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Governare “a ogni costo” è la soluzione?

Stabilicum: è la riforma elettorale che serve al Paese o quella che serve ai partiti?

mercoledì 3 Giugno 2026

Lo “Stabilicum”: le incognite del nuovo modello elettorale 

 

La discussione sulla legge elettorale in Italia è tornata prepotentemente al centro del dibattito nazionale con la presentazione del cosiddetto “Stabilicum”. Questo ennesimo tentativo di riforma elettorale non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un solco storico di tentativi di riforma mirati a risolvere l’annoso dilemma tra rappresentatività delle forze politiche e stabilità degli esecutivi.

La ricerca di un modello in grado di bilanciare queste due istanze ha caratterizzato l’intera storia repubblicana, passando per i grandi mutamenti degli anni ’90 e le più recenti modifiche degli anni 2000.

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Parlamento Italiano

Genesi e confronto con il “Rosatellum”

La proposta nasce per iniziativa dei partiti di maggioranza – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati – con l’obiettivo di superare la frammentazione parlamentare. Fin dall’inizio della legislatura, la stabilità è stata indicata come priorità. 

Il clima post-referendario del marzo 2026 ha impresso un’accelerazione, spingendo la maggioranza a formalizzare un testo che segna un distacco netto dal Rosatellum, l’attuale sistema elettorale misto in vigore dal 2017. 

 

Architettura del sistema e differenze sostanziali 

Il confronto tra il modello vigente e la nuova proposta evidenzia tre cambiamenti strutturali:

  1. Dal misto al proporzionale puro: Il Rosatellum assegna circa il 37% dei seggi tramite collegi uninominali (vince il candidato più votato nel territorio), garantendo un legame locale. Lo Stabilicum elimina totalmente i collegi uninominali, passando a un sistema proporzionale puro. In questo modo, scompare il legame diretto e territoriale tra elettore e candidato vincente.
  2. L’introduzione di un premio rigido: Nel Rosatellum, il vantaggio della coalizione vincente deriva dalla somma dei seggi uninominali. Lo Stabilicum introduce invece un meccanismo matematico coattivo: al raggiungimento della soglia nazionale del 42%, scatta un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Questo trasforma il sistema in uno strumento pensato per forzare una maggioranza numerica, anche in assenza di un consenso plebiscitario. 
  3. Il controllo delle liste: Entrambi i sistemi prevedono liste bloccate, ma lo Stabilicum accentua la centralità delle segreterie. Eliminando la competizione territoriale tipica dell’uninominale, il potere di determinare chi siederà in Parlamento si concentra quasi interamente nelle mani dei vertici di partito, rendendo il parlamentare ancor più dipendente dalla struttura centrale rispetto a quanto avveniva con la parte maggioritaria del Rosatellum

Dopo mesi di confronti serrati, necessari per mediare le diverse sensibilità interne ai partiti della coalizione – che spesso hanno posizioni divergenti su quanto il sistema debba essere maggioritario o proporzionale – il testo è stato formalizzato. 

Il deposito del testo non è stato un atto unico: esso è stato infatti abbinato ad altre proposte di legge in materia elettorale depositate in passato, creando un contenitore normativo complesso in cui la proposta di maggioranza funge da fulcro centrale. 

 

Il leader politico come “garante assoluto”

Il fulcro centrale del sistema Stabilicum non risiede solo nei calcoli matematici, ma in una mutazione antropologica della nostra classe politica: lo spostamento del baricentro dai partiti, intesi come corpi collettivi di mediazione, verso la figura monocratica del leader di coalizione. 

In questo nuovo modello, il leader cessa di essere un coordinatore alla pari per diventare l’unico vero garante del successo elettorale. 

Questa personalizzazione estrema è una conseguenza diretta delle liste bloccate. Poiché è il leader a scegliere — attraverso le segreterie nazionali — l’ordine dei candidati, il parlamentare non deve più la sua elezione al radicamento sul territorio, ma alla lealtà verso il vertice. 

Il rischio istituzionale è evidente: se il sistema elettorale viene disegnato per blindare la figura del leader, il Parlamento smette di essere il luogo del confronto tra idee diverse e diventa il palcoscenico dove si ratificano decisioni prese in ristretti cenacoli. Non contano più le competenze, ma la fedeltà al nome che svetta sul simbolo. 

Questo crea una fragilità intrinseca: se la figura del leader dovesse vacillare, l’intero castello rischia di crollare, poiché privo di radici nel pluralismo parlamentare. 

 

L’Iter Parlamentare

 

Il percorso del “Stabilicum” in Commissione Affari Costituzionali della Camera è stato lungo e minuzioso. 

L’iter, avviato formalmente a fine marzo 2026, ha previsto una fase di audizioni informali estremamente estesa, durante la quale sono stati ascoltati oltre settanta soggetti, tra costituzionalisti, politologi e rappresentanti della società civile. 

Commissione Affari Costituzionali della Camera

Questo passaggio è servito alla maggioranza per dare una veste tecnica e condivisa al testo, ma anche per sondare le reazioni delle opposizioni e dei corpi intermedi. 

La fase istruttoria si è conclusa ufficialmente il 26 maggio 2026, con la discussione sulle proposte abbinate. Nonostante le critiche e le pressioni delle minoranze, che hanno chiesto ripetutamente di fermare quella che definiscono una “forzatura”, il calendario è serrato: l’approdo in Aula è fissato per il 26 giugno. 

L’obiettivo del Governo è chiaro: completare il primo passaggio parlamentare prima della pausa estiva, consolidando la propria visione di una democrazia “decidente”. 

 

Il “tabù” delle preferenze: un argomento scivoloso per tutti

 

Quando si parla di legge elettorale in Italia, il tema delle preferenze emerge sempre come una nota stonata, una sorta di convitato di pietra che tutti vedono ma di cui nessuno vuole discutere seriamente in sede di voto. 

È un fatto che la cittadinanza, ormai da anni, esprima con chiarezza la volontà di tornare a scegliere direttamente i propri rappresentanti. 

Il cittadino vorrebbe poter mettere quel segno accanto al nome del candidato, sentendo di avere almeno in parte il controllo sulla selezione di chi siederà a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Eppure, in questa proposta, come nelle precedenti, questa richiesta resta sistematicamente ignorata. È interessante notare come questa contrarietà alle preferenze sia un punto di convergenza quasi naturale tra quasi tutte le forze politiche, pur nelle loro profonde divergenze ideologiche.

Se chiedessimo a un rappresentante della maggioranza del centrodestra o della destra parlamentare il perché di questa scelta, la risposta ruoterebbe attorno all’idea che le preferenze, in Italia, siano state storicamente terreno fertile per clientelismo e infiltrazioni. 

Si dice, quasi come un mantra, che le preferenze spingerebbero i candidati a una competizione esasperata, facendoli diventare schiavi di interessi locali, grandi donatori o peggio. Si paventa il rischio di campagne elettorali dal costo insostenibile, che finirebbero per premiare solo chi ha enormi disponibilità finanziarie. 

Tuttavia, guardando oltre queste argomentazioni, appare evidente che il vero timore dei partiti sia il controllo della propria classe dirigente. 

Le liste bloccate sono, in sostanza, uno strumento di potere formidabile per le segreterie nazionali. In un sistema in cui il leader di partito ha il potere assoluto di decidere chi sta in cima alla lista e chi sta in fondo, il parlamentare diventa inevitabilmente più fedele alla segreteria che alla propria base elettorale. 

Riabilitare le preferenze significherebbe indebolire questo potere centrale, lasciando spazio a figure capaci di emergere autonomamente sul territorio, creando, di fatto, nuclei di dissenso interno che i partiti moderni, sempre più strutturati come aziende verticistiche, faticano a gestire. 

Le opposizioni, dal canto loro, pur criticando aspramente il “Stabilicum” per la sua impostazione maggioritaria, raramente mettono al centro del proprio attacco la questione delle preferenze in modo coerente. Spesso, il tema viene sollevato in termini strumentali per denunciare la “chiusura” del sistema, ma non si traduce mai in una proposta unitaria e determinata per il ripristino del voto di preferenza. 

È come se anche i partiti di opposizione, nel profondo, preferissero mantenere un sistema che garantisca loro, una volta arrivati al potere, lo stesso controllo di cui oggi accusano la maggioranza. 

Esistono, certo, voci isolate. Alcuni piccoli movimenti o esponenti politici legati alle aree più radicali o liberali pongono ciclicamente il tema, ricordando che senza la scelta diretta l’elettore finisce per sentirsi un semplice spettatore. Ma sono grida che restano nel deserto parlamentare. 

Vannacci

E il dibattito non si esaurisce nelle aule parlamentari. A confermarlo è la recente presa di posizione di Roberto Vannacci, figura di spicco di un’area politica esterna al Parlamento. Con una dichiarazione del 30 maggio 2026, Vannacci ha chiarito che la sua formazione, FNV, si batterà con fermezza su questo punto: “La FNV si batterà per reintrodurre le preferenze nella legge elettorale; i cittadini devono riappropriarsi del diritto di scegliere i propri rappresentanti”

Questo intervento non è solo un atto programmatico, ma rappresenta un segnale politico di grande rilievo: in un panorama dove i partiti tradizionali di governo e opposizione sembrano convergenti nel mantenere il sistema delle liste bloccate per consolidare il proprio controllo, Vannacci si inserisce come voce di rottura. 

Le opposizioni, dal canto loro, pur criticando aspramente lo “Stabilicum” per la sua impostazione maggioritaria, raramente mettono al centro del proprio attacco la questione delle preferenze in modo coerente. 

Spesso, il tema viene sollevato in termini strumentali per denunciare la “chiusura” del sistema, come dichiarato da esponenti di minoranza: “Siamo di fronte a una legge elettorale che trasforma il Parlamento in una gabbia, dove la rappresentanza democratica viene sacrificata in nome di una stabilità che è solo potere di pochi”

Per quanto la richiesta dei cittadini sia viva, essa manca di una rappresentanza politica capace di trasformarla in un impegno concreto e vincolante.

Finché il ritorno alle preferenze sarà percepito dalla classe dirigente non come un atto di restituzione democratica, ma come una minaccia alla tenuta delle proprie organizzazioni, la distanza tra il Paese reale e il Palazzo rimarrà una frattura profonda, pronta a riproporsi a ogni nuova discussione sulle regole del gioco. 

 

Governare a ogni costo: è questo il futuro delle nostre istituzioni?

Oltre alla questione delle preferenze, esiste un tema di fondo che spesso sfugge alla cronaca politica quotidiana: il rischio che la ricerca esasperata della “stabilità” possa tradursi, nel medio periodo, in una pericolosa erosione della legittimità democratica. 

Il modello “Stabilicum”, con il suo massiccio premio di maggioranza, porta con sé interrogativi profondi sulla salute della nostra forma di governo.

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Parlamento Italiano

Il rischio dell’investitura “virtuale” 

Il primo elemento critico è lo scollamento tra il voto espresso e la composizione finale dell’aula. Quando un sistema elettorale assegna, tramite un premio artificiale, la maggioranza assoluta a una coalizione che ha raccolto una percentuale inferiore di voti (ad esempio, il 42%), si crea un’asimmetria evidente.

Questo si traduce in un messaggio politico evidente nei numeri: la maggioranza che governa non rappresenta necessariamente la maggioranza del Paese, ma è l’effetto di una “fabbrica del consenso” elettorale. 

Questo può indurre una parte significativa dell’elettorato a sentirsi esclusa dal processo decisionale, alimentando astensionismo e disillusione verso le istituzioni, già ai minimi storici nel 2026. 

 

L’”ibernazione” delle minoranze interne 

Oltre agli effetti sull’elettorato, lo Stabilicum innesca una mutazione profonda nella dinamica interna alle coalizioni. Il sistema, spingendo verso una concentrazione di potere monocratica, condanna le forze minori che compongono lo schieramento a una sorta di “ibernazione politica”. 

In un modello proporzionale classico, la presenza di più partiti in coalizione garantisce una dialettica, permettendo alle singole anime di influenzare l’agenda di governo. 

Con la nuova legge, invece, le formazioni più piccole perdono la loro capacità di negoziazione autonoma: diventano meri accessori necessari al raggiungimento della soglia del 42% per far scattare il premio. 

Questo meccanismo riduce di fatto il pluralismo interno. I partiti minori, pur di sopravvivere e non restare esclusi, si vedono costretti a una subalternità totale nei confronti del leader di coalizione, rinunciando a qualsiasi critica o proposta divergente. 

Il Parlamento, di conseguenza, smette di essere lo specchio della pluralità delle idee e diventa un monoblocco dove il dissenso è percepito come un fattore di instabilità da reprimere. Le minoranze interne non hanno più voce, poiché il loro destino elettorale è legato a doppio filo alla benevolenza del leader. 

Si finisce così per creare un’assemblea omogeneizzata, dove la competizione politica tra idee diverse è sostituita da una rigida gerarchia di obbedienza. In questo scenario, la vivacità del confronto democratico si spegne, lasciando spazio a un sistema dove le diverse sensibilità politiche, essenziali per la salute della nazione, restano ibernate sotto la cappa di una maggioranza che non ammette pluralità 

 

La de-responsabilizzazione del legislatore 

Un sistema che garantisce “stabilità” a prescindere dal consenso effettivo rischia di produrre effetti collaterali sulla qualità della produzione legislativa.

Se il governo sa di poter contare su una base parlamentare numericamente “blindata” dal premio di maggioranza, si indebolisce  fisiologicamente la funzione di controllo e di stimolo del Parlamento.

Le leggi, invece di essere frutto di un confronto dialettico — anche aspro, ma trasparente — rischiano di diventare atti di ratifica di decisioni prese altrove, nei vertici ristretti delle coalizioni.

Cosa che negli ultimi anni, a dire il vero, non è che non sia successo. Ma qui si andrebbe oltre.

Il Parlamento, in quest’ottica, perde sempre di più il suo ruolo di “casa della nazione” per trasformarsi in una mera cinghia di trasmissione dell’esecutivo. 

 

Il precedente storico e il peso del Capo dello Stato 

La storia elettorale italiana degli ultimi decenni dimostra che nessuna legge, per quanto “blindata”, è in grado di garantire stabilità duratura se manca una coesione politica reale tra le forze di coalizione. Il sistema “Stabilicum” punta tutto su un’architettura meccanica, dimenticando che la vera stabilità nasce dalla capacità delle forze politiche di gestire il dissenso interno e di costruire programmi condivisi. 

Quirinale

Inoltre, non va sottovalutato il ruolo del Presidente della Repubblica: in un sistema che tende a una forte personalizzazione (il leader della coalizione come punto di riferimento unico), la figura del Quirinale assume un ruolo ancora più gravoso di “garante ultimo”. 

Se il sistema elettorale produce risultati che portano a crisi di governo frequenti — nonostante i tentativi di blindatura — il rischio è che il sistema istituzionale entri in cortocircuito proprio nel tentativo di “forzare” una governabilità che la politica non è riuscita a esprimere da sola. 

 

Un’occasione di confronto mancata? 

Infine, vi è il tema della cultura democratica. Riformare la legge elettorale in modo unilaterale, con una maggioranza che impone le regole del gioco alle opposizioni, crea una frattura insanabile sulla legittimità stessa della competizione elettorale. Una legge condivisa è, di per sé, un fattore di stabilità perché tutti i partecipanti al gioco ne riconoscono le regole. 

Consiglio dei Ministri

Una legge imposta, al contrario, vive costantemente sotto la minaccia di essere sovvertita al primo cambio di maggioranza.

Invece di risolvere l’instabilità, rischiamo di consegnare al Paese una stagione di continua precarietà normativa, dove le regole del voto diventano esse stesse oggetto di scontro politico, anziché la cornice neutra entro cui avviene il confronto. 

Il punto, in definitiva, non è se il sistema sia in grado di produrre un governo — probabilmente lo farà — ma se quel governo avrà la forza morale e politica di rappresentare davvero l’intera nazione o se, al contrario, sarà condannato a governare un Paese sempre più frammentato e distante dalla politica, percepita ormai come una gestione tecnocratica del potere lontana dalle istanze reali della cittadinanza.

 

Rischio astensionismo “strategico”: il veleno per la democrazia 

Il rischio più insidioso che l’adozione dello Stabilicum porta con sé è quello dell’astensionismo strategico.

Quando un sistema elettorale viene percepito dai cittadini non come una cornice neutra, ma come un meccanismo rigido, “blindato” e pre-confezionato per garantire la vittoria di uno schieramento, la reazione naturale non è la partecipazione, ma la disaffezione. 

L’astensionismo strategico nasce da un calcolo razionale del cittadino: se il premio di maggioranza è costruito per regalare una vittoria certa al leader più forte, e se le liste sono bloccate, il voto perde la sua funzione di strumento di indirizzo.

Il cittadino si interroga: “Se so già che il sistema garantisce comunque il premio al leader dominante, ha ancora senso che io dedichi tempo e impegno a votare?”. Questa percezione di inutilità del voto è un veleno per la democrazia. 

Il risultato è un circolo vizioso in cui la partecipazione cala, portando con sé la legittimità delle istituzioni. Invece di risolvere l’instabilità, questa riforma rischia di creare un sistema vuoto, dove la classe politica continua a governare in nome di una stabilità numerica conquistata con una partecipazione elettorale sempre più flebile.

Il pericolo è che l’astensionismo non diventi solo un dato statistico, ma una forma di protesta passiva contro un sistema che non permette più al cittadino di contare. 

Governare “a ogni costo” attraverso regole imposte trasforma, infine, il cittadino da attore principale della democrazia a spettatore passivo di una gestione tecnocratica del potere, accelerando quel processo di distanziamento tra Paese reale e istituzioni che è la difficile prova che il nostro tempo è chiamato ad affrontare.

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