Un “capitale umano” in fuga: la Sicilia e l’Italia stanno perdendo una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata.
Presentato il 4 dicembre 2025 a Villa Lubin, il Rapporto CNEL 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati“ non solo misura l’impatto sul capitale umano e redige l’indice di attrattività dei singoli territori, ma indica anche leve e strumenti per invertire la rotta. Un documento che mette in luce un fenomeno drammatico a livello nazionale e siciliano: un esodo giovanile che non è episodico, ma strutturale, e non è compensato da arrivi equivalenti dagli altri sistemi economico-sociali avanzati.
Nel panorama di questa crisi di attrattività nazionale, la Sicilia emerge come uno dei territori che paga il prezzo più alto, configurandosi come il simbolo di una profonda emorragia di capitale umano e di opportunità. Se il Mezzogiorno nel suo complesso ha contribuito per il 35% all’emigrazione giovanile (18-34enni) che tra il 2011 e il 2024 ha visto 630mila giovani lasciare il Paese, i dati sull’Isola sono particolarmente allarmanti per il loro impatto economico e sociale.
Il Rapporto CNEL 2025, intitolato “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, ha squarciato il velo su una crisi che non è più emergente, ma strutturale: la sistematica perdita di una porzione fondamentale della sua gioventù più qualificata. Se il dato nazionale di 630 mila giovani (18-34enni) emigrati tra il 2011 e il 2024, con un saldo netto di -441mila, costituisce un allarme per l’intero sistema-Paese, l’analisi disaggregata per regione rileva che il Meridione sopporta un fardello sproporzionato.
In questo quadro, la Sicilia emerge come un territorio dove il fenomeno della fuga assume contorni di vera e propria emorragia economica e sociale, portando alla luce un “esodo strutturale” con conseguenze devastanti per il suo futuro demografico e produttivo.
Il Mezzogiorno, nel complesso, ha contribuito per il 35% all’emigrazione giovanile totale del periodo, una quota significativa che riflette divari strutturali antichi e mai colmati. Tuttavia, l’impatto reale di questa fuga si misura in termini economici, e qui la posizione della Sicilia si fa drammatica, rivelando la magnitudo della sottrazione di ricchezza investita.
Non siamo una Regione per giovani: al secondo posto per perdita di valore del capitale umano
La stima più eloquente del costo di questa diaspora è fornita dal calcolo del valore del capitale umano uscito dal Paese tra il 2011 e il 2024. Questo valore non è una semplice cifra contabile, ma una misura complessa che tiene conto dei costi sostenuti dalle famiglie e, per la sola istruzione, dal settore pubblico, per crescere, formare ed educare i giovani italiani che poi emigrano.
A livello nazionale, la perdita stimata ammonta a 159,5 miliardi di euro. Di questa somma, 58 miliardi di euro ricadono sul Mezzogiorno, una regione già gravata da difficoltà economiche. All’interno del Sud, la Sicilia si distingue con un dato che la proietta tra le regioni più penalizzate d’Italia: ben 16,7 miliardi di euro.
Questo valore colloca la Sicilia al secondo posto assoluto a livello nazionale per l’entità della perdita in termini monetari, un risultato che testimonia il volume imponente di giovani che hanno lasciato l’Isola in poco più di un decennio. È superata solo dalla Lombardia, regione con un bacino demografico ed economico enormemente superiore, che registra una perdita di 28,4 miliardi, ma si posiziona significativamente al di sopra della terza classificata, il Veneto, con 14,8 miliardi.
La vicinanza della Sicilia alla Lombardia in questa triste classifica svela un paradosso: l’Isola, pur essendo in condizioni economiche e occupazionali decisamente meno floride, contribuisce a questo esodo con una massa critica di capitale umano che si avvicina a quella della locomotiva del Nord. La differenza, come vedremo, sta non solo nella quantità, ma nel peso relativo di questa perdita.
Il peso della Sicilia sul PIL: la pressione relativa al 15,1%
Se l’analisi in termini assoluti è impressionante, è il confronto in termini relativi, ovvero rapportato al Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale, a svelare la vera pressione strutturale che l’emigrazione esercita sull’economia siciliana.
Nel periodo 2011-2024, il valore del capitale umano fuoriuscito dalla Sicilia è pari a un impressionante 15,1% del suo PIL. Questa percentuale è tra le più alte d’Italia, posizionando la Sicilia al terzo posto nella classifica del depauperamento relativo. L’Isola è preceduta solo dalla Provincia Autonoma di Alto Adige, con il 17% (un dato che spesso riflette una forte mobilità transfrontaliera, sebbene sempre negativa per l’Italia), e dalla Calabria, con il 16,6%.

Questi dati collocano la Sicilia in un gruppo di regioni ad altissimo rischio di impoverimento strutturale. Il confronto con le regioni più attrattive è impietoso: il peso sul PIL si riduce drasticamente in aree come il Piemonte (2,3%) e l’Emilia-Romagna e il Lazio (entrambe al 4,8%). Il fatto che quasi un sesto della ricchezza prodotta in un decennio e mezzo sia stato “investito” in capitale umano che ha scelto di emigrare costituisce la più chiara evidenza della profonda crisi di opportunità e di mancanza di attrattività dell’Isola, destinando risorse formative essenziali ad altri sistemi economico-sociali avanzati. L’impatto è drammatico anche in termini di media annua nel triennio 2022-2024, dove, pur non essendo specificatamente menzionata, la Sicilia si inserisce di diritto tra le regioni dove la perdita supera l’1% del PIL, come accade per Alto Adige (1,7%), Calabria (1,6%) e Molise (1,5%).
La crisi qualitativa siciliana: laureati e bassa attrattività formativa
L’esodo giovanile non è solo un fenomeno numerico ed economico, ma anche qualitativo, legato al livello di istruzione dei migranti. A livello nazionale, il fenomeno si configura sempre più come una “fuga di cervelli”, con i laureati che, nel triennio 2022-2024, rappresentano il 42,1% dei giovani emigrati, in netto aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo.
In questo quadro, la Sicilia presenta un dato che, pur essendo apparentemente meno allarmante per la “fuga di cervelli”, è in realtà ancor più preoccupante per la sua interpretazione. La quota di laureati tra i giovani siciliani emigrati nel triennio 2022-2024 è la più bassa d’Italia: appena il 26,5%. Si tratta di un valore inferiore anche a quello della Calabria (27,2%) e lontanissimo dalle percentuali registrate in regioni come Trentino (50,7%), Lombardia (50,2%) o Friuli-Venezia Giulia (49,8%), dove un emigrante su due è in possesso di un titolo accademico.

Questo dato non deve indurre a pensare che i giovani laureati non lascino la Sicilia; al contrario, indica che l’emigrazione siciliana è un fenomeno più generalizzato e trasversale, che coinvolge in misura massiccia anche le fasce di popolazione con titoli di studio inferiori alla laurea.
L’esodo siciliano si configura, pertanto, meno come una mera incapacità di trattenere le eccellenze accademiche, e più come una fuga dalla mancanza generalizzata di opportunità e dalla crisi occupazionale che non risparmia nessuno. In sintesi, questa non è solo una fuga di cervelli, ma una vera e propria emorragia di opportunità diffusa, che sta sottraendo al futuro dell’Isola non solo le menti più brillanti, ma anche la manodopera necessaria per ogni settore produttivo.
L’emigrazione siciliana: le dinamiche di genere e destinazioni preferite
L’analisi per genere e per destinazione completa il quadro sulla specificità dell’emigrazione giovanile siciliana. La quota femminile tra i giovani emigrati siciliani nel 2024 si attesta al 44,5%, posizionandosi sul fondo della classifica nazionale insieme a Campania (43,2%) e Puglia (43,5%). Questo contrasta con il dato medio in crescita nel resto del Paese e, in particolare, con le punte del Nord (Alto Adige 52,5%, Trentino 51,5%).
Sebbene il dato percentuale sia basso, l’analisi del CNEL sul Mezzogiorno evidenzia che in regioni come Campania e Puglia la differenza tra la quota di laureate emigrate e quella dei laureati maschi raggiunge i picchi (rispettivamente 9,5 e 9,4 punti percentuali). Questa differenza di genere marcata è interpretata dal CNEL come un segnale che le giovani istruite del Sud hanno una maggiore consapevolezza del più ampio divario di genere esistente rispetto al Nord e, per superarlo, decidono con maggiore determinazione di emigrare.
Sebbene il dato specifico della Sicilia non sia isolato, è altamente probabile che questa dinamica di “fuga per l’uguaglianza” influenzi in modo significativo anche le giovani donne siciliane più qualificate.
Per quanto riguarda le destinazioni, la Sicilia presenta un record assoluto di forte polarizzazione verso la Germania. Mentre per l’intero Mezzogiorno la Germania è la prima meta con il 30,4% (seguita dal Regno Unito con il 24,5%), ben il 39,1% dei giovani siciliani che emigrano sceglie la nazione tedesca. Una percentuale che supera di quasi 9 punti la media del Sud e che testimonia l’esistenza di un network migratorio consolidato e, probabilmente, di una specifica richiesta di manodopera, o di opportunità di inserimento, che il mercato tedesco continua a offrire ai giovani isolani.
Questa preferenza marcata differisce da regioni del Nord come l’Alto Adige, dove quasi la metà degli emigrati si dirige in Austria.
L’Isola simbolo della bassa attrattività nazionale
L’esperienza siciliana si inserisce in un fallimento di attrattività nazionale, misurato dall’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM). Questo indice, che misura il rapporto tra le uscite verso le principali dieci nazioni avanzate e gli arrivi dalle medesime, è pari a 9 per l’Italia. Ciò significa che, nel periodo 2011-2024, si è verificato un saldo di nove giovani italiani in uscita per un solo straniero di quei Paesi avanzati in entrata.
L’Italia, in sostanza, non partecipa alla circolarità dei movimenti, ma si configura come mero fornitore di capitale umano per le altre nazioni avanzate.

Le regioni meridionali, e la Sicilia tra queste, mostrano in questo senso un ISFM elevato, indice della loro bassissima attrattività non solo a livello internazionale, ma anche interno. La Sicilia, quindi, incarna l’apice di questa iniquità, dove la combinazione di una massiccia perdita economica (15,1% del PIL), una fuga trasversale a tutti i livelli di istruzione (26,5% di laureati) e la specializzazione in alcune rotte migratorie (39,1% verso la Germania), disegna il profilo di una regione in stato di emergenza demografica ed economica.
Il Rapporto CNEL è un monito inequivocabile: l’esodo dalla Sicilia e dal Mezzogiorno non è un fenomeno di nicchia, ma una questione di sviluppo nazionale. La Sicilia, con i suoi 16,7 miliardi di euro di valore perso, è il simbolo di come l’Italia stia finanziando involontariamente lo sviluppo di altre economie. Per invertire questa rotta, l’Isola necessita di un intervento non più assistenziale, ma strutturale, capace di trasformare radicalmente la sua capacità di generare e trattenere opportunità per i suoi giovani, per fare quel salto qualitativo necessario a chiudere il divario con gli altri Paesi avanzati e a non essere più solo una terra di partenza.
Il quadro nazionale: l’esodo Strutturale e lo scambio ineguale
I numeri del saldo migratorio giovanile italiano: Tra il 2011 e il 2024, il saldo migratorio giovanile netto (18-34enni) è stato negativo per -441mila unità. Sebbene il 49% delle partenze totali nel periodo 2011-24 sia avvenuto dalle regioni del Nord, e il 35% dal Mezzogiorno, il dato nazionale resta drammatico.
Nel solo 2024, i giovani che hanno lasciato l’Italia sono stati 78mila, portando il saldo al netto degli immigrati a -61mila. Per comprendere la gravità del fenomeno, nel 2024 il numero di expat corrisponde al 24% del numero totale delle nascite. Complessivamente, i giovani emigrati all’estero nel periodo 2011-24 rappresentano il 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024.
DATI PRINCIPALI (Per approfondimenti ulteriori al report integrale a fine articolo)
La fuga dei laureati e il divario di Genere
Il fenomeno non è solo quantitativo ma anche qualitativo. La quota di laureati tra i giovani emigrati nel triennio 2022-2024 è salita al 42,1%, in forte aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo. In alcune regioni, come Trentino (50,7%) e Lombardia (50,2%), più di un giovane su due che lascia il Paese è laureato.
Inoltre, l’emigrazione sta diventando sempre più femminile. La quota di donne tra i giovani emigrati nel 2024 è del 48,1%, in aumento rispetto al 46,6% medio dell’intero periodo 2011-24. Tra le laureate emigrate nel triennio 2022-24, la percentuale è del 44,3% contro il 40,1% dei maschi. La differenza maggiore tra i generi si registra nelle regioni del Mezzogiorno (come in Campania, 9,5 punti percentuali), dove l’emigrazione femminile istruita è un’azione consapevole per superare il più ampio divario di genere locale.
Il “costo nazionale” del capitale umano perduto
Il costo complessivo del capitale umano uscito dall’Italia nel periodo 2011-2024, stimato sul saldo migratorio, ammonta a 159,5 miliardi di euro. Questa cifra si ripartisce tra il Nord (77 miliardi) e il Mezzogiorno (58 miliardi). Il peso medio annuo di questa perdita nel triennio 2022-24 è pari allo 0,8% del PIL.
A questa emorragia internazionale si aggiunge quella interna: il Mezzogiorno ha “sussidiato” il Settentrione con 148 miliardi di euro in capitale umano nel periodo 2011-24 attraverso la migrazione interna, evidenziando un doppio esodo che depaupera il Sud a beneficio (parziale) del Nord e, soprattutto, dell’estero.
Lo scambio ineguale: nove italiani in uscita per uno straniero in entrata
Il punto più critico del Rapporto CNEL riguarda la scarsa attrattività dell’Italia nei confronti dei giovani provenienti dai Paesi avanzati. Il Paese, infatti, non partecipa alla “circolarità dei movimenti” che caratterizza le migrazioni tra nazioni avanzate: l’Italia è un fornitore netto di giovani e non un ricevente.
L’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM), calcolato come rapporto tra le uscite verso le principali dieci nazioni avanzate e gli arrivi dalle medesime nazioni, per l’Italia è pari a 9. Questo significa che, nel periodo 2011-24, si sono registrati nove giovani italiani in uscita per ogni giovane straniero di quelle nazioni avanzate in entrata. Nello stesso periodo, l’Italia ha visto l’arrivo di 55mila giovani cittadini di quelle dieci nazioni, mentre 486mila giovani italiani sono andati in quei Paesi. Le regioni meridionali (e anche Friuli-Venezia Giulia e Veneto al Nord) mostrano un ISFM alto e quindi una bassa attrattività.
L’Italia? L’ultima destinazione “desiderata”
Questa bassa attrattività si riflette nelle scelte dei giovani europei e statunitensi. Mentre la Germania è scelta dal 20%, il Regno Unito dal 16,9% e la Spagna dal 15,4% , l’Italia è scelta solo dall’1,9%. L’Italia si posiziona così in fondo alla classifica, preceduta anche da nazioni molto più piccole per popolazione ed economia come la Danimarca (3,2%) e la Svezia (3,4%).
Le destinazioni preferite dai giovani italiani emigrati sono, in ordine:
- Regno Unito: 26,5%
- Germania: 21,2%
- Svizzera: 13%
- Francia: 10,9%
- Spagna: 8,2%
I fattori dell’esodo: tra circolarità negata e divari strutturali
Il Rapporto CNEL 2025 non si ferma alla mera quantificazione dell’esodo giovanile italiano, ma si concentra sulla sua interpretazione e sulle soluzioni strategiche necessarie per invertire una rotta che si rivela distruttiva per il capitale umano e il potenziale di sviluppo nazionale.
Il capitolo finale del documento si interroga sulle ragioni profonde di questa dinamica e traccia la strada per il risanamento.
L’analisi del CNEL muove da due interrogativi fondamentali: questi flussi migratori di giovani verso Paesi avanzati sono parte della normale circolarità dei movimenti che caratterizzano i sistemi economici evoluti, o sono sintomo di una debolezza specifica dell’Italia? E, soprattutto, quali sono i fattori che spingono e attraggono i giovani?
Le risposte del Rapporto sono chiare e disarmanti: l’Italia non partecipa alla normale circolarità dei movimenti. Lungi dall’essere un fisiologico scambio di talenti, il Paese è strutturalmente e in modo squilibrato un fornitore di giovani altamente qualificati e istruiti, senza essere un ricevente equivalente da quegli stessi sistemi economico-sociali avanzati. L’Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM) pari a 9 — ovvero nove italiani in uscita verso le principali nazioni avanzate per uno straniero in entrata dalle medesime — ne è la prova numerica e inconfutabile.
I fattori che innescano l’esodo sono complessi, ma possono essere ricondotti alla vastità del divario tra le condizioni dei luoghi di partenza e quelle dei luoghi di arrivo.
Il CNEL opera una distinzione cruciale nella natura dei flussi che coinvolgono l’Italia:
- Migrazione da Paesi poveri: L’Italia è destinataria di copiosi arrivi di persone originarie di Paesi economicamente e istituzionalmente più poveri, che cercano migliori opportunità di lavoro e di vita. Questo è il ruolo passivo che l’Italia condivide con molti Paesi occidentali.
- Migrazione verso Paesi avanzati: L’Italia è, contemporaneamente, il punto di partenza di decine di migliaia di giovani cittadini italiani diretti verso altri Paesi avanzati.
È proprio il secondo aspetto a distinguere l’Italia in negativo e a consegnare uno “spaccato meno rassicurante, di scarsa attrattività nei confronti dei giovani cittadini dei Paesi avanzati”. I fattori che spingono i giovani italiani all’estero sono dunque profondamente legati alla percezione che in Germania, Regno Unito, Svizzera o Francia esista un sistema che offre retribuzioni più adeguate, meritocrazia e opportunità di carriera che l’Italia non è in grado di garantire, soprattutto ai suoi laureati (il 42,1% degli emigrati nel triennio 2022-2024).
La soluzione strategica: il necessario “salto qualitativo”
Il Rapporto CNEL non si limita alla diagnosi, ma indica implicitamente la sola, ambiziosa, strada per l’inversione di rotta: la necessità di un salto qualitativo che riporti l’Italia alla pari con le nazioni competitor.
La soluzione strategica non può risiedere nel tentare di bloccare la mobilità, che è un dato di fatto nel mondo globalizzato, ma nel rendere il Paese sufficientemente attrattivo da generare un flusso di arrivi equivalente a quello delle partenze. Questo significa agire sul divario con i Paesi avanzati (il “primo tipo di differenze” citato nel testo).
Il CNEL sottolinea che l’Italia “può e deve aspirare a chiudere il primo tipo di differenze, per fare quel salto qualitativo che le permetterebbe una nuova fase di sviluppo”. In concreto, questo “salto qualitativo” si traduce in un pacchetto di interventi sistemici e non isolati:
- Investimenti sul Capitale Umano: Recuperare i 159,5 miliardi di euro (valore del capitale umano uscito nel 2011-2024) investendo in politiche che valorizzino l’istruzione e la formazione, assicurando che i costi sostenuti dalle famiglie e dallo Stato si traducano in ricchezza interna e non in un sussidio allo sviluppo estero.
- Riduzione del Divario Retributivo e di Carriera: L’attrattività passa primariamente da retribuzioni adeguate al livello di istruzione e da sistemi di carriera basati sul merito e sulla trasparenza. È questo che i giovani qualificati cercano.
- Rafforzamento Istituzionale ed Economico: Il Rapporto evidenzia come l’attrattività si misuri anche in termini di “struttura economica” e “istituzioni democratiche e legali” efficienti. Migliorare l’efficienza della Pubblica Amministrazione, la giustizia e il contesto normativo è cruciale per creare un habitat in cui l’imprenditoria e la ricerca possano fiorire, trattenendo così i giovani e attirando talenti stranieri.
In definitiva, l’Italia non può più accontentarsi di essere un Paese di transito o un semplice fornitore di manodopera, seppure istruita, per il mercato globale.
L’inversione di tendenza richiede una riprogrammazione del modello di sviluppo orientata a chiudere quel divario di opportunità che oggi rende la Germania, la Svizzera o il Regno Unito mete di default.
Solo in questo modo, l’Italia potrà uscire dalla sua condizione di “scarsa attrattività” e inaugurare una fase di sviluppo sostenibile basata sulla valorizzazione dei propri giovani.
FONTE DATI: RAPPORTO CNEL 2025 ‘”L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”

















