Questa volta la “Caporetto” si è consumata fuori dalle mura dell’Ars. Fa rumore la sonora percentuale con cui il “no” al referendum sulla giustizia ha surclassato il fronte “sì” in Sicilia (CLICCA QUI). Ma non si tratta certamente di una novità nell’Isola dove tutto è il contrario di tutto. Qualcosa all’interno del centrodestra non va, qualche ingranaggio si è inceppato. A certificarlo non è il solo l’esito fuoriuscito dalle urne, ma una serie di cause concatenate che ormai da tempo attanagliano l’Isola. Inesorabilmente l’Assemblea regionale si trasforma nello specchio della realtà della politica siciliana, dimostrando che ciò che ormai da mesi avviene tra i banchi di Sala d’Ercole non è più un allarme circoscritto solo all’interno di Palazzo dei Normanni.
Le reazioni allo straripante 60,98% sono state timide tra le fila della maggioranza. Chi invece si è esposto è stato tagliante, senza usare troppi giri di parole. E’ il caso del vicecapo delegazione di Forza Italia nel gruppo Ppe al Parlamento europeo Marco Falcone ha che evidenziato come “proprio in Sicilia, poi la sconfitta del sì assume proporzioni ancora più rilevanti rispetto ad altre regioni, pare si superi addirittura l’Emilia-Romagna in termini percentuali. È un segnale da non sottovalutare, un forte campanello d’allarme per il centrodestra nel suo complesso e, per quanto ci riguarda, in particolare per la tenuta di Forza Italia. Le nostre roccaforti vanno difese con impegno e vicinanza alla gente, non considerate per acquisite“. Ma anche e soprattutto di Gianfranco Miccichè.
Per l’ex presidente dell’Ars Forza Italia è ormai il passato. Oggi la sua legislatura procede all’interno del gruppo misto, ma con un occhio rivolto verso l’Mpa di Raffaele Lombardo, con il quale, anche con il sindaco di Palermo Roberto Lagalla, condivide il progetto Grande Sicilia. Miccichè ha così puntato il dito non solo verso gli azzurri, ma su tutto il centrodestra, accusato di un “colpevole disinteresse. Dove erano dirigenti, deputati, senatori, sindaci e assessori di centrodestra? Poche iniziative nessuna vera mobilitazione, nessuna sala piena come accade di solito“.
Un messaggio chiaro e diretto che potrebbe lasciar presagire importanti novità in vista, considerando gli equilibri già abbastanza precari alla vigilia di un voto (all’apparenza) innocuo. La domanda sorge spontanea: in che modo interferirà sulla vita del governo Schifani o sul rimpasto in giunta che ad oggi appare sempre più lontano? Come muteranno gli scenari all’Ars?
Proprio su quest’ultima domanda la risposta appare più semplice e scontata del previsto. Tutto resterà fermo e inerme a Palazzo dei Normanni. Il Parlamento siciliano continuerà a vivere nel suo stato di “dormiveglia” in attesa di nuovi scossoni. Basti osservare i numeri sconfortanti del 2026. Dopo aver partorito a dicembre, con estrema fatica, tra compromessi e voto segreto, l’ultima Finanziaria, nel nuovo anno l’unica novità di cui Sala d’Ercole può vantarsi è l’allineamento con la norma nazionale che prevede la rappresentanza di genere al 40% all’interno delle giunte comunali. Poi il nulla. Ultima “vittima sacrificale” la riforma della dirigenza ritirata e tornata in I Commissione Affari Istituzionali, presieduta da Ignazio Abbate, a causa del clima ostile in aula. Sintomo di un’Assemblea incapace di produrre, dai Consorzi di Bonifica al terzo mandato, per quale il rischio è quello di creare un precedente giurisdizionale dall’enorme portata, con alcuni sindaci già pronti a ricandidarsi in vista delle amministrative di fine maggio, forti della sentenza della Corte Costituzionale.
Mentre si decideranno le sorti del centrodestra, che dovrà ricompattarsi in fretta per non perdere il treno delle comunali, vera occasione di riscatto, l’Ars sarà così chiamata ad esprimersi, senza eccessiva fatica, su disegni di legge certamente di vitale importanza per la Sicilia, ma pur semplici e di mera natura tecnica. Oggi sarà la volta della variazione di bilancio in relazione alla cancellazione del debito delle Regioni nei confronti dello Stato riguardante le anticipazioni di liquidità (CLICCA QUI). Poi toccherà al bilancio consolidato, il cui esame in II Commissione Bilancio, presieduta da Dario Daidone, è stato slittato a causa della mancata presenza, già annunciata, dell’assessore al Bilancio Alessandro Dagnino (CLICCA QUI). Assente, però, per giusta causa. Oggi, infatti, la Corte dei Conti esprimerà il giudizio di parifica del rendiconto della Regione Siciliana per 2021. Un altro passo decisivo verso il via libera al rendiconto 2024, che tra giugno e luglio permetterebbe di poter usufruire degli oltre due miliardi di euro di avanzo e mettere così in piedi un imponente variazione di bilancio, prima la pausa estiva, senza precedenti e dalle sembianze di una vera e propria legge di Stabilità.
E mentre l’oltre 60% per il “no” al referendum sulla giustizia ha reso più saldo il rapporto incerto e non poi così pacifico come all’apparenza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Controcorrente, con le reazioni dei rappresentanti regionali, Anthony Barbagallo, Nuccio Di Paola e Ismaele La Vardera, che non sono tardate ad arrivare, cosa farà adesso il centrodestra, già capace di resistere all’onda d’urto degli scandali e delle inchieste che si sono susseguiti in questi mesi?




