza artificiale viene considerata soltanto come una tecnologia da acquistare, i Comuni con maggiori risorse potranno sperimentare prima, costruire competenze interne, integrare i sistemi e misurare i risultati.
Gli enti più piccoli potrebbero invece limitarsi a comprare servizi esterni senza possedere internamente le competenze necessarie per valutarli. Il rischio non è necessariamente che alcuni Comuni utilizzino l’IA e altri no. È che alcuni sappiano governarla e altri ne diventino semplicemente utilizzatori dipendenti dai fornitori.

Per questo la formazione diventa una componente dell’innovazione almeno quanto il software. Il Dipartimento della Funzione pubblica ha avviato un’indagine sulla conoscenza e sull’utilizzo dell’IA da parte del personale pubblico proprio per comprendere competenze, modalità di utilizzo e bisogni formativi.
E nel giugno 2026 è stato introdotto su Syllabus un nuovo percorso formativo dedicato all’utilizzo dell’IA nella PA, articolato su livelli base, intermedi e avanzati, con particolare attenzione alla ricerca, gestione e valorizzazione delle informazioni e dei dati. Per i Comuni siciliani questo potrebbe significare una cosa molto concreta: la prima infrastruttura dell’IA non è necessariamente un nuovo server. È il personale che sa quando utilizzare uno strumento, quando non utilizzarlo e come controllarne il risultato.
Il laboratorio come modello possibile
In questo contesto la proposte dei laboratori per P.A. diventano interessanti non tanto per il singolo servizio, quanto perché provano a rispondere a una delle principali difficoltà dell’adozione dell’IA nella PA: passare dalla teoria alla sperimentazione controllata.
Il metodo è utile soprattutto per un motivo: introduce la misurazione. Se un Comune vuole sostenere che l’IA rende più efficiente un ufficio, dovrebbe poter dimostrare quanto tempo richiedeva prima una determinata attività e quanto ne richiede dopo. Non basta dire che un documento viene prodotto “più velocemente”.

Occorre misurare il tempo risparmiato, verificare il numero di errori, controllare le richieste di integrazione, valutare la qualità degli atti e soprattutto verificare che la maggiore velocità non produca nuovi rischi amministrativi o violazioni della privacy.
Questa logica è coerente con la direzione indicata dalla stessa pianificazione nazionale, che lega l’innovazione digitale a obiettivi misurabili e prevede, per l’IA, target di progetti di innovazione, procurement e sviluppo.
Dal servizio sociale alla polizia municipale: dove può essere utile
L’applicazione dell’IA nei Comuni non deve necessariamente partire dalle attività più spettacolari. Potrebbe cominciare proprio dalla parte meno visibile della macchina amministrativa: la gestione dei documenti.
Una pratica edilizia può essere controllata preliminarmente per verificare la presenza di determinati documenti. Un ufficio può utilizzare l’IA per sintetizzare un fascicolo voluminoso. Un dipendente può ottenere una prima bozza di una comunicazione al cittadino. Un’amministrazione può trasformare un testo burocratico in una comunicazione più comprensibile.

Nel settore dei servizi sociali, invece, l’IA può eventualmente aiutare nella gestione formale della documentazione, ma la valutazione della condizione della persona e la decisione sul procedimento devono rimanere fuori dall’automazione impropria.
Anche nella polizia municipale possono esistere applicazioni per la redazione di relazioni, la sintesi documentale o la comunicazione istituzionale, mentre diventano molto più delicati gli impieghi che riguardano la profilazione delle persone, la previsione dei comportamenti o l’utilizzo di dati biometrici.
Sono esattamente i confini che vanno fissati: l’IA può assistere la forma e alcune attività istruttorie, ma non sostituire la responsabilità del funzionario nella decisione.
La vera partita sarà sui dati
Per la Sicilia, però, la questione più strategica potrebbe essere ancora un’altra: i dati. Un sistema di IA funziona bene quando trova dati disponibili, strutturati, interoperabili e correttamente governati.
Questo significa che la diffusione dell’intelligenza artificiale obbliga indirettamente i Comuni a migliorare anche tutto ciò che viene prima dell’IA: gestione documentale, basi dati, interoperabilità, cloud, sicurezza, classificazione delle informazioni e qualità dei dati. È la ragione per cui il tema non può essere separato dalle politiche di trasformazione digitale già in corso.
Il Piano Triennale nazionale insiste sull’interoperabilità e sulla costruzione di un ecosistema digitale nel quale le amministrazioni possano scambiare informazioni in maniera più efficace. La stessa Regione Siciliana indica nel proprio quadro strategico cloud, PDND, sicurezza, patrimonio informativo e IA come componenti dello stesso processo di trasformazione.
L’intelligenza artificiale, quindi, può diventare una sorta di stress test della digitalizzazione comunale. Dove i dati sono disordinati, i sistemi non comunicano e le responsabilità non sono definite, introdurre l’IA non risolve necessariamente il problema. Può persino renderlo più difficile da individuare.
Non vietare l’IA, ma sapere dove si può usare
La questione più delicata, alla fine, è culturale. Di fronte a una tecnologia nuova, una pubblica amministrazione può essere tentata di adottare un approccio difensivo: vietare l’utilizzo degli strumenti di IA.
Ma se i dipendenti li stanno già utilizzando autonomamente, il divieto rischia semplicemente di spostare il fenomeno fuori dal perimetro dell’amministrazione. La strada alternativa è costruire una governance.

Significa stabilire quali strumenti sono autorizzati, quali dati possono essere inseriti, quali attività possono essere supportate dall’IA, quali sono vietate, chi controlla gli output, come vengono registrati gli utilizzi e chi mantiene la responsabilità dell’atto finale. Significa coinvolgere le figure che già presidiano questi ambiti: il Responsabile per la transizione digitale, il responsabile della protezione dei dati, i dirigenti e i responsabili dei procedimenti.
E significa soprattutto costruire una cultura interna nella quale l’IA non venga percepita né come una minaccia da rimuovere né come una scorciatoia capace di risolvere automaticamente le inefficienze.
La sfida per la Sicilia è organizzativa prima ancora che tecnologica
Per i Comuni siciliani l’intelligenza artificiale arriva dunque in un momento particolare. Da un lato ci sono le risorse e gli strumenti della trasformazione digitale, il quadro del PNRR e di PA digitale 2026, gli interventi regionali e il rafforzamento delle infrastrutture digitali. PA digitale 2026 continua a mettere a disposizione dei Comuni avvisi, risorse e strumenti operativi per la digitalizzazione degli enti.
Dall’altro c’è una macchina amministrativa molto differenziata, nella quale la disponibilità di personale, competenze digitali e strutture informatiche non è uniforme. In questo scenario l’IA può diventare un acceleratore, ma soltanto se viene accompagnata da organizzazione, formazione e regole. Il vero obiettivo non dovrebbe essere quindi avere “un Comune con l’intelligenza artificiale”.
Dovrebbe essere avere un Comune capace di sapere dove l’intelligenza artificiale serve, dove non serve, quali rischi comporta e come verificarne concretamente i risultati: il passaggio dall’IA va utilizzata individualmente e informalmente all’IA inserita dentro processi amministrativi formalizzati.
Per la Sicilia questa potrebbe essere una delle prossime frontiere della digitalizzazione. Non una gara a chi introduce per primo il chatbot più sofisticato, ma una questione molto più concreta: come trasformare l’intelligenza artificiale in uno strumento di semplificazione senza trasformarla in una nuova fonte di opacità, dipendenza tecnologica o disuguaglianza tra amministrazioni.
La tecnologia, in questo caso, è soltanto una parte della storia. L’altra è la capacità dei Comuni di governarla.



