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Il report Istat- fio.PSD-ETS

L’invisibilità dei diecimila “senza dimora”: una radiografia della marginalità estrema che riguarda anche la Sicilia

lunedì 30 Marzo 2026

Istat, la fotografia italiana dei “senza dimora” in 14 città metropolitane: oltre i numeri, la realtà della strada

Il 26 gennaio 2026, una fotografia istantanea scattata dall’Istat nelle 14 città metropolitane italiane ha rivelato un volto del Paese spesso ignorato: 10.037 persone vivono senza una dimora.

Il report presentato dall’Istituto,in collaborazione con la fio.PSD-ETS (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), è frutto di una nuova metodologia di rilevazione, ci consegna un dato che va oltre la semplice statistica: lo 0,11% della popolazione residente nei grandi centri urbani gravita in una condizione di esclusione estrema.

Tra dormitori sovraffollati e giacigli di fortuna sotto i portici, l’analisi generale che segue, con il focus dedicato alla Sicilia, esplora la geografia, l’anagrafe e le carenze strutturali di un sistema di accoglienza che fatica a coprire il reale fabbisogno, evidenziando come la marginalità colpisca duramente giovani, stranieri e uomini in età lavorativa.

L’analisi della condizione abitativa e sociale in Sicilia nel 2026 ci riconsegna l’immagine di un’isola profondamente critica. Le rilevazioni Istat sulla marginalità estrema squarciano il velo su una realtà di esclusione che, sebbene numericamente inferiore rispetto al Nord Italia, presenta tratti di cronicità e isolamento preoccupanti.

La situazione nelle tre Città Metropolitane siciliane

Il report Istat dedica uno spazio analitico importante alle tre città metropolitane siciliane: Palermo, Catania e Messina. I dati dell’isola mostrano un quadro meno drammatico rispetto alle metropoli del Nord in termini assoluti, ma con criticità specifiche. Analizzando come il desiderio del “tetto di proprietà” conviva con la difficile situazione dei “senza dimora”.

Palermo è il centro con la maggiore pressione. Il report indica che nel capoluogo siciliano sono state censite 690 persone senza dimora. Di queste, 400 (circa il 58%) sono ospitate in strutture, mentre 290 (il 42%) vivono in strada. Palermo riflette la complessità di una metropoli mediterranea dove la marginalità è radicata nel centro storico e nelle aree portuali. La rete di accoglienza palermitana intercetta la maggioranza dei bisognosi, ma il numero di chi resta fuori (290 persone) è comunque elevato e rappresenta la sfida principale per le politiche sociali cittadine.

Catania segue con 218 persone senza dimora. Qui la proporzione di chi vive all’aperto è significativa: 78 persone (il 36% del totale locale) sono state trovate negli spazi pubblici. La marginalità catanese è spesso legata alle aree attorno alla stazione e ai poli di transito, con una forte presenza di uomini soli. Catania mostra una saturazione dei servizi che ricalca il dato nazionale, con strutture che faticano ad accogliere nuovi ingressi.

Messina presenta il quadro più “protetto” della regione. Con 129 persone rilevate, Messina riesce a dare un tetto a ben 104 di loro (l’80,6%). Solo 25 persone vivono effettivamente in strada. È il dato migliore della Sicilia e uno dei più alti a livello nazionale per quanto riguarda la capacità di copertura del sistema di accoglienza. Messina dimostra che, su numeri contenuti, una gestione attenta dei posti letto può quasi azzerare il fenomeno del sonno all’addiaccio.

Nel complesso, le città siciliane contano 1.037 persone senza dimora. La componente straniera in Sicilia è leggermente inferiore alla media nazionale ma comunque maggioritaria (attorno al 65% nelle strutture). I dati siciliani confermano che la marginalità non è un fenomeno del solo Nord Italia, ma una realtà che a Palermo e Catania assume contorni di urgenza, richiedendo un potenziamento dei servizi che vada oltre la semplice emergenza invernale.

Nel complesso, le tre città siciliane ospitano una popolazione senza dimora che, pur essendo una frazione ridotta rispetto ai 10.000 totali, richiede interventi mirati.

La Sicilia si distingue per una minore incidenza di persone in strada rispetto a città come Napoli o Roma, ma i dati confermano che la marginalità adulta è un fenomeno strutturale anche nell’isola. L’Istat sottolinea che per queste città, l’obiettivo principale è mantenere l’attuale equilibrio del sistema di accoglienza, che sembra reggere meglio l’urto rispetto ai grandi centri del Nord, pur dovendo fare i conti con una componente di stranieri molto elevata e con una fascia di età (31-60 anni) che anche qui rappresenta un problema non di poco conto.

La geografia italiana dell’esclusione

L’analisi territoriale proposta dall’Istat nel 2026 disegna una mappa dell’Italia divisa non solo da confini amministrativi, ma da abissi sociali profondi. Il fenomeno della “senza dimora” si concentra drasticamente nei grandi hub metropolitani del Centro-Nord, che agiscono come poli di attrazione ma anche come trappole di esclusione.

Roma si conferma il centro di questa emergenza con 2.621 individui censiti, di cui oltre la metà (1.299) dorme letteralmente sul suolo pubblico, senza alcun riparo che non sia un portico o un sottopasso.

Milano segue a ruota con 1.641 persone, riflettendo una crisi abitativa che nel capoluogo lombardo ha raggiunto livelli critici. Qui la marginalità è il prodotto di un mercato immobiliare aggressivo che espelle le fasce più fragili.

Torino e Napoli chiudono il quadrilatero delle grandi sofferenze, superando entrambe la soglia delle mille unità. È interessante notare come Napoli presenti una quota altissima di persone “in strada” (566), segno di una rete di accoglienza formale che fatica a intercettare il bisogno.

Spostandoci verso i centri minori delle aree metropolitane, i numeri calano drasticamente ma rivelano dinamiche specifiche. Reggio Calabria, con soli 31 individui, rappresenta l’estremità inferiore della scala, suggerendo che in contesti meno urbanizzati o con legami comunitari più stretti, la marginalità estrema fatichi a cronicizzarsi in modo visibile o venga assorbita da reti informali.

Tuttavia, la tendenza generale mostra che le città con maggiori servizi sono anche quelle dove le persone senza dimora tendono a gravitare, sperando in una maggiore offerta di mense e dormitori.

Questa distribuzione geografica solleva interrogativi politici cruciali: la marginalità è un fenomeno urbano intrinseco alla crescita delle metropoli? I dati sembrano confermare che laddove il PIL è più alto, anche il costo dell’esclusione è più visibile. La concentrazione nelle città del Nord e nel Lazio evidenzia come il sistema di welfare territoriale debba essere ricalibrato su flussi che superano i confini comunali, poiché il “senza dimora” è per definizione un soggetto mobile, che si sposta dove ritiene di avere maggiori possibilità di sopravvivenza immediata.

 L’identikit della marginalità 

Il profilo demografico tracciato dall’Istat nel 2026 demolisce molti dei pregiudizi correnti sulla povertà estrema. Non siamo di fronte a una massa informe, ma a traiettorie di vita spezzate con caratteristiche molto precise. Il primo dato eclatante riguarda il sesso: la strada è un mondo maschile.

Le donne rappresentano solo il 21,4% degli ospiti nelle strutture e appena il 12% di chi viene rilevato all’aperto. Questa sproporzione indica non solo una maggiore vulnerabilità femminile alla violenza della strada — che spinge le donne a cercare soluzioni di riparo meno visibili o informali — ma anche una diversa resilienza delle reti di protezione sociale per il genere femminile.

L’analisi per età è altrettanto rivelatrice. La fascia centrale della vita, quella che va dai 31 ai 60 anni, è la più colpita, rappresentando il 61,3% degli ospiti nelle strutture e ben il 73,2% di chi vive in strada. Siamo di fronte a una generazione di “uomini nel mezzo”, troppo vecchi per i programmi di inserimento giovanile e troppo giovani per la pensione.

Sono spesso persone che hanno perso il lavoro, hanno subito una separazione traumatica o soffrono di patologie non curate.

Un segnale d’allarme arriva dai giovani (18-30 anni), che costituiscono il 15,3% degli ospiti nei dormitori. Questo dato parla di un’ascensore sociale bloccato e di una povertà ereditaria o improvvisa che colpisce chi dovrebbe essere all’inizio del proprio percorso produttivo. All’estremo opposto, gli over 60 rappresentano il 23,4% degli accolti. Per molti anziani, la struttura di accoglienza notturna diventa l’ultimo baluardo prima della solitudine assoluta.

Infine, la componente migratoria. Oltre i due terzi di chi occupa un posto letto è di origine straniera. Tra chi vive in strada, la quota di stranieri tocca il 70,5%. Questo dato non deve essere letto solo in termini di flussi migratori, ma come fallimento dei percorsi di integrazione abitativa. La mancanza di documenti, la precarietà lavorativa e il razzismo immobiliare costringono migliaia di cittadini stranieri alla vita all’addiaccio, rendendo la marginalità un fenomeno intrinsecamente legato alla condizione giuridica del soggetto.

La mappa delle soluzioni di riparo e vita negli spazi pubblici in strada

Vivere senza dimora non significa solo “non avere una casa”, ma abitare lo spazio pubblico in modi che la maggior parte dei cittadini non può nemmeno immaginare. Il report Istat mappa queste “sistemazioni” con una precisione quasi clinica. Quasi la metà delle persone censite si trova in spazi pubblici completamente privi di riparo: giacigli di fortuna sui marciapiedi (35,1%) o in aree verdi (11,4%). Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: il parco pubblico non è più solo un luogo di svago, ma diventa un rifugio notturno nel tentativo di trovare un briciolo di privacy e silenzio lontano dal rumore del traffico.

Un altro 36,5% trova rifugio in spazi urbani “riparati”, come portici, sottopassi ferroviari o ponti. Qui la ricerca è per una protezione elementare dalla pioggia e dal vento. Le stazioni ferroviarie e i terminal dei trasporti accolgono circa una persona su dieci, confermando come i luoghi del transito diventino luoghi della stasi per chi non ha dove andare.

Un aspetto inquietante riguarda le persone che vivono in tende o auto (circa il 5%). Sebbene la percentuale sia bassa, rappresenta una forma di “marginalità stanziale” che cerca di ricostruire un minimo di perimetro domestico, seppur precario e illegale. Questi dati descrivono una città parallela, fatta di angoli ciechi e spazi di risulta, dove la sopravvivenza è dettata dalla capacità di adattamento a condizioni climatiche e igieniche estreme. La distribuzione dei giacigli riflette anche l’architettura delle nostre città: i portici di città come Bologna o Torino diventano infrastrutture di welfare informale, offrendo quel minimo di protezione che le strutture pubbliche non riescono a garantire a tutti.

 Il deficit di accoglienza e il sistema dei servizi

 

Uno dei punti più importanti del report è l’analisi del divario tra i bisogni rilevati e la capacità di risposta del sistema. A fronte di oltre 10.000 persone senza dimora, le strutture di accoglienza notturna offrono solo 6.678 posti letto. Questo scarto di circa 3.400 posti è la misura esatta dell’insufficienza strutturale delle nostre politiche di assistenza. Non è una questione di cattiva gestione dei posti esistenti: il tasso di occupazione è dell’83,3%, un valore altissimo che indica saturazione.

Le strutture più piccole (fino a 30 posti) sono le più sature (86,1%), probabilmente perché percepite come più sicure e meno caotiche dagli utenti. Quelle grandi (oltre 70 posti) registrano l’82% di occupazione. La capienza media di 30 posti per struttura suggerisce un modello di accoglienza parcellizzato, che però fatica a fare massa critica di fronte a emergenze improvvise o ondate di freddo.

Questo deficit obbliga migliaia di persone alla strada, creando un circolo vizioso: senza un indirizzo o un luogo sicuro dove dormire, trovare e mantenere un lavoro diventa quasi impossibile. Il report evidenzia che la disponibilità di posti letto è “inferiore al numero complessivo delle persone conteggiate”, un’affermazione che suona come una condanna per le politiche abitative degli ultimi decenni. Il sistema attuale sembra configurato per gestire l’emergenza, ma non per risolvere la condizione di senza dimora, limitandosi a offrire un letto per la notte senza un progetto di uscita dalla marginalità.

Come colmare le carenze?: tra Housing First, politiche di integrazione e salario minimo

 

Il report Istat 2026 non è solo un censimento, ma un atto di accusa e, al tempo stesso, uno strumento di pianificazione. L’adozione della metodologia “Tutti Contano” segna l’inizio di una nuova era per le statistiche sociali: non ci si accontenta più di stime basate sugli iscritti all’anagrafe (che per definizione escludono i senza dimora), ma si scende in strada, di notte, per contare i corpi e i bisogni.

La sfida per il futuro è duplice. Da un lato, occorre colmare il gap fisico dei posti letto, passando da un’accoglienza emergenziale a modelli di “Housing First”, dove la casa non è il premio finale di un percorso di riabilitazione, ma il punto di partenza. Dall’altro, i dati su giovani e stranieri impongono una riflessione sulle politiche di integrazione e sul salario minimo: se un terzo dei senza dimora è in età lavorativa, il problema non è solo la mancanza di un tetto, ma la povertà del lavoro che non permette l’accesso al mercato degli affitti.

Le città metropolitane, motori economici del Paese, devono farsi carico di questa ferita. Se lo 0,11% della popolazione vive senza dimora, la qualità della democrazia urbana è messa in discussione. Il monitoraggio periodico promesso dall’Istat permetterà di verificare se gli investimenti del PNRR e delle politiche sociali locali avranno effetto.

Istat
“I dati diffusi oggi per metodologia e copertura territoriale non sono comparabili con quanto è stato diffuso dall’Istat in precedenti ricerche e indagini sulla popolazione senza dimora precisano dall’Istitutonon è la nostra prima esperienza, ma le metodologie sono cambiate, l’obiettivo della rivelazione è diverso e quindi non si possono fare confronti”.
 “Questa indagineha spiegato durante la conferenza stampa dei dati la direttrice del Dipartimento per le Statistiche Sociali e Demografiche dell’Istat, Cristina Fregujafa parte di una strategia più ampia che si vuole dare l’istituto per monitorare la grave marginalità adulta e anche i servizi che vengono rivolti a queste persone. Con una certa periodicità saremo in grado di rilevare e di riproporre questa rilevazione così come l’abbiamo costruita in questa occasione, non è escluso con qualche estensione”.

Per ora, il 2026 ci consegna l’immagine di un’Italia che conta i suoi ultimi, con la speranza che smettano finalmente di essere invisibili.

FONTE DATI: ISTAT – LE PERSONE SENZA DIMORA – IL CONTEGGIO NEI 14 COMUNI CENTRO DI AREA METROPOLITANA

NOTA METODOLOGICA SUL CENSIMENTO 

Per la prima volta, l’Istat ha messo in campo una strategia coordinata per contare e dare un volto alla grave marginalità adulta nei 14 principali Comuni metropolitani italiani. Non si è trattato di una semplice stima statistica, ma di una rilevazione “Point in Time”, un’istantanea scattata simultaneamente in tutte le città coinvolte nella notte del 26 gennaio 2026.

Un metodo in due fasi L’indagine è stata strutturata in due momenti distinti e complementari. La prima fase, quella del conteggio diretto, ha permesso di mappare le persone presenti sia nelle strutture di accoglienza notturna sia in strada, spazi pubblici o sistemazioni di fortuna. A questa è seguita, il 28 e 29 gennaio, una seconda fase basata su interviste dirette per approfondire le storie e le caratteristiche personali dei singoli.

La rete sul territorio. L’Istat ha coordinato i lavori insieme alla fio.PSD (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), che ha gestito il reclutamento e l’organizzazione dei rilevatori sul campo. Fondamentale è stato il supporto delle amministrazioni comunali, che hanno collaborato alla mappatura delle aree sensibili e garantito la sicurezza durante le operazioni notturne.

Criteri e limiti della ricerca La metodologia utilizzata segue gli standard internazionali per garantire dati affidabili e confrontabili. Tuttavia, la stima presenta confini precisi: sono stati conteggiati solo gli adulti (escludendo i minori) e chi vive effettivamente all’aperto o in dormitori. Restano fuori dal conteggio coloro che occupano stabili, chi vive in insediamenti organizzati o chi riceve ospitalità temporanea da amici e parenti. Proprio per questa specificità, i risultati non sono comparabili con indagini del passato, segnando un nuovo punto di partenza per il monitoraggio della povertà estrema in Italia.

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