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La missione di Fratel Biagio continua

Konkoma, il villaggio che attende: il viaggio di don Vitrano nel cuore del Ghana

domenica 29 Marzo 2026

C’è un posto in Ghana, nella regione Ashanti, dove la foresta ha lentamente mangiato tutto: le case, i sentieri, persino il ricordo di chi ci viveva. Si chiama Konkoma.

Don Pino Vitrano lo conosce solo per nome, ancora, ma quando ci arriva capisce subito che quel silenzio non è il silenzio della morte. È quello di chi aspetta. E don Pino, che di silenzi simili ne ha incontrati tanti nei vicoli di Palermo, sa riconoscerli.

La promessa di un uomo e un progetto interrotto

La storia comincia da lontano, e da un uomo di poche parole ma molta tenacia: Francis Sabum Ayim, ghanese emigrato in Italia, che di Konkoma porta il ricordo nella pelle.

Un villaggio abbandonato, dove è cresciuto, e che non ha mai smesso di sognare rinascere. Per anni Francis porta a fratel Biagio Conte e a don Pino le lettere dei capi locali, le richieste di aiuto, le proposte. È una lunga storia fatta di pazienza, di andate e ritorni. Quando finalmente il progetto sembra prendere forma, si ferma tutto: fratel Biagio si ammala, e con lui si spegne per un po’ anche quella fiamma.
Ma certe cose non finiscono davvero.

La Missione di Palermo non dimentica: spedisce un container con macchine da cucire, materassi, materiali. Dall’Africa tornano segnali di vita. E Francis, nel frattempo, non si è arreso: con il sostegno economico della Missione ha cominciato a costruire a Konkoma un laboratorio sartoriale. Un posto dove dare ai giovani del villaggio qualcosa di concreto a cui aggrapparsi.

L’inizio del viaggio: da Palermo al Ghana

Don Pino parte da Palermo con il fratello Daniele Cannella, Francis è già in Ghana ad attenderli. Scalo a Roma, arrivo ad Accra di notte. Anche solo questa prima parte del viaggio dice già qualcosa di lui: non manda qualcuno, ci va di persona. Le suore dell’Istituto Giuseppina Bakhita li accolgono a Temu, alle porte della capitale. È la prima notte ghanese, e serve: per abituarsi all’umidità, ai suoni, al ritmo diverso. E soprattutto per cominciare ad ascoltare.

Il giorno dopo si parte verso la diocesi di Obuasi. Il vescovo John Yaw Afoakwah li aspetta e li ospita a casa sua, quella episcopale, semplice e dignitosa. Si cena insieme, si parla a lungo. Don Pino sa fare questo: mettere le persone a proprio agio, trovare il filo giusto. La conversazione va avanti fino a tardi, tra sfide del territorio e
speranze possibili. L’autista del vescovo li porta a Beposo, dove li accoglie padre Lawrence. Tre notti qui, tre giorni intensi: villaggi, incontri, sopralluoghi. E poi il lago Bosomtwe, specchio sacro degli Ashanti, una distesa d’acqua scura e ferma che la gente del posto considera quasi una presenza viva. Don Pino lo guarda a lungo, in silenzio. In ogni tappa c’è qualcuno che apre la porta: sacerdoti, religiose, famiglie. Una delle soste più belle è quella a casa di Eunice, una donna che si prende cura degli ospiti con un’attenzione quasi materna. Don Pino la ribattezzerà “Casa Betania”, e chi lo conosce sa che quando lui dà un nome a qualcosa, è perché ci ha trovato
qualcosa di vero.

Da Beposo si va verso Kumasi, la grande capitale culturale degli Ashanti. Una notte in albergo, poi una giornata alla chiesa dello Spirito Santo, dove il parroco li riceve come se li aspettasse da sempre. È una costante, questo viaggio: ovunque vadano, qualcuno li stava aspettando. Il ritorno ad Accra avviene in aereo. Altre due notti dalle suore Bakhita, che sono diventate una specie di porto sicuro in questo viaggio. Un posto dove si torna, dove ci si siede, dove si lascia depositare tutto quello che si
è visto.
In tutto questo percorso, la zona si rivela vasta quanto mezza Italia, abitata dalla cultura degli Ashanti, il popolo che più di tutti ha segnato la storia del Ghana moderno. Don Pino incontra anche il vescovo della diocesi di Yeboah Asébo, uomo mite e diretto, che sostiene l’iniziativa ma mette subito le cose in chiaro con una
semplicità disarmante:
Se il progetto viene da Dio, cammineremo insieme. Se non viene da Dio, è meglio non cominciare.” Don Pino ha sorriso, racconta chi era con lui. Perché quella
frase la potrebbe aver detta lui stesso.

Konkoma: un luogo sospeso. Il sopralluogo: la bellezza ferita dell’abbandono

Quando siamo arrivati sul posto – racconta don Pino – il paesaggio parlava da sé. La natura ha riconquistato tutto: alberi e liane avvolgono ciò che resta delle case, i sentieri sono diventati fiumi verdi, il tempo sembra essersi fermato al momento esatto in cui l’ultimo abitante se n’è andato. Eppure non è un posto morto. Il lago luccica come uno specchio gigante, la foresta profuma di erbe selvatiche, il silenzio ha un peso antico. È un posto ferito, ma non perduto. Un posto che sembrava star aspettando qualcuno.”

I capi tradizionali li accolgono con rispetto, ma fanno una domanda sola: questa volta è per davvero? Non vogliono promesse, vogliono stabilità. Don Pino ascolta, osserva, prende note. Sa che Konkoma non è un cantiere da aprire la settimana prossima. È un percorso lungo, che chiede alleanze, risorse e soprattutto coerenza nel tempo. Ma è anche il tipo di sfida che lo ha sempre fatto alzare la mattina.

 

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