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L'appello

Referendum, Mannino (Cgil Sicilia): “Non si vota un partito, si vota per cambiare la propria vita” CLICCA PER IL VIDEO

mercoledì 2 Aprile 2025

L’8 e il 9 giugno 2025 i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi su cinque quesiti referendari abrogativi. Quattro sono relativi al mondo del lavoro, uno inerente al diritto alla cittadinanza.

La consultazione è uno degli appuntamenti più rilevanti degli ultimi anni per la democrazia diretta. Lo dimostra il numero di firme raccolte: oltre 4 milioni per i quesiti sul lavoro e 637 mila per quello sulla cittadinanza. I temi affrontati sono strutturali e trasversali, spesso assenti dal dibattito parlamentare.

I referendum, promossi dalla CGIL, sostenuti da numerose realtà associative e civiche, sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale nel febbraio 2025. L’obiettivo è: intervenire in modo diretto e radicale su normative che hanno prodotto un sistema del lavoro fondato sulla precarietà strutturale, sull’indebolimento delle tutele, sulla deresponsabilizzazione delle imprese e sull’esclusione di milioni di persone dai diritti fondamentali.

A rendere ancora più significativa la portata dell’appuntamento referendario è il contesto socio-economico in cui si inserisce: un’Italia in cui oltre il 75% dei nuovi contratti è a termine, con una diffusione crescente del part-time involontario e con quasi mille morti sul lavoro ogni anno. Contemporaneamente, circa 2,5 milioni di persone di origine straniera vivono nel Paese senza poter accedere alla cittadinanza, pur essendo nati, cresciuti o perfettamente integrati nel tessuto sociale italiano.

A spiegare le ragioni e gli obiettivi della campagna referendaria è Alfio Mannino, segretario generale della CGIL Sicilia, che con fermezza invita a riportare il lavoro e i diritti al centro dell’agenda pubblica.

LE RAGIONI ALLA BASE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA

Abbiamo voluto avviare questa campagna per riportare al centro del dibattito politico e pubblico la questione del lavoro, in tutte le sue dimensioni. Negli ultimi anni la legislazione ha fortemente precarizzato il mercato. Oggi, il 75% dei contratti attivati è a termine o stagionale, spesso con part-time involontari, in particolare per giovani e donne. Inoltre, in caso di licenziamento illegittimo, non esiste il diritto al reintegro: il lavoratore ha diritto solo a un indennizzo economico”.

Mannino mette in evidenza anche la questione degli appalti, dove la responsabilità dell’azienda committente viene spesso scaricata lungo la filiera, lasciando i lavoratori senza adeguate tutele.

Troppi sono i casi in cui la ditta committente non è chiamata a rispondere per incidenti o violazioni in subappalto. È un mercato del lavoro frammentato, che questi referendum vogliono contribuire a ricucire. Soprattutto al Sud, in Sicilia, dove il lavoro o non c’è, o è precario e sottopagato”.

In un clima di crescente disillusione verso la politica e gli strumenti democratici, il sindacalista  ricorda che: Non si vota un partito. Si vota per cambiare direttamente le proprie condizioni di vita. I cittadini hanno in mano un’opportunità concreta per invertire la rotta”.

Vediamo nel dettaglio i cinque quesiti che saranno sottoposti al voto popolare.

I REFERENDUM SUL LAVORO

1. Stop ai licenziamenti illegittimi

Il primo quesito referendario propone l’abrogazione del Decreto Legislativo 23/2015, conosciuto come “Jobs Act”. Questa norma ha introdotto il contratto a tutele crescenti, eliminando la possibilità di reintegro nel posto di lavoro per i lavoratori licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, se assunti dopo il 7 marzo 2015 in aziende con più di 15 dipendenti.

L’abrogazione della norma restituirebbe il diritto al reintegro anche per questi lavoratori, allineandoli alle tutele previste dalla legge per coloro assunti prima del Jobs Act. Si tratta di oltre 3 milioni e mezzo di persone attualmente escluse da questa garanzia.

2. Più tutele per i lavoratori delle piccole imprese

Il secondo quesito interviene sull’articolo 8 della legge 604 del 1966, che regola le indennità per licenziamento illegittimo nelle aziende con meno di 16 dipendenti. La legge prevede oggi un tetto massimo di sei mensilità di risarcimento, anche nei casi in cui un giudice riconosca l’assenza di una giusta causa.

Il referendum propone di eliminare questo limite, consentendo al giudice di valutare liberamente l’entità dell’indennizzo, tenendo conto della gravità del licenziamento e dell’anzianità del lavoratore. Una misura che mira a garantire maggiore equità e a rafforzare i diritti di circa 3,7 milioni di lavoratori impiegati nelle microimprese.

3. Riduzione della precarietà attraverso la regolamentazione dei contratti a termine

Il terzo quesito mira ad abrogare alcune parti del Decreto Legislativo 81/2015 che oggi permettono di instaurare contratti a tempo determinato della durata massima di dodici mesi senza l’obbligo di indicare una motivazione (cosiddetta “causale”).

L’obiettivo del referendum è ripristinare l’obbligo della causale fin dal primo giorno di contratto, rendendo necessario motivare con esigenze tecniche, organizzative o produttive il ricorso a un contratto non stabile. Una misura pensata per contrastare l’uso abusivo della flessibilità contrattuale e per incentivare rapporti di lavoro più stabili e duraturi.

4. Maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro e responsabilità dell’impresa committente

Il quarto quesito interviene sulla disciplina degli appalti, chiedendo di abrogare la parte dell’articolo 26 del Decreto Legislativo 81/2008 che oggi esclude la responsabilità dell’impresa committente per i danni derivanti dai rischi specifici delle ditte appaltatrici o subappaltatrici.

Abrogando questa norma, si renderebbe nuovamente responsabile anche l’azienda madre, con l’obiettivo di rafforzare la prevenzione, la sicurezza e la tutela dei lavoratori. In un Paese in cui si registrano circa mille morti sul lavoro ogni anno, si tratta di una misura che punta a un’assunzione più ampia e condivisa di responsabilità.

IL REFERENDUM SUI DIRITTI CIVILI
5. Riduzione dei tempi per ottenere la cittadinanza italiana

L’ultimo quesito riguarda l’abrogazione parziale dell’articolo 9 della legge 91/1992, che fissa in dieci anni il tempo minimo di residenza legale continuativa per poter richiedere la cittadinanza italiana.

Il referendum propone di ridurre questo periodo a cinque anni, ripristinando un criterio che era in vigore fino al 1992. La modifica non toccherebbe gli altri requisiti previsti dalla legge, come la conoscenza della lingua italiana, l’assenza di precedenti penali e il rispetto degli obblighi fiscali. Si tratterebbe di un passo significativo per circa 2,5 milioni di persone di origine straniera che vivono stabilmente in Italia.

Come ricorda Mannino: “Attraverso questi referendum possiamo rilanciare la democrazia e restituire al lavoro la dignità che merita”.

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