Il tumore della prostata resta la neoplasia più frequente tra gli uomini e impone una presa in carico sempre più rapida, integrata e personalizzata.
Al Buccheri La Ferla di Palermo, Antonio Lupo, direttore dell’U.O. di Urologia, e Nicolò Borsellino, direttore dell’U.O.C. di Oncologia medica, mettono al centro il valore del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), la forza della valutazione multidisciplinare e la necessità di aggiornare i percorsi regionali alla luce dell’evoluzione della diagnostica, dell’imaging e delle terapie disponibili.
Diagnosi precoce
“Il tumore della prostata ha numeri importanti, perché in Italia parliamo di oltre 40 mila casi l’anno e in Sicilia di poco meno di 3 mila casi annui. È il tumore più frequente nella popolazione maschile e oggi arriviamo alla diagnosi attraverso passaggi semplici ma fondamentali, dal dosaggio del PSA alla visita urologica, fino alla risonanza magnetica, che consente una diagnosi molto più accurata rispetto al passato. Il punto è leggere questi dati insieme al quadro clinico del paziente, dall’età al carico di malattia, per capire se indirizzarlo verso sorveglianza attiva, chirurgia, radioterapia o terapia medica condivisa con l’oncologo”, spiega Lupo.
La forza del team
La multidisciplinarità rappresenta il cuore del percorso. Lupo la definisce “la scelta vincente”, perché consente di superare il parere del singolo specialista e di costruire una strategia più aderente alla storia clinica del paziente. “Gli studi dimostrano che in una percentuale importante dei casi, intorno al 38%, la discussione collegiale cambia l’orientamento iniziale. Il team deve prevedere sempre urologo, oncologo e radioterapista oncologo, mentre radiologo, anatomopatologo e altre figure di supporto intervengono nei momenti specifici. Dal confronto nasce una strategia ritagliata sul paziente”.
“Siamo parte di una squadra. Per molto tempo la medicina italiana ha ruotato attorno al ruolo del singolo medico, con il paziente che riceveva un parere e affidava a quella sola valutazione il proprio destino terapeutico. Il team multidisciplinare cambia questo schema e produce anche una crescita culturale tra gli specialisti, perché mette insieme prospettive diverse. Il paziente riceve una pianificazione che nasce da più sguardi e questa sintesi porta al trattamento migliore possibile”, aggiunge Borsellino.
Cure su misura
Dopo la valutazione del team, il percorso cambia in base alla fase di malattia. “La chirurgia e la radioterapia restano due momenti fondamentali, soprattutto quando la malattia è iniziale, localizzata o localmente avanzata. Nelle fasi successive, compresa la malattia metastatica sensibile agli ormoni o resistente alla castrazione, oggi abbiamo opzioni terapeutiche molto significative. Accanto alla vecchia ormonoterapia sono entrati nella pratica clinica gli ARSI, inibitori di nuova generazione del recettore androgenico, che associamo al blocco androgenico e che ci consentono di ottenere risultati importanti”, aggiunge Borsellino.
L’oncologo richiama anche il ruolo della chemioterapia. “Non dobbiamo dimenticare la buona vecchia chemioterapia. Farmaci come docetaxel e cabazitaxel continuano ad avere spazio nelle diverse fasi di trattamento. La differenza rispetto al passato sta nella capacità di scegliere meglio quando usarli, con quali associazioni e in quale sequenza”.
“La sorveglianza attiva riguarda pazienti con diagnosi molto precoce e carico di malattia basso. In questi casi il paziente può anche non fare nulla nell’immediato, ma deve entrare in un controllo serio e programmato. Quando la malattia è localizzata e richiede un trattamento, la chirurgia resta un approccio di scelta. Oggi le tecniche mini invasive permettono buoni risultati sulla continenza e, quando possibile, il risparmio dei nervi deputati all’erezione, con una qualità di vita molto buona dopo l’intervento”, sottolinea Lupo.
La frontiera teragnostica
Nei casi avanzati cresce il ruolo della teragnostica, che unisce diagnosi molecolare e trattamento mirato.
“In questo momento l’approccio teragnostico riguarda soprattutto le fasi avanzate della malattia. Il lutezio trova spazio nella fase castration resistant, quando la chemioterapia non funziona più, anche se oggi si studia il suo utilizzo in momenti più precoci e perfino prima di un eventuale intervento chirurgico, ma parliamo ancora di scenari sperimentali. Il meccanismo passa dalla PET PSMA. Il PSMA non è il PSA, ma una molecola espressa sulla membrana delle cellule tumorali. Prima valutiamo il paziente con questo esame e solo chi presenta positività può accedere al trattamento. A quel punto il radiofarmaco si lega al PSMA, entra nella cellula tumorale e rilascia la radiazione legata al radionuclide, cioè il lutezio”, chiarisce l’oncologo.
L’appello
Il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale resta lo strumento che deve collegare innovazione clinica, organizzazione ospedaliera e accesso reale alle cure.
“Il PDTA del tumore prostatico in Sicilia esiste da diversi anni, ma deve restare uno strumento dinamico, capace di seguire l’evoluzione delle linee guida internazionali, dei nuovi farmaci, delle tecniche chirurgiche, della radioterapia e della diagnostica. Su questo percorso si fondano le prostate cancer unit e l’organizzazione dei team multidisciplinari, ma l’innovazione richiede regole aggiornate, accessi appropriati e modelli chiari. Per questo auspichiamo che la Regione aggiorni il PDTA nel più breve tempo possibile, così da garantire ai pazienti siciliani percorsi più rapidi, omogenei e aderenti alle possibilità terapeutiche oggi disponibili”, concludono.




