Il dibattito sulla riforma dell’emergenza-urgenza torna a intrecciarsi con l’organizzazione delle Case di Comunità, mentre il Sistema sanitario prova a ridefinire confini e funzioni tra territorio e ospedale.
Con la scadenza del PNRR sempre più vicina, riguarda anche chi entrerà concretamente dentro le nuove strutture, con quali contratti, con quali tempi di lavoro e con quali responsabilità operative. Torna al centro anche il ruolo del 118, insieme alla gestione dei codici a bassa complessità e alla capacità delle nuove strutture di evitare sovrapposizioni operative su progetti già in fase avanzata di realizzazione.
Il Ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci sta lavorando a un rafforzamento della medicina generale dentro le Case di Comunità, con un impegno orario strutturato che nelle ipotesi più discusse arriva fino a sei ore settimanali. Accanto ai medici di famiglia si valuta anche il coinvolgimento degli specialisti ambulatoriali, dei medici ospedalieri, con l’obiettivo di garantire una presenza stabile e multidisciplinare sul territorio, capace di sostenere la presa in carico dei pazienti e la continuità assistenziale. Allo stesso tempo però il punto decisivo resta la disponibilità reale del personale, insieme alla capacità di rendere omogenea l’attivazione delle strutture.
Le Regioni si muovono infatti con modelli differenti e il sistema non ha ancora definito un assetto unico, mentre le Case di Comunità entrano progressivamente nella fase di attivazione e devono iniziare a tradurre l’impianto teorico in funzionamento concreto.
In questo percorso si inserisce la proposta della Società Italiana Sistema 118, guidata da Mario Balzanelli. La proposta prevede la collocazione di postazioni medicalizzate del 118 all’interno delle Case di Comunità. Per Balzanelli, l’obiettivo è intercettare i bisogni a bassa complessità prima dell’accesso ai Pronto soccorso. In questo modo si punta a rafforzare il filtro territoriale dell’emergenza-urgenza e ad alleggerire la pressione sugli ospedali.
A questo punto il tema non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi, ma anche la sostenibilità concreta del modello. Ogni nuova funzione richiede personale, turni e responsabilità definite, insieme a risorse adeguate per garantirne la tenuta nel tempo. In assenza di queste condizioni, il rischio è quello di ampliare l’offerta senza rafforzare davvero la capacità operativa del sistema.
Su questi temi abbiamo posto una domanda a due consiglieri dell’Ordine dei medici di Palermo e protagonisti del Sistema sanitario territoriale: Fabio Genco, direttore della Centrale operativa 118 Palermo-Trapani, e Alberto Firenze, direttore generale dell’Asp di Palermo.
La domanda riguarda se l’attuale impostazione delle Case di Comunità, insieme alle ipotesi di integrazione con il 118 e al coinvolgimento di diverse figure sanitarie, possa reggere sul piano organizzativo e del personale senza indebolire ulteriormente il sistema dell’emergenza-urgenza.
I confini dell’emergenza-urgenza
Secondo Genco, il perimetro del 118 deve restare chiaramente distinto dalle attività di assistenza primaria, anche quando si ipotizza un’integrazione con le nuove strutture territoriali.
“Il 118 nasce per l’emergenza e l’urgenza e non può diventare il contenitore di tutto ciò che il territorio non riesce a garantire. L’ipotesi di inserire postazioni medicalizzate del 118 dentro le Case di Comunità può sembrare una soluzione semplice. Ma rischia di confondere ruoli e responsabilità e di indebolire la chiarezza complessiva del sistema. I Pronto soccorso oggi sono sotto pressione anche perché il territorio non intercetta sempre i bisogni non urgenti. Ma la risposta non può essere lo spostamento di funzioni su un servizio già saturo. Il sistema dell’emergenza territoriale lavora infatti già in condizioni di forte carico, con richieste inappropriate, mezzi costantemente impegnati e personale spesso al limite operativo”.
“”Tra poco ci chiederanno di fare i medici di base”. È una battuta che circola sempre più spesso nel 118. Ma dietro questa frase c’è un problema reale. Quando manca una risposta organizzata nei livelli territoriali, il sistema dell’emergenza-urgenza finisce per assorbire fragilità che non gli appartengono. Un meccanismo che, nel lungo periodo, rischia di alterare la funzione stessa del dell’emergenza-urgenza”.
“Se però si immagina davvero un coinvolgimento del 118 dentro le Case di Comunità, allora servono condizioni precise e non negoziabili. Servono organici dedicati, regole chiare, responsabilità definite e una valorizzazione adeguata delle funzioni operative. Le Case di Comunità devono invece funzionare per la loro missione originaria. Devono intercettare i bisogni non urgenti, seguire i cronici, orientare i cittadini e rafforzare la medicina territoriale. Il 118 può dialogare con questa rete, ma deve restare ancorato alla propria funzione principale. Intervenire quando il tempo è decisivo e quando la stabilità clinica del paziente è realmente in gioco”.
L’assetto organizzativo
Sul fronte dell’organizzazione delle Case di Comunità e del loro inserimento nella rete dei servizi interviene Firenze, che richiama una fase in cui il modello deve essere progressivamente messo a sistema attraverso l’integrazione delle diverse componenti assistenziali.
“Ha senso nel momento in cui, in alcune realtà, lo abbiamo già messo in pratica. Lo avrà ancora di più nelle prossime settimane, quando avremo il quadro completo delle Case di Comunità completate. Entro fine giugno le avremo tutte e 35. Abbiamo incontrato tutti i sindaci del territorio. Ben 83 se consideriamo anche Lampedusa e Linosa, per concordare con le amministrazioni comunali una serie di servizi da collocare nelle strutture. Servizi che non dovranno essere ripetitivi, ma funzionali alle richieste e ai bisogni delle comunità”.
“Dobbiamo integrare tra loro continuità assistenziale, guardia turistica, poliambulatori esistenti e attività delle Case di Comunità. Dentro questo sistema potrebbero rientrare anche le postazioni del 118. Noi ne abbiamo già alcune collocate nelle aree più periferiche e lontane dai presidi ospedalieri, come ad esempio Monreale o Linosa. Il sistema comprende anche il lavoro dei medici di medicina generale. A questo si aggiungono gli psicologi che entreranno nelle strutture e tutte le attività concordate con gli enti del Terzo settore”.
“Adesso entriamo nella fase successiva. Completate le strutture, bisogna integrare le attività. In questa logica tutto ha un senso. E sono benvenute tutte le collaborazioni che si possono costruire con gli enti pubblici e con le realtà del territorio. Coinvolgeremo anche i privati, soprattutto per gli aspetti legati alla prevenzione primaria e secondaria. L’obiettivo è costruire una rete in cui tutte le strutture, pubbliche, private e istituzionali, giochino la stessa partita a beneficio dei cittadini”.
Tra la posizione che richiama la necessità di mantenere distinto il ruolo del 118 e quella che punta a una maggiore integrazione nei servizi territoriali, il confronto sul nuovo modello organizzativo resta aperto e destinato a proseguire fino a una sintesi ancora non definita a livello istituzionale. Un processo che il Ministro Schillaci sta ancora portando avanti in una fase non pienamente definita, tra criticità che emergono nelle diverse ipotesi di attuazione, mentre il destino dei cittadini continua a dipendere più dalla tenuta concreta dei servizi che dalla loro progettazione e richiede anche un cambio culturale nel modo in cui vengono letti e organizzati i livelli di assistenza.



