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La dura realtà dei dati Istat

Perché sempre meno persone intendono avere figli?: in Sicilia povertà, precarietà e carenza di servizi cancellano il futuro

martedì 30 Dicembre 2025

Il 2024-2025 segna un punto di svolta critico per la demografia italiana, con la Sicilia che vive un pesante paradosso socio-economico senza precedenti che si ripercuote a livello familiare.

Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sulle intenzioni di fecondità, pubblicato il 22 dicembre, di cui avevamo precedentemente trattato a livello generale gli aspetti sociali ed economici  emersi, solo il 21,2% dei residenti in età fertile pianifica un figlio nei prossimi tre anni.

In Sicilia, questa riluttanza è alimentata da barriere strutturali invalicabili: sebbene l’isola mostri segni di dinamismo occupazionale (+4,8% di dipendenti nel 2024), il tasso di occupazione complessivo resta di 16,4 punti sotto la media nazionale.

L’articolo analizza come la povertà assoluta, che colpisce il 16,3% delle famiglie siciliane (il doppio rispetto all’8,5% nazionale), e la cronica carenza di servizi per l’infanzia (solo 17,8 posti ogni 100 bambini nelle Isole contro i 38,8 del Centro) stiano soffocando i progetti riproduttivi dei giovani.

Il “desiderio di famiglia” si scontra con una realtà in cui una donna su due teme che un figlio peggiori le proprie opportunità lavorative. A ciò si aggiunge un’emorragia di capitale umano che vede oltre 7.000 laureati abbandonare l’Isola ogni anno, impoverendo il potenziale di crescita futuro.

Attraverso il confronto tra il PIL pro capite siciliano (24,8 mila euro) e quello del Nord-Ovest (46,1 mila euro), emerge un quadro di disuguaglianza che richiede interventi strutturali urgenti, andando oltre la logica dei bonus temporanei per abbracciare una visione di sistema che includa lavoro stabile, infrastrutture sociali e sostegno abitativo.

Il “deserto demografico” della Sicilia

 

L’Italia e l’ombra del declino demografico

L’Italia si trova immersa in una “glaciazione demografica” che non accenna a sciogliersi. I dati Istat rilasciati a fine 2025 confermano un trend allarmante: il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, un calo significativo rispetto all’1,29 registrato vent’anni fa.

Il reparto di ostetricia dell’ ospedale Lotti di Pontedera (Pisa) in un’immagine d’archivio. FRANCO SILVI / ANSA / PAL

Ma il dato più inquietante riguarda la proiezione del desiderio: nel 2024, solo il 21,2% delle persone tra i 18 e i 49 anni esprime l’intenzione (certa o probabile) di avere un figlio nel breve periodo. Oltre 10,5 milioni di italiani hanno ormai escluso la genitorialità dal proprio orizzonte immediato o futuro.

In questo scenario, la Sicilia rappresenta un caso di studio unico e drammatico. Se a livello nazionale le ragioni del “no” sono spalmate tra incertezze globali e cambiamenti culturali, nell’Isola il peso dei fattori economici e della mancanza di servizi è schiacciante.

Il rapporto evidenzia come, nelle Isole, il sostegno economico sia indicato come la priorità assoluta per favorire la natalità da un terzo dei residenti.

LE SLIDE DEL REPORT INPS

Le intenzioni dei siciliani: tra desiderio e rassegnazione

Il desiderio di fecondità in Sicilia è caratterizzato da una profonda incertezza. Il rapporto ISTAT rileva che il 40,0% dei residenti nelle Isole non è in grado di indicare un numero ideale di figli, una quota di “non risposta” molto più alta rispetto al Nord Italia. Questo dato suggerisce una difficoltà nel “pensare al futuro” in un contesto di precarietà strutturale.

Tra chi esprime un desiderio, il modello della famiglia con due figli resta il più ambito (41,7%), ma la capacità di realizzare questo progetto è minata dalle condizioni di partenza. In Sicilia, più che altrove, la distanza tra le intenzioni dichiarate e la realtà è enorme: meno della metà delle donne che desideravano un figlio nel 2016 è riuscita ad averlo entro i tre anni successivi.

Le variabili che favoriscono la realizzazione di questo desiderio sono chiare: essere giovani, istruite e occupate. Tuttavia, in Sicilia, questi tre pilastri sono spesso fragili o assenti.

L’anno 2024 ha presentato un dato apparentemente positivo per la Sicilia: l’Isola è risultata la regione più dinamica d’Italia per crescita dell’occupazione dipendente (+4,8%).

Settori come le costruzioni (+15,2%) e i servizi immobiliari hanno trainato un incremento dei posti di lavoro che ha superato la media nazionale. Tuttavia, si tratta di un “recupero” che non colma il divario abissale con il resto del Paese.

Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni in Sicilia si ferma infatti al 50,7%, ben 16,4 punti sotto la media italiana. Questo significa che quasi una persona su due in età lavorativa non ha un impiego regolare. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro (29,0%) è più del doppio della media nazionale (13,3%).

Per una coppia siciliana, l’idea di mettere al mondo un figlio diventa quindi una scommessa ad alto rischio, specialmente se si considera che il 9,4% degli intervistati cita esplicitamente le “condizioni lavorative inadeguate” come motivo principale per rinunciare alla genitorialità.

 

La trappola della povertà: 1 bambino su 6 in bilico

La povertà non è solo un dato statistico, ma il principale contraccettivo sociale in Sicilia. Nel 2024, il 16,3% delle famiglie siciliane vive in condizione di povertà assoluta, contro una media nazionale dell’8,5%. Questo dato raddoppia se si guarda alle famiglie con più figli: tra i nuclei con 3 o più figli, la povertà supera il 20% a livello nazionale, ma in Sicilia assume contorni emergenziali.

Oltre un bambino su sei in Sicilia vive in famiglie che non possono garantire beni e servizi di base. La spesa media mensile per i consumi nell’Isola si ferma a 2.155 euro, contro i 2.924 euro della media nazionale. Di questi, oltre il 23% viene speso per l’alimentazione (rispetto al 19,2% nazionale), segno di un’economia domestica ridotta all’essenziale che non lascia spazio a spese per l’istruzione, lo sport o la cura dei figli.

In questo contesto, le “agevolazioni abitative”, citate dal 23,1% del campione ISTAT come priorità, diventano un miraggio per chi non ha garanzie bancarie o redditi stabili.

Il desolato panorami dei servizi comunali: la crisi degli asili nido nell’Isola

Uno dei dati più pesanti emersi dal dossier riguarda i servizi per l’infanzia. Nelle Isole (Sicilia e Sardegna), la copertura dei posti negli asili nido è ferma a 17,8 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni. Per fare un confronto, nel Centro Italia la copertura è del 38,8%.

Città come Catania (8%), Ragusa (10,7%) e Palermo (12,8%) mostrano i livelli più bassi d’Italia, ben lontani dall’obiettivo europeo del 33%. La mancanza di asili nido pubblici non è solo un problema educativo, ma una barriera diretta all’occupazione femminile.

Senza una rete di supporto, la cura dei figli ricade interamente sulla famiglia, spesso sulla madre, costringendola a scegliere tra lavoro e maternità. Non sorprende che il 28,5% dei residenti siciliani indichi i servizi per l’infanzia come la misura più urgente per sostenere la natalità.

L’incubo del mercato del lavoro: essere madri in Sicilia

La percezione del rischio professionale legato alla maternità è altissima. Il 50% delle donne italiane pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le opportunità di carriera, una quota che balza oltre il 65% tra le giovani di 18-24 anni. In Sicilia, dove il mercato del lavoro è più saturo e meno flessibile, questo timore è una realtà tangibile.

Tra le donne occupate in Sicilia, la quota di chi vuole un figlio (36,9%) è drasticamente inferiore rispetto alle laureate che non hanno ancora carichi familiari.

Il timore di sanzioni invisibili, come la “clausola di non maternità” di fatto o il mancato rinnovo dei contratti a termine, pesa come un macigno. Mentre il 59% degli uomini ritiene che un figlio non cambierebbe nulla nella propria vita lavorativa, per le donne siciliane la genitorialità è percepita come una potenziale causa di esclusione sociale e professionale.

Giovani e laureati in fuga

Mentre le culle restano vuote, le stazioni e gli aeroporti sono affollati. Nel 2024, la Sicilia ha perso circa 10.000 residenti, con un saldo naturale (nascite meno morti) negativo per oltre 30.000 unità. Il fenomeno più preoccupante è l’emigrazione dei giovani laureati: circa 7.000 all’anno lasciano l’Isola per il Nord Italia o l’estero.

Nelle province siciliane, i tassi di istruzione superiore sono i più bassi d’Italia: a Siracusa solo il 15,2% degli under 40 ha una laurea. Questa costante “fuga di cervelli” crea un circolo vizioso: i giovani più qualificati, che secondo l’ISTAT avrebbero maggiori probabilità di realizzare le proprie intenzioni di fecondità, sono proprio quelli che lasciano la regione.

Chi resta deve spesso accontentarsi di lavori sottopagati o precari, rinviando sine die il progetto familiare.

Il confronto regionale: non si risolve il divario tra Sud e Nord

Il divario tra Sicilia e Nord Italia non si riduce, nonostante la crescita del PIL reale nell’Isola (+1,3% nel 2024, tra le migliori performance nazionali). Il problema è la base di partenza:

  • PIL Pro Capite: Mentre nel Mezzogiorno (Sicilia inclusa) è di circa 24,8 mila euro, nel Nord-Ovest sfiora i 46,1 mila euro e nel Nord-Est i 43,6 mila euro.

  • Reddito Disponibile: Al Sud il reddito medio è di 17,8 mila euro, appena il 70% di quello del Centro-Nord (25,9 mila euro).

  • Capitale Sociale: La Sicilia investe solo 391 euro pro capite in servizi sociali, contro medie del Nord che superano i 600 euro.

Istat

Questa disparità si traduce in una diversa “capacità di futuro”.

Se in Lombardia un giovane può sperare in una carriera stabile e in servizi efficienti, in Sicilia deve lottare contro un’inflazione che erode i redditi bassi e un’offerta di servizi che lo costringe a contare solo sulla solidarietà familiare (il 11,5% degli intervistati dichiara di non poter avere figli perché deve occuparsi dei genitori anziani).

Prospettive: basta con i bonus, urge una visione strutturale!

 

I dati ISTAT di fine 2025 non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: la Sicilia rischia di diventare un “deserto demografico” entro i prossimi decenni se non si inverte la rotta.

Non bastano i bonus bebè o le misure temporanee: i siciliani chiedono riforme di sistema.

Il 28,5% indica il sostegno economico come priorità, ma questo deve tradursi in salari più alti e sgravi fiscali per chi assume donne e giovani.

È necessario completare la rete degli asili nido attraverso i fondi PNRR per raggiungere almeno la soglia del 33%, garantendo così alle madri siciliane la possibilità di non abbandonare il lavoro.

Infine, serve un piano straordinario per l’abitazione, per permettere ai giovani di uscire dalla famiglia di origine (un altro fattore che ritarda la fecondità) prima dei 30 anni.

Senza queste basi, il desiderio di avere figli rimarrà solo una voce statistica in un rapporto annuale, mentre la Sicilia continuerà a invecchiare, perdendo i suoi figli migliori e la speranza di un rinnovamento generazionale.

La priorità strategica nazionale e regionale del 2025 deve essere chiara, decisa e “matura”: trasformare le “intenzioni” in “realtà” garantendo il diritto, oggi negato a molti, di poter sognare una famiglia nella propria terra.

FONTE DATI: REPORT ISTAT- INTENZIONI DI FECONDITÀ | DATI ANNO 2024

Nota metodologica

I dati presentati dall’ISTAT nel rapporto “Intenzioni di fecondità 2024”, pubblicato il 22 dicembre 2025, non sono semplici stime, ma il risultato di una delle rilevazioni più complesse e rigorose del Sistema Statistico Nazionale: l’indagine campionaria “Famiglie e soggetti sociali” (FSS).

Un campione monumentale L’indagine ha coinvolto un campione di circa 33.000 famiglie, distribuite in oltre 800 comuni italiani, per un totale di circa 73.000 individui analizzati. Per la sezione dedicata alla natalità, l’attenzione si è focalizzata sulla popolazione in età riproduttiva, ovvero i cittadini tra i 18 e i 49 anni.

Metodologia di raccolta: il mix tecnologico La rilevazione, condotta tra aprile e luglio 2024, ha utilizzato una tecnica “multitecnica” (Sequential Mixed Mode):

  • CAWI (Web): Compilazione online per una risposta immediata.

  • CAPI/CATI: Interviste faccia a faccia o telefoniche condotte da rilevatori professionisti per raggiungere anche le fasce di popolazione meno digitalizzate o residenti in aree interne.

Dalle intenzioni alla realtà: L’aspetto più innovativo della metodologia è l’analisi longitudinale. L’ISTAT non si è limitato a chiedere “quanti figli vorresti”, ma ha incrociato le risposte fornite nel 2016 con i dati reali del 2019.

Attraverso modelli di regressione logistica (un’analisi multivariata che isola variabili come istruzione, lavoro e reddito), i ricercatori hanno potuto dimostrare scientificamente che meno della metà delle donne riesce a trasformare il desiderio di maternità in realtà, confermando che il calo non è una scelta, ma spesso un’impossibilità strutturale.

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