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Una trasformazione che va governata

Intelligenza artificiale a scuola: quando le regole arrivano prima della didattica

lunedì 29 Dicembre 2025

Nelle scuole il regolamento sull’AI arriva prima della didattica, come atto di autotutela. Si stabilisce cosa non si può fare, senza aver chiarito cosa si vuole fare. Si fissano responsabilità senza aver definito strumenti e processi.

 

Una scena ordinaria, sempre più frequente nell’ultimo periodo, in una delle nostre scuole in Italia. Il collegio docenti è convocato nel primo pomeriggio. Nell’aula magna scorrono le comunicazioni di rito: progetti extracurricolari, supplenze brevi, scadenze amministrative.

Poi compare una voce nuova all’ordine del giorno: “Approvazione del regolamento sull’uso dell’intelligenza artificiale”.

Qualcuno alza lo sguardo, altri continuano a prendere appunti. Non c’è una piattaforma adottata, non è stata avviata alcuna sperimentazione, nessun progetto è stato discusso o inserito nel Piano triennale dell’offerta formativa. Eppure il regolamento è già pronto.

Il testo elenca divieti, richiami alla privacy, responsabilità individuali, possibili sanzioni. L’obiettivo implicito è chiaro: prevenire problemi, dimostrare attenzione all’innovazione, mettersi al riparo da contestazioni future. La discussione dura pochi minuti. Nessuno chiede quali strumenti verranno eventualmente utilizzati, in quali classi, con quali finalità educative.

Il regolamento viene approvato. La scuola, almeno sulla carta, ora è “pronta” all’intelligenza artificiale.

Quello appena descritto è il punto di partenza di un paradosso all’interno delle scuole italiane: l’intelligenza artificiale entra negli istituti non attraverso la didattica, ma attraverso atti amministrativi che anticipano scelte mai compiute. Si regolamenta qualcosa che non è ancora stato scelto, né compreso nel suo impatto concreto sull’insegnamento, sulla valutazione, sul trattamento dei dati. La domanda, a questo punto, è inevitabile: ha senso normare ciò che non è stato ancora progettato?

L’AI a scuola: una presenza già reale

Che l’intelligenza artificiale sia già dentro le scuole è un dato di fatto. Non perché sia stata adottata formalmente dagli istituti, ma perché studenti e docenti la utilizzano quotidianamente, spesso in modo informale e individuale.

ilSicilia.it aveva già trattato  il cambiamento in corso per la didattica scolastica, in un precedente articolo di pochi giorni fa. Strumenti di scrittura assistita, traduzione automatica, sintesi di testi, supporto allo studio sono entrati nelle pratiche ordinarie, soprattutto fuori dall’orario scolastico.

Non solo studenti, anche i docenti usano l’AI: così l’intelligenza artificiale entra in classe e cambia la didattica

 

Questa presenza diffusa ha generato una reazione difensiva. In assenza di indicazioni vincolanti a livello nazionale, molte scuole hanno scelto di muoversi in autonomia, adottando regolamenti interni sull’uso dell’IA. Documenti che, nella maggior parte dei casi, nascono più dalla necessità di “mettere un paletto” che da una riflessione pedagogica strutturata.

Il risultato è un quadro frammentato: regole diverse da istituto a istituto, spesso simili nella forma ma vaghe nei contenuti, concentrate sul divieto o sulla responsabilità individuale più che sulla definizione di un uso didattico consapevole. L’autonomia scolastica, in questo contesto, diventa uno spazio ambiguo: può essere terreno di sperimentazione, ma anche rifugio per decisioni affrettate.

Regolamenti e PTOF: il nodo irrisolto

Dal punto di vista formale, nulla vieta a una scuola di dotarsi di un regolamento sull’intelligenza artificiale. Il problema nasce quando il regolamento sostituisce il progetto. In teoria, ogni scelta che incide sulla didattica dovrebbe trovare spazio nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa), il documento che definisce identità, obiettivi e strategie educative dell’istituto.

È lì che andrebbero chiarite le finalità dell’uso dell’IA, le competenze da sviluppare, i criteri di valutazione, le modalità di formazione dei docenti.

In pratica, però, il PTOF resta spesso sullo sfondo. Il regolamento arriva prima, come atto di autotutela. Si stabilisce cosa non si può fare, senza aver chiarito cosa si vuole fare. Si fissano responsabilità senza aver definito strumenti e processi. È una normazione preventiva che rassicura l’istituzione, ma lascia soli docenti e studenti quando l’IA entra davvero in gioco.

Quando il caso concreto arriva in classe

 

Facciamo un esempio classico che nelle scuole avviene regolarmente

La verifica di italiano viene corretta in tempi insolitamente rapidi. Gli elaborati sono ordinati, il lessico corretto, alcune frasi persino eleganti. L’insegnante se ne accorge subito: non è il livello medio della classe, almeno non per tutti. Alla lezione successiva chiede spiegazioni. Alcuni studenti ammettono di aver usato un sistema di intelligenza artificiale “solo per sistemare il testo”, altri parlano di supporto, non di sostituzione.

Il regolamento interno della scuola vieta l’uso dell’IA per le verifiche, ma non chiarisce cosa accada quando l’utilizzo avviene a casa. Non distingue tra rielaborazione linguistica e produzione autonoma. Non prevede l’obbligo di dichiarare l’uso di strumenti digitali, né indica come il docente debba comportarsi in questi casi.

La questione arriva in consiglio di classe. C’è chi propone di annullare la verifica, chi suggerisce una sanzione disciplinare, chi invita a lasciar correre per evitare ricorsi. Il dirigente chiede se i dati degli studenti siano stati trattati correttamente. Nessuno sa dire quale piattaforma sia stata utilizzata, se i testi siano stati archiviati, se i contenuti inseriti siano stati riutilizzati per l’addestramento dei modelli.

Il problema non è solo valutativo. È giuridico, organizzativo, pedagogico. E soprattutto rivela una contraddizione: la scuola ha un regolamento sull’intelligenza artificiale, ma non ha definito una strategia didattica, non ha formato i docenti, non ha individuato strumenti conformi alle norme sulla protezione dei dati. Al primo caso concreto, la regola non orienta: paralizza.

 

Il quadro normativo: cosa dice davvero la legge

È a partire da situazioni come questa che il riferimento al quadro normativo diventa necessario. L’AI Act europeo, approvato nel 2024, adotta un approccio basato sul rischio. I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in ambito educativo rientrano in una categoria sensibile, perché incidono su percorsi formativi, valutazioni e opportunità future degli studenti. Questo non significa che l’uso dell’AI a scuola sia vietato, ma che richiede particolare attenzione in termini di trasparenza, controllo umano e gestione dei rischi.

Accanto all’AI Act resta pienamente in vigore il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Ogni scuola, in quanto titolare del trattamento, è responsabile dei dati personali degli studenti.

Questo implica che l’uso di piattaforme di intelligenza artificiale deve essere valutato attentamente: quali dati vengono inseriti, dove vengono conservati, per quali finalità vengono utilizzati, se vengono riutilizzati per l’addestramento dei modelli.

Un punto spesso trascurato riguarda la distinzione tra uso individuale e uso istituzionale. Se un docente utilizza strumenti di IA per preparare materiali didattici, la responsabilità resta in gran parte personale. Se invece l’IA entra nella didattica, nella valutazione o nei processi ufficiali della scuola, la responsabilità ricade sull’istituzione. È una differenza sostanziale, che molti regolamenti interni non chiariscono.

Autonomia scolastica o normazione difensiva

In questo contesto, l’autonomia scolastica rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Da un lato consente alle scuole di adattare le scelte al proprio contesto. Dall’altro, in assenza di linee guida operative chiare, può portare a una proliferazione di regole difensive, scritte più per proteggere l’istituzione che per accompagnare l’innovazione.

La normazione difensiva produce effetti concreti: docenti che evitano qualsiasi sperimentazione per paura di sbagliare, studenti lasciati soli a gestire strumenti che già utilizzano, dirigenti schiacciati tra responsabilità giuridiche e mancanza di supporto. In questo scenario, il rischio non è tanto l’uso scorretto dell’IA, quanto la sua rimozione dal discorso educativo ufficiale.

 

Le “Linee guida italiane” per l’introduzione dell’AI nelle scuole

 

Con la pubblicazione delle Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle istituzioni scolastiche, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ad ottobre 2025 ha fornito alle scuole italiane un quadro normativo aggiornato sull’utilizzo dell’IA a scuola. Queste linee guida pongono al centro la tutela dei diritti, l’equità e la qualità educativa, offrendo strumenti  per introdurre l’intelligenza artificiale nei curricoli rispettando principi di trasparenza, privacy ed etica.

L’obiettivo è garantire che l’IA non diventi un semplice strumento tecnologico, ma un alleato della didattica, capace di rafforzare competenze cognitive e trasversali negli studenti.

 

Cosa indicano le linee guida del MIM

Le nuove linee guida pubblicate dal MIM si rivolgono a dirigenti scolastici, docenti, personale amministrativo e studenti, con l’obiettivo di accompagnare le scuole nella gestione di strumenti basati su IA, garantendo al contempo il rispetto dei diritti degli utenti, la tutela dei dati personali e la trasparenza nei processi decisionali automatizzati.

Nel documento vengono definiti i principi etici fondamentali, come equità, inclusione e responsabilità, sottolineando l’importanza della supervisione umana e della valutazione critica dei sistemi di IA utilizzati a scuola. Vengono indicati criteri per scegliere tecnologie affidabili, prevenire bias algoritmici e garantire un uso sicuro e consapevole da parte di studenti e personale scolastico.

Oltre agli aspetti normativi, il documento propone strumenti pratici per supportare la formazione del corpo docente, suggerendo percorsi di alfabetizzazione digitale, metodologie didattiche integrate e pratiche per stimolare il pensiero critico degli studenti.

L’obiettivo è costruire un contesto educativo in cui l’IA diventi strumento di supporto all’insegnamento e all’apprendimento, valorizzando le competenze digitali e promuovendo un uso etico e responsabile della tecnologia.

L’intelligenza artificiale non va soltanto “gestita”, bensì interpretata in chiave educativa. Per i docenti significa saper sfruttare strumenti digitali che supportino la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, stimolino il pensiero critico e la capacità di analisi dei dati. Significa anche formare studenti capaci di comprendere i limiti e le potenzialità di questi strumenti, sviluppando un approccio etico e consapevole al mondo digitale.

L’AI può essere utilizzata per creare esperienze didattiche personalizzate, simulare scenari complessi e supportare la valutazione continua dei progressi degli studenti. Gli algoritmi possono individuare pattern di apprendimento, suggerire attività mirate e stimolare la partecipazione attiva.

Ma un uso consapevole richiede formazione: insegnanti e studenti devono conoscere i rischi, i bias e i limiti degli strumenti digitali per evitare fraintendimenti e sviluppare un senso critico rispetto alle informazioni prodotte dalle macchine.

 

Si lavora a una strategia nazionale per insegnare l’AI

Nel frattempo procedono i lavori per una strategia nazionale sull’insegnamento dell’intelligenza artificiale che punta a diffondere in Italia una cultura su questo tema fin dalla scuola dell’obbligo: lo ha reso noto Valerio De Luca, direttore e fondatore della Scuola Spes Academy e presidente del Comitato italiano data governance e intelligenza artificiale.

Valerio De Luca

“Il nostro obiettivo – prosegue De Luca – è far comprendere l’importannza di tutelare la sovranità cognitiva”, intesa come “la capacità dell’essere umano di prendere decisioni”.

L’appello contro le linee guida 

Ma non mancano le critiche e i dubbi su queste linee guida ministeriali. Cub Scuola Università e Ricerca (Piemonte), insieme a Cobas Sicilia, Cobas Veneto e Cobas Umbria il 12 dicembre 2025 hanno comunicato di aderire all’appello di un gruppo di docenti italiani dopo il varo, da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito, delle linee guida per l’introduzione dell’intelligenza artificiale a scuola.

L’appello invita aresistere all’adozione frettolosa ed acritica delle intelligenze artificiali centralizzate imposte da Big Tech, come ChatGPT e Gemini.

Il ministero pretende che questi software siano in grado di svolgere il ruolo di “tutor per l’apprendimento personalizzato”, tacendo sul fatto che forniscono informazioni verosimili, ma false. Si tratta, infatti, di software immaturi per l’uso nel mondo reale, che un recente studio del MIT (Massachusett Institute of Technology, 2025) indica aver fallito nel 95% dei progetti pilota in cui sono stati utilizzati. L’insistenza sulla loro adozione risponde alle necessità di chi li produce, non della scuola”.

L’appello ribadisce che “la relazione umana è l’unico ingrediente indispensabile per l’insegnamento e l’apprendimento e si conclude invitando a sperimentare tecnologie conviviali, situate e basate su software libero perché solo con uno sforzo che parte dalle reali necessità di allievi, docenti e famiglie, sarà possibile rinnovare la scuola, invece di renderla una macchina per l’addestramento automatizzato di allievi trasformati in ‘prodotti di filiera’”.

All’appello hanno già aderito diverse personalità storicamente attive nel movimento per il software libero, quali il prof. A.R. Meo, presidente di Assoli (ASsociazione per il SOftware LIbero www.softwarelibero.it).  Il 16 dicembre ha avuto luogo una conferenza stampa ufficiale per spiegare obiettivi e tempistiche della campagna.

Cosa serve per una scuola digitale inclusiva e consapevole?

Più che nuovi regolamenti, alle scuole mancano alcune condizioni di base. Innanzitutto, formazione strutturata per i docenti, non limitata agli aspetti tecnici ma estesa alle implicazioni pedagogiche e valutative. Poi, scelte tecnologiche trasparenti: se una scuola decide di utilizzare strumenti di AI, deve farlo in modo consapevole, selezionando piattaforme conformi alle norme e chiarendo modalità e limiti d’uso.

Serve anche un coinvolgimento reale degli organi collegiali. L’intelligenza artificiale non è una questione puramente tecnica, ma incide sull’identità educativa della scuola. Per questo dovrebbe essere discussa, progettata e inserita nel PTOF, non relegata a un regolamento accessorio.

Infine, è necessario chiarire come l’AI incida sulla valutazione: cosa è consentito, cosa va dichiarato, quali competenze si intendono sviluppare.

Il vero valore delle linee guida emanate dal Ministero, ad esempio, si realizza solo quando diventano strumenti per progettare attività educative concrete. Le scuole devono sviluppare piani integrati che combinino formazione dei docenti, laboratori pratici e sperimentazione degli studenti. Solo così l’AI diventa un ponte tra innovazione tecnologica e apprendimento significativo, trasformando la didattica e arricchendo l’esperienza scolastica.

La scuola italiana ha oggi l’opportunità di trasformare l’introduzione dell’AI in una leva educativa strategica. La progettualità educativa diventa così il filo conduttore tra linee guida e impatto reale sulle competenze e sul futuro dei giovani, preparando la scuola a interpretare l’innovazione con responsabilità e creatività.

Alla fine, tutto torna a quella scena iniziale: il collegio docenti, il regolamento approvato in pochi minuti, la sensazione di aver fatto il proprio dovere. Ma la scuola reale è un’altra cosa. È fatta di classi, verifiche, errori, sperimentazioni.

L’intelligenza artificiale non è un’emergenza da contenere con divieti generici, né una promessa da celebrare senza spirito critico. È una trasformazione che va governata. Governarla significa partire dalla didattica, non dalla paura. Dal progetto, non solo dalla norma.

Perché nessun regolamento, da solo, può sostituire una scelta educativa consapevole.

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