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L'intervista

Mahsa Amini, la testimonianza di due studenti iraniani a Palermo: “Il nostro coraggio contro la censura”

martedì 18 Ottobre 2022

Sadegh, nome di fantasia ed Elnaz, sono un ragazzo e una ragazza di 32 e 28 anni. Entrambi sono studenti dell’Università di PalermoNon è la prima volta che la polizia moralista arresta ragazze come Mahsa Amini a causa del loro hijab o del loro modo di vestirsi nelle strade o nei centri commerciali”, dicono. 

Nell’ultimo decennio infatti l’abbigliamento in Iran ha subito cambiamenti significativi, ecco perché la polizia morale iraniana è entrata in vigore per controllare le donne. Di norma, una volta arrestate, vengono portate in un centro dove vengono istruite per ore prima di essere costrette a firmare un impegno per rispettare i regolamenti e quindi essere autorizzate ad andarsene”, spiega Elnaz. “Questo è un governo che ha aperto la strada alla violenza contro le donne. Nel 2020, il leader supremo iraniano, Ali Khamenei, ha affermato che le donne con il velo inappropriato dovrebbero sentirsi insicure. Questa dichiarazione è stata supportata da altri funzionari e religiosi. Dunque tutto ciò che il governo ha fatto negli ultimi anni ha portato a questa situazione, dove le donne non sono libere di scegliere come vestirsi o come comportarsi. Abbiamo avuto inoltre molti casi di delitto d’onore nell’ultimo decennio e le donne in generale hanno meno diritti degli uomini. Come donna, hai bisogno del permesso di tuo marito per lavorare o studiare o addirittura lasciare il paese. Non puoi ottenere facilmente l’affidamento di tuo figlio. Non puoi andare in bicicletta, non puoi cantare, non puoi ballare e così via.”

Elnaz, originaria della città di Kermanshah e attualmente studentessa magistrale di relazioni internazionali a Unipa, non va nel suo paese da 7 mesi ma, l’ultima volta che c’è stata “tutto sembrava calmo e normale. C’erano sempre discussioni tra le persone sul cambiamento del regime o sulle riforme. Adesso tutto sembra diverso. Le persone sono più determinate su ciò che vogliono.”

Sadegh, originario di Teheran, ci racconta com’era la situazione in Iran prima della rivoluzione iraniana del 1979 quando “era uno dei paesi più potenti del Medio Oriente e ricco di risorse energetiche. A quel tempo era governato dal re Mohammad Reza Pahlavi, uno scià colto e istruito, sotto il suo regime gli iraniani potevano viaggiare in tutto il mondo senza visto e senza problemi finanziari, potevano decidere liberamente sulla propria religione, le donne potevano indossare l’hijab o quello che preferivano. L’inflazione era di circa il 2% e la crescita economica è stata di circa oltre il 50%, 1 Dollaro corrispondeva a circa 7 Toman (moneta iraniana). Ma dopo la rivoluzione iraniana tutto è cambiato – prosegue – l’Iran non è più un paese potente, gli iraniani possono viaggiare solo in meno di 10 paesi senza visto, le persone che non sono musulmane e sciite hanno problemi a trovare un impiego (devono inoltre firmare per dichiarare che rispettano le regole del regime islamico). Non solo le donne iraniane devono indossare l’hijab, ma anche le straniere che non sono musulmane, il che è ridicolo. L’inflazione adesso è superiore al 50%, rendendo impossibile crearsi una famiglia o comprare un’auto o una casa e prendere decisioni per il futuro dei propri figli. La maggior parte delle compagnie aeree iraniane ha problemi a viaggiare nei cieli fuori dall’Iran, che tra l’altro non è più sicuro dopo l’attacco militare all’aereo ucraino (circa 200 persone sono state uccise in quell’attacco) e adesso 1 dollaro vale circa 32.000 toman. È diventato davvero difficile per le persone viaggiare in Europa, Canada e Stati Uniti a causa del problema del visto e ora gli studenti più brillanti stanno cercando di farsi una nuova vita fuori dall’Iran.”

Ma perché tutto questo?

Perché l’Iran è ora governato da persone che non sono affatto istruite o che si limitano a leggere alcuni libri religiosi legati a migliaia di anni fa come i Grandi ayatollah (segni di Dio) e pensano di poter risolvere così i problemi di una nazione. Ma nel 21° secolo queste circostanze sono ridicole ed è assurdo che le ragazze del nostro paese, invece di ballare e cantare, stiano combattendo con la polizia iraniana in strada. La nostra gente è davvero coraggiosa, sono fiero di loro e sono sicuro che un giorno, con orgoglio, potremmo dire che veniamo dall’Iran, che ha una storia ricca, una cultura rispettosa e persone istruite.”, conclude Sadegh.

“È stato così triste per me sapere cosa le è successo perché poteva capitare a chiunque. Potevo essere io, mia sorella, un’amica, un membro della famiglia o chiunque io conosca e basta. È solo triste vedere che donne e ragazze nel mio paese vengano trattate in questo modo.” dichiara Elnaz. 

L’uguaglianza è ancora un mito e la discriminazione è ancora presente in tutto il mondo in forme diverse.” Non manca poi uno sguardo agli altri paesi: “In Iran vediamo donne che lottano per poter avere una propria autonomia e per poter scegliere cosa indossare e come comportarsi. In India, vediamo più o meno la stessa cosa, vogliono che gli sia permesso di indossare l’hijab, che alla fine è sempre una lotta per avere il potere di scegliere. In Danimarca, vediamo il governo danese che vieta l’hijab, togliendo quella libera scelta. Negli Stati Uniti, il diritto all’aborto è stato sottratto alle persone. Quindi la società nel suo insieme sta ancora lottando per raggiungere un accordo su uguaglianza ed equità, sta lottando per ammettere che ognuno deve essere libero di fare le proprie scelte.”

Ma quanto influisce la religione in tutto ciò? “Nel corso della storia spesso è stata usata come strumento di oppressione, ma ciò non significa che la religione sia una cosa negativa nel suo insieme. La colpa ricade sulle persone che ne abusano. La religione dovrebbe essere una scelta e una questione personale, non dovrebbe essere imposta a nessuno o essere usata come strumento di oppressione. Dunque non penso che riguardi più la religione, usata per rendere giustificabili le loro azioni e per portare le persone dalla loro parte. Soprattutto con quello che è successo di recente possiamo vedere chiaramente che questo governo oppressivo può essere definito solo come una dittatura fascista terrorista.”

Il nostro governo censura praticamente tutto e l’interruzione di Internet è un modo per impedire la diffusione di notizie che non sono vantaggiose per loro e per essere in grado di avere un controllo sulle storie e sui media. Al momento, anche dopo un mese dall’inizio delle proteste, internet in Iran non è ancora stabile. Non possiamo contattare facilmente le nostre famiglie perché non conosciamo l’ora in cui Internet si connette o si disconnette. Quando tutto è iniziato non ho avuto notizie dalla mia famiglia per una settimana, dopo abbiamo trovato il modo di comunicare ma ancora non è facile”, racconta Elnaz.

“In questo momento è davvero difficile fare una telefonata verso l’Iran, inoltre tutte le app dei social network sono filtrate e i dati mobili non funzionano, solo il wifi che però ha bisogno del VPN che a volte funziona e a volte no”, conferma Sadegh, il quale infatti riesce a sentire la sua famiglia solo grazie a suo zio che ha un buon vpn.

Cosa chiedono i manifestanti?

Inizialmente sono scoppiate proteste in risposta all’uccisione di Mahsa Amini e alla frustrazione delle donne nei confronti della disumana e discriminatoria “polizia morale” iraniana, poi le manifestazioni si sono trasformate in uno sfogo contro decenni di repressione da parte del regime islamico, inneggiando e urlando motti quali: “Donna, vita, libertà”; “Morte al dittatore!”; “Libertà, libertà, libertà!”; “Combatteremo e moriremo, ma riavremo l’Iran”.

Come se non bastasse, la stessa Università di Teheran ha impedito agli studenti di protestare e gli agenti di sicurezza sparano proiettili e lanciano gas lacrimogeni per disperdere le folle. Di recente inoltre, un incendio è esploso nella famosa prigione iraniana di Evin, dove sono detenuti molti dei prigionieri politici, attivisti, giornalisti, studenti e praticamente chiunque sia contro il regime. Le riprese video mostrano fiamme e fumo che salgono dalla prigione nel nord di Teheran. Sono stati segnalati anche spari, esplosioni e allarmi. 

Mentre le persone in Iran subiscono brutali repressioni e restrizioni da parte delle autorità, la comunità internazionale deve continuare a far sentire la propria voce, ogni persona che vive in una società democratica libera in cui i suoi diritti fondamentali sono tutelati ha l’obbligo morale di parlare.

Tutti, in particolare i sostenitori dei diritti delle donne, devono stare al fianco degli iraniani nella loro lotta per la libertà, la pace e la democrazia.

LA STORIA DI MAHSA AMINI

Poco più di un mese fa, il 16 settembre 2022, moriva Mahsa Amini, una donna iraniana di 22 anni. A picchiarla a morte, sarebbe stata la polizia del regime iraniano. Il motivo? Indossava “male” il velo.

Era stata arrestata il 12 settembre da agenti della “morale”, il cui dovere è controllare che tutte le donne indossino correttamente l’hijab e far rispettare il codice di abbigliamento del paese. Era stata portata al centro di detenzione per essere “convinta e istruita” sull’hijab, ha detto la polizia di Teheran. Poi, è stata trasferita in ospedale poche ore dopo il suo arresto con sintomi simili a una commozione cerebrale e probabilmente era in coma.

Le autorità iraniane hanno smentito ogni accusa, affermando che Mahsa aveva “avuto improvvisamente un problema cardiaco”. Tuttavia, secondo la sua famiglia, era una giovane donna sana senza problemi di salute che spiegherebbero questo improvviso attacco.

La ragazza era originaria di Saqqez, nella provincia del Kurdistan iraniano. Lei e la sua famiglia si erano recati nella capitale del paese, Teheran, per visitare dei parenti, quando gli agenti della “morale” l’hanno arrestata con la forza. Suo fratello Kiarash ha cercato di intervenire, ma anche lui è stato molestato fisicamente. Gli ufficiali gli hanno detto che Mahsa era stata portata alla stazione e che sarebbe stata rilasciata dopo un’ora di “lezione di rieducazione“.

Le autorità iraniane hanno una lunga storia di applicazione violenta e disumana delle leggi sul velo obbligatorio. Infatti dalla rivoluzione iraniana del 1979 l’hijab, il velo che copre la testa, è obbligatorio per tutte le donne che hanno compiuto nove anni di età, ma il 5 luglio 2022 una direttiva ha inasprito le punizioni per chi lo usa “in modo improprio”.

La cosiddetta “polizia morale” del regime ha il potere di fermare le donne ed esaminare qualsiasi cosa, dalla copertura dei loro capelli e del loro corpo al trucco e allo smalto alle unghie. Questi agenti vengono spesso sorpresi a molestare fisicamente le donne, con schiaffi, percosse con manganelli e costringendole a salire sui furgoni della polizia, il tutto solo per come sono vestite.

Sui social media sono emersi video orribili che mostrano agenti che trattengono con forza le donne, le trascinano a terra, strappano i loro capelli, le colpiscono con i manganelli e investono persino le famiglie con i furgoni della polizia mentre i loro cari vengono detenuti.

In seguito all’uccisione di Mahsa le proteste anti-governative si sono intensificate in tutto l’Iran, specialmente da parte delle donne che, impegnate in prima linea nella lotta a livello nazionale contro la Repubblica islamica, sfidano coraggiosamente il regime, bruciando gli hijab e tagliando i propri capelli. Molte di loro infatti sono state uccise o arrestate, altre risultano disperse.

Intanto sui social si è diffuso l’hashtag #MahsaAmini e numerose manifestazioni di solidarietà si sono svolte in tutto il mondo, in paesi come Canada, Francia, Italia, Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Corea, Paesi Bassi, Grecia, Turchia, Russia, Polonia, Irlanda, Repubblica Ceca, Nuova Zelanda e molti altri.

Oltre 120 città hanno manifestato per solidarietà alle donne iraniane, tra queste anche Roma, Trieste, Pisa, Milano e Venezia. 

Intanto però in Iran le autorità hanno schierato forze di sicurezza, inclusi agenti della Guardia Rivoluzionaria, forze paramilitari Basij e funzionari della sicurezza in borghese, per reprimere le proteste antigovernative. Diversi filmati diffusi in rete mostrano l’uso di proiettili, gas lacrimogeni, manganelli, cannoni ad acqua e taser contro i manifestanti. Secondo varie organizzazioni per i diritti umani, centinaia di persone sono state ferite o uccise, ma i numeri esatti non possono essere confermati a causa della mancanza di meccanismi investigativi indipendenti e dunque non esiste un’indagine imparziale. Centinaia sono stati gli arresti, tra giornalisti, attivisti e studenti universitari.

Le autorità hanno poi limitato l’accesso a Internet in diverse città iraniane. Instagram e WhatsApp sono state limitate e le reti mobili sono state interrotte, lasciando molti utenti completamente offline. Di conseguenza, i manifestanti non possono condividere i filmati che documentano la brutalità della polizia, lasciandoli messi a tacere.

Questa però non è la prima volta che il regime chiude i servizi Internet durante le proteste contro il governo. Nel 2019, il regime aveva deliberatamente bloccato l’accesso a Internet per nascondere la reale portata delle uccisioni illegali e della detenzione dei manifestanti, 1.500 persone infatti sono state uccise nell’arco di due settimane.

 

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