L’eurodeputato di Fratelli d’Italia Ruggero Razza fa il punto sulla situazione a Lampedusa. “Per anni Bruxelles ha guardato a Est dimenticando il Sud. La geografia viene prima dell’ideologia. A Lampedusa non finisce l’Italia: comincia l’Europa”.
Onorevole Razza, siamo a Ferragosto e a Lampedusa sono ripresi gli sbarchi, anche se con numeri molto inferiori agli anni del grande afflusso. L’Europa ha finalmente capito che quello che accade lì non è soltanto un problema italiano?
“Basta aprire un atlante. Da Roma Lampedusa sembra l’ultimo pezzo d’Italia. Vista dall’Africa è il primo pezzo d’Europa. E cambia tutto. Cara Europa, Lampedusa è la tua porta. A Lampedusa non finisce l’Italia. Comincia l’Europa. Braudel definiva il Mediterraneo “mille cose insieme”: oggi energia, commerci, infrastrutture, sicurezza, migrazioni. Lampedusa è piccola sulla carta geografica e gigantesca sulla carta geopolitica. Per trent’anni l’Europa ha guardato a Est dimenticando il Sud. La politica può dimenticare la geografia. La geografia non dimentica la politica”.
Sull’immigrazione, però, l’Europa sembra aver seguito proprio la strada indicata da Meloni.
È qui che entra il Piano Mattei?
“Certo. Per anni abbiamo considerato l’Africa un problema da contenere o un continente da assistere. Intanto Cina, Russia, Turchia e Paesi del Golfo arrivavano con investimenti, energia, infrastrutture. Noi troppo spesso con le prediche. Ma con le prediche non si costruiscono porti. Meloni ha avuto un’intuizione politica prima ancora che economica: l’Africa non è il confine meridionale dell’Europa, è parte del suo futuro. Il Piano Mattei cambia paradigma: non carità, interessi reciproci. L’Africa ha bisogno dell’Europa. L’Europa dell’Africa. E in mezzo c’è l’Italia. Non è ideologia. È geografia”.
E in questa nuova geografia che ruolo può avere la Sicilia?

“Deve scegliere: periferia geografica o piattaforma geopolitica. Porti, aeroporti, energia, cavi sottomarini, capitale internazionale. Se il Mediterraneo torna al centro, la Sicilia torna al centro. E possiamo fare un passo in più. La Sicilia può candidarsi a ospitare il primo progetto pilota europeo di data center sottomarino. La Cina li sta già sperimentando, alimentati anche dall’eolico offshore e raffreddati dal mare. L’Europa sta investendo sulle infrastrutture digitali sottomarine e ha appena finanziato il Regional Cable Hub del Mediterraneo. (Strategia Digitale Europea) Porterò a Bruxelles l’idea di fare della Sicilia il laboratorio europeo di questa tecnologia. Cavi, energia offshore, capacità di calcolo: abbiamo gli elementi per provarci. Non basta essere il luogo dove passano le navi, l’energia e i dati degli altri. Dobbiamo essere il luogo dove quei dati producono valore. Una cosa è essere un’isola al centro del Mediterraneo. Un’altra è diventare il centro del Mediterraneo”.
Ma tutto questo presuppone un’Europa diversa. È davvero cambiata?
“Prima è cambiato il mondo. Poi Bruxelles se n’è accorta. Oggi sappiamo cosa non ha funzionato: il mercato al posto della politica, la moneta al posto della sovranità, le regole al posto della strategia. Una moneta può fare un mercato. Non fa un destino. Giorgia Meloni ha capito prima di altri cosa stava accadendo. Doveva essere isolata, travolta dallo spread, respinta dall’Europa. È successo il contrario. A essere rimaste isolate sono certe previsioni”.
Trump, Cina, dazi, “buy European”. È finita la globalizzazione?
“No. È finita la sua teologia. Ci avevano spiegato che gli Stati non servivano più, i confini erano vecchi, la geografia superata. Poi sono arrivate guerra, pandemia, crisi energetica. La storia ha presentato il conto. Sull’AI i numeri sono brutali: quasi il 70 per cento della capacità di calcolo mondiale è negli Stati Uniti, circa il 18 in Cina, l’Europa appena il 4. I data center sono i binari dell’intelligenza artificiale. Se non hai i binari puoi scrivere il miglior regolamento ferroviario del mondo. Il treno passa altrove”.
Quale Europa immagina, allora?
“Un’Europa che faccia meno cose e faccia quelle importanti: difesa, sicurezza, energia, ricerca, infrastrutture, frontiere. Se Bruxelles vuole decidere tutto, alla fine non decide ciò che conta. Abbiamo costruito mercato, moneta, istituzioni, migliaia di regole. Quasi tutto. E viene in mente il titolo degli U2: I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Abbiamo costruito gli strumenti e rischiamo di avere smarrito lo scopo. Una civiltà non vive di direttive. Vive di memoria, libertà, identità, responsabilità. L’Europa rischia di sapere perfettamente come funzionare e di non sapere più perché esiste”.
Intanto il quadro economico italiano presenta segnali positivi. Anche il Pil è stato rivisto in miglioramento. Ma le opposizioni continuano ad accusare il governo di inerzia.
“Ci sono 643 miliardi di export. Oltre 50 miliardi di avanzo commerciale. Più investimenti esteri. Oltre 70 progetti per circa 71 miliardi seguiti dal Governo. I numeri hanno un pregio: non partecipano ai talk show. E il capitale misura la fiducia meglio dei sondaggi: chi rischia soldi, non vuole parole. Anche sul PNRR abbiamo ascoltato per mesi un copione che parlava di ritardi, fallimento, catastrofe. Alla fine è fallita soprattutto la previsione”.
Però una famiglia non vive di export e avanzo commerciale. E per molti giovani, soprattutto al Sud, il futuro resta una questione aperta.
“Certo. Ma anche qui partiamo dai numeri: occupazione al 63 per cento, disoccupazione al 5, quella giovanile al 15,1. Dati che qualche anno fa avremmo

considerato difficili da immaginare. Ma non basta. La vera sfida è la qualità del lavoro, i salari, le opportunità. E l’Europa sta finalmente mettendo a fuoco tre questioni decisive: il Right to Stay, cioè il diritto di poter costruire il proprio futuro nel territorio in cui si è nati; una politica specifica per l’insularità, perché vivere e produrre su un’isola ha costi diversi; e la casa, perché senza un’abitazione accessibile l’autonomia dei giovani diventa teoria. Lavoro, territorio, casa. È da qui che passa la libertà di scegliere: partire, restare, tornare. Una Sicilia che trattiene e attrae competenze smette di essere periferia. E diventa centro”.
Siamo partiti da Lampedusa. Ma, più in generale, che tempo politico stiamo vivendo?
“Un tempo nel quale sono tornate di moda parole come nazione, confini, sicurezza, difesa, interesse nazionale. Tutta roba che ci avevano spiegato essere vecchia. Invece il mondo è cambiato davvero. E quando cambia il mondo, o cambia la politica o rischia di essere travolta dagli eventi”.
Il suo augurio di Ferragosto?
“Che torni il tempo lungo. Abbiamo accelerato la comunicazione e accorciato il pensiero. Non mi pare un grande affare. Governare significa pensare a ciò che resta quando il consenso passa. La cronaca dura un giorno. Le conseguenze molto di più”.
Abbiamo parlato di tutto, ma non di politica siciliana.
“Buon Ferragosto”.




