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La "desertificazione" umana e professionale

La radiografia dell’OCSE sull’Italia nel 2026: in Sicilia più occupati nelle statistiche, ma meno giovani sul territorio tra salari bassi e precarietà

lunedì 27 Aprile 2026

Il 24 aprile 2026,  l’eurodeputato del M5s Giuseppe Antoci ha nuovamente riacceso i riflettori su una ferita profonda che riguarda il tessuto sociale siciliano e italiano: la fuga forzata dei giovani.

Antoci ha formalmente presentato un’interrogazione al Parlamento europeo, un atto politico di estrema rilevanza che punta a impegnare la Commissione Europea in una strategia concreta contro la “desertificazione” umana e professionale delle regioni del Mezzogiorno. Nella sua denuncia, l’esponente politico attenziona una situazione divenuta insostenibile: una terra che investe risorse immani e sacrifici per formare i propri talenti, solo per poi vederli “regalati” ad altre nazioni o ad altre latitudini del Paese.

Gli aspetti principali sollevati dall’eurodeputato ruotano attorno al concetto di espulsione generazionale. Antoci non parla di una scelta migratoria dettata dal desiderio di avventura, ma di una necessità derivante da salari fermi al palo da trent’anni, un costo della vita ormai incompatibile con le retribuzioni locali e, soprattutto, l’assenza di opportunità che premino il merito anziché l’appartenenza.

Secondo il deputato europeo, questa emorragia rappresenta il principale ostacolo allo sviluppo economico dell’Isola: ogni laureato che parte è un pezzo di PIL che svanisce e una speranza di innovazione che si spegne. È proprio a partire da questo grido d’allarme, portato ufficialmente sui banchi di Bruxelles, che Antoci richiama i dati impietosi del Rapporto OCSE, utilizzandoli come prova regina di un sistema che necessita di una sterzata immediata.

Giovani costretti ad andare via, Antoci: “Salari fermi e nessuna opportunità”

Il report OCSE Italia 2026: la morsa demografica e la produttività stagnante che penalizza il Mezzogiorno

A dare sostanza statistica e rigore analitico alla denuncia dell’Eurodeputato pentastellato interviene il report “Studi economici dell’OCSE: Italia 2026”, pubblicato nell’aprile 2026.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) realizza questi studi periodici per fornire ai governi una bussola sulle riforme necessarie. Il rapporto 2026 è un documento monumentale che analizza la resilienza dell’economia italiana post-PNRR, concentrandosi su tre pilastri: il coinvolgimento dei giovani nel mercato del lavoro, la sicurezza energetica e il dinamismo delle imprese.

La diagnosi che emerge per l’Italia è quella di un Paese che, pur mostrando segnali di tenuta macroeconomica, resta intrappolato in una morsa demografica e in una produttività stagnante che penalizza ferocemente le nuove generazioni. L’antitesi stridente tra le potenzialità del Mezzogiorno e la realtà quotidiana dei suoi abitanti è il filo conduttore che unisce la visione politica di Antoci ai dati tecnici dell’OCSE.

Mentre il report segnala timidi incrementi occupazionali nel Sud, la qualità di questi posti di lavoro rimane talmente fragile da non riuscire a invertire la rotta delle migrazioni. Rappresentare oggi una prova cruciale per la tenuta del sistema-Paese significa affrontare un tasso di NEET (giovani che non studiano e non lavorano) che in Sicilia tocca vette drammatiche, superando ampiamente la media europea.

La “desertificazione” denunciata da Antoci è un processo economico misurabile in termini di PIL perso e capitale umano dissipato. Se il merito continua a soccombere davanti alle logiche clientelari e se gli stipendi restano al palo, l’unica “politica attiva” che i giovani siciliani percepiscono come reale rimane quella della valigia. Questo approfondimento mira a sviscerare questa crisi, cercando di capire se il 2026 possa essere l’anno della svolta o quello del definitivo declino.

Partendo da un’analisi dei dati del report Ocse per la Sicilia e il Sud cercheremo di descrivere quanto sia necessaria e impellente contrastare efficacemente e invertire la “desertificazione”, se non viene fermata con politiche salariali e industriali coraggiose. Senza queste il rischio è che il 2026 diventi l’anno del definitivo declino demografico per l’intero Mezzogiorno.

Il quadro nazionale: un Paese che non apre la strada ai giovani e la trappola dei salari

 

Il report OCSE 2026 fotografa l’Italia come una nazione intrappolata in una morsa demografica senza precedenti. L’invecchiamento della popolazione non è più solo una proiezione statistica, ma una forza economica che sta già riducendo la forza lavoro potenziale: secondo le stime, il numero di persone in età lavorativa diminuirà di ben cinque milioni entro il 2040.

In questo contesto, i giovani dovrebbero essere il motore propulsivo del sistema, la risorsa più preziosa e contesa, eppure in Italia rimangono una risorsa tragicamente sottoutilizzata.

La dinamica salariale rappresenta il fulcro nevralgico di questa crisi generazionale. I tassi salariali in Italia aumentano in misura inferiore rispetto alla stragrande maggioranza dei Paesi OCSE e, in termini reali, non hanno ancora recuperato i livelli pre-pandemia. Un giovane lavoratore italiano deve spesso attendere la soglia dei 40 anni per raggiungere livelli retributivi che i suoi coetanei tedeschi o scandinavi ottengono poco dopo i 20.

Questa stagnazione non è solo frustrante, ma è la causa principale che impedisce l’autonomia abitativa: l’età media di uscita dalla casa dei genitori rimane ferma ai 30 anni, contro una media europea decisamente più bassa. Il report sottolinea come la crescita salariale sia correlata alla produttività, che in Italia è rimasta piatta per un ventennio, creando un soffitto di cristallo per le aspirazioni economiche degli under 35.

A questo si aggiunge la diffusione della precarietà. Oltre il 39% dei contratti per i giovani tra i 15 e i 29 anni è a tempo determinato. Questa instabilità strutturale crea una barriera all’ingresso per la vita adulta, rendendo impossibile l’accesso al credito o la pianificazione di una famiglia.

L’OCSE sottolinea che questa rigidità e la frammentazione contrattuale sono tra i principali motivi che spingono oltre 150.000 cittadini a lasciare l’Italia ogni anno: non è una libera scelta di carriera, è una risposta razionale a un mercato che offre poco e a caro prezzo. La dualità del mercato del lavoro, ovvero la divisione tra lavoratori protetti con contratti a tempo indeterminato e una massa di giovani che saltano da un contratto a termine all’altro, agisce come un freno al trasferimento di competenze e all’innovazione.

Infine, il quadro nazionale è aggravato dal fenomeno dei “lavoratori poveri” (working poor). Anche chi ha un impiego spesso non raggiunge un reddito sufficiente a superare la soglia di povertà relativa, a causa di contratti part-time involontari o di inquadramenti contrattuali non corrispondenti alle mansioni svolte.

L’OCSE avverte che senza una riforma del mix fiscale che riduca le tasse sul lavoro (cuneo fiscale) e un potenziamento della contrattazione collettiva, l’Italia continuerà a esportare il suo capitale più prezioso verso mercati che offrono dignità economica immediata.

Focus Sicilia e Sud: segnali di ripresa o il grande inganno dei numeri? 

 

Analizzando i dati regionali forniti dall’OCSE, emerge un dato che potrebbe apparire controintuitivo: recentemente, la crescita dell’occupazione è stata più forte proprio nel Mezzogiorno e nelle Isole. Questo incremento ha sostenuto i redditi in aree storicamente svantaggiate, trainato soprattutto dal settore turistico, dall’edilizia e dai servizi.

Tuttavia, questa descrizione statistica in realtà poi rivela fragilità profonde che confermano le preoccupazioni espresse da Giuseppe Antoci. In Sicilia, gran parte di questa crescita è di natura precaria o legata a settori a bassa specializzazione, che non offrono prospettive di carriera stabili per i laureati.

La questione dei NEET in Sicilia assume proporzioni drammatiche. Più di un giovane su cinque si trova in un limbo esistenziale, lontano dai circuiti formativi e produttivi. Il rischio di cadere in questa condizione è molto più elevato per chi vive nell’isola rispetto al resto d’Italia. Il sistema di protezione sociale è spesso sostituito dalle reti familiari, che agiscono come ammortizzatore ma anche come trappola, limitando la mobilità e l’attivazione professionale. L’OCSE evidenzia come la mancanza di servizi pubblici per l’impiego efficienti nel Sud renda quasi impossibile per questi giovani rientrare nel mercato del lavoro una volta usciti dai radar.

Antoci nela sua denuncia tocca un punto fondamentale: la “desertificazione” riguarda soprattutto i profili qualificati. Il report conferma che i rendimenti dell’istruzione terziaria (la laurea) sono in Italia, e ancor più al Sud, inferiori rispetto alla media UE. Un giovane laureato siciliano guadagna sensibilmente meno di un suo pari grado a Milano o a Monaco. Se studiare non paga e restare significa accettare precarietà perpetua, la partenza diventa l’unica via d’uscita coerente con le proprie ambizioni. È quello che si definisce il “furto di futuro”: la Sicilia investe nella formazione dei suoi figli per poi vederli fiorire altrove, perdendo la capacità di rigenerare la propria classe dirigente e il proprio tessuto economico.

disoccupazioneUn altro elemento critico emerso dal focus regionale è la partecipazione femminile al lavoro. In Sicilia, il divario di genere è ancora più marcato che nel resto del Paese. La carenza di servizi per l’infanzia e di infrastrutture sociali costringe molte giovani donne a scegliere tra carriera e famiglia, portando a un tasso di inattività che deprime il PIL regionale. L’OCSE suggerisce che investire negli asili nido e nel tempo pieno scolastico al Sud avrebbe un effetto moltiplicatore sull’economia locale superiore a qualsiasi sussidio diretto.

Infine, bisogna considerare l’impatto della criminalità organizzata sulla libera iniziativa. Laddove lo Stato arretra e le opportunità scarseggiano, le mafie offrono un welfare sostitutivo distorto. La battaglia di Antoci per la legalità è intrinsecamente legata all’economia: senza sicurezza e trasparenza, non ci sono investimenti; senza investimenti, non ci sono posti di lavoro qualificati.

La Sicilia si trova dunque davanti a un bivio: normalizzare la precarietà e l’esodo, o rompere il sistema delle clientele per permettere al mercato del lavoro di respirare. La crescita occupazionale registrata dall’OCSE deve essere trasformata da dato congiunturale a cambiamento strutturale, altrimenti rimarrà solo una parentesi statistica in un trend di declino inarrestabile.

Il nodo della produttività e dell’istruzione: due facce dello stesso declino 

Perché i salari non crescono e perché la Sicilia non riesce a trattenere i suoi talenti? La risposta, secondo l’OCSE, risiede in un legame spezzato tra produttività e istruzione. L’Italia ha registrato per decenni una crescita della produttività del lavoro debolissima, attestandosi costantemente al di sotto dei livelli delle altre economie ad alto reddito. Questo non è un dato astratto: se un’impresa non produce più valore per ora lavorata, non ha i margini economici per aumentare gli stipendi reali senza perdere competitività.

Il nucleo vitale del tessuto produttivo siciliano, dominato da micro e piccole imprese, fatica enormemente a innovare. Il report evidenzia come la produttività sia generalmente più bassa nelle aziende con meno di 10 dipendenti, che in Sicilia rappresentano la stragrande maggioranza. Queste imprese hanno difficoltà strutturali a investire in Ricerca e Sviluppo, a digitalizzarsi e ad adottare tecnologie d’avanguardia come l’Intelligenza Artificiale.

Senza innovazione di processo e di prodotto, le aziende siciliane rimangono confinate in settori a basso valore aggiunto, incapaci di offrire quegli “stipendi europei” necessari a fermare l’emigrazione dei giovani più preparati.

Parallelamente, l’Italia soffre di un deficit di istruzione cronico: solo il 30,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, contro una media OCSE del 47,6%. Siamo davanti a una controtendenza sistematica che condanna il territorio alla marginalità tecnologica.

Ma il problema non è solo quantitativo. Esiste un profondo “discrepanza” tra le competenze fornite dal sistema scolastico e quelle richieste dalle imprese. Molti giovani escono dai percorsi di studio senza le competenze digitali o tecniche necessarie per l’evoluzione del mercato del lavoro nel prossimo decennio. L’OCSE nota che le competenze in alfabetizzazione e calcolo dei giovani adulti italiani sono costantemente inferiori alla media dei partner europei.

Istituti Tecnici Superiori

Il report suggerisce di potenziare radicalmente la rete degli Istituti Tecnologici Superiori (ITS) proprio nel Mezzogiorno. Gli ITS rappresentano un’alternativa concreta all’università tradizionale, capace di formare tecnici altamente specializzati in tempi rapidi. Tuttavia, la diffidenza culturale verso l’istruzione professionale e la scarsa collaborazione tra scuole e imprese locali rallentano questa transizione.

In Sicilia, questo significa che mentre migliaia di laureati in materie umanistiche scappano per mancanza di sbocchi, le poche aziende innovative del territorio faticano a trovare periti informatici o esperti di automazione.

C’è poi la questione delle capacità manageriali. L’OCSE sottolinea che la qualità della gestione aziendale in Italia è inferiore a quella di molti concorrenti. Spesso le imprese del Sud soffrono di una gestione familiare troppo chiusa, restia ad aprirsi a manager esterni o a capitali stranieri. Questa mancanza di visione manageriale si traduce in una scarsa valorizzazione del personale giovane, che viene visto come un costo da tagliare piuttosto che come una risorsa su cui investire.

La “fuga di cervelli” denunciata da Antoci è alimentata anche da questo: un giovane che ha studiato all’estero o in grandi atenei non accetta di lavorare in contesti dove il merito è secondario rispetto alla fedeltà o ai legami di parentela. Rompere questo circolo vizioso richiede una riforma del sistema formativo, ma anche un cambio di paradigma culturale nel mondo dell’impresa siciliana, che deve capire che la produttività passa inevitabilmente attraverso la dignità e la valorizzazione del lavoro giovanile.

Prospettive e soluzioni: quale può essere un piano d’azione per l’Italia e la Sicilia?

Invertire la rotta richiede interventi che superino la logica dell’assistenzialismo e dei bonus una tantum. La priorità programmatica del 2026, indicata dall’OCSE, deve essere la riduzione strutturale del cuneo fiscale, per rendere l’assunzione di un giovane più vantaggiosa per l’impresa e lo stipendio netto sensibilmente più pesante per il lavoratore. Solo così si può sperare di contrastare la povertà lavorativa.

Per la Sicilia e il Sud, servono soluzioni specifiche e coordinate:

  1. Potenziamento degli ITS Academy: Bisogna accelerare la creazione di poli formativi di eccellenza tecnologica che dialoghino direttamente con i distretti produttivi locali.

  2. Riforma dei Servizi per l’Impiego: È fondamentale superare le disparità regionali, utilizzando i fondi residui del PNRR per formare mediatori capaci di intercettare i NEET e orientarli verso percorsi di riqualificazione (upskilling).

  3. Supporto al Dinamismo Aziendale: Alleggerire gli oneri normativi e migliorare l’accesso al venture capital per le startup siciliane può creare un ecosistema favorevole a chi vuole fare impresa restando nell’isola.

  4. Incentivi al rientro dei talenti: Non bastano le agevolazioni fiscali (come il regime per i “rimpatriati”); servono infrastrutture, connessioni veloci e servizi che rendano la Sicilia un luogo dove è possibile lavorare con standard europei.

Un altro aspetto fondamentale che ha attenzionato Antoci nella sua interrogazione richiama infine proprio la legalità intesa come precondizione assoluta di ogni sviluppo. Non c’è crescita dove domina il lavoro nero e dove l’economia sommersa droga la competizione. Le riforme tecniche dell’OCSE devono dunque procedere di pari passo con la trasparenza istituzionale e la lotta implacabile ai condizionamenti mafiosi, affinché il merito diventi l’unico criterio di selezione.

La Sicilia affronta oggi un imperativo categorico: non può più permettersi di regalare il proprio capitale umano al resto del mondo. Ogni giovane laureato che sale su un aereo con un biglietto di sola andata rappresenta un investimento sociale perduto, un pezzo di futuro che viene sottratto a questa terra.

La prova decisiva è politica e civile: bisogna scegliere se l’Isola deve essere condannata a essere un museo per turisti o se ha il coraggio di tornare a essere un laboratorio per le nuove generazioni.

La “desertificazione” denunciata da Giuseppe Antoci e confermata dai dati OCSE non è un destino ineluttabile, ma la conseguenza di decenni di politiche che hanno ignorato la questione generazionale e salariale.

La Sicilia ha bisogno di una “rivoluzione della dignità”. Dignità dei salari, che devono permettere ai giovani di affrancarsi dalle famiglie; dignità dei percorsi formativi, che devono dare competenze spendibili; dignità di una classe dirigente economica, politica e amministrativa che nei suoi ruoli e ambiti deve smettere di gestire o alimentare il declino per iniziare a programmare la rinascita.

Restare in Sicilia non deve più essere un atto di eroismo solitario o una rassegnata accettazione della precarietà, ma deve diventare una legittima e competitiva opportunità. Il report OCSE ci dice che i segnali di ripresa occupazionale ci sono, ma sono fragili come cristallo. Sta, alle istituzioni e al mondo produttivo, dar loro solidità.

È tempo di ridare ai giovani siciliani il diritto di sognare, progettare e costruire la propria vita nella propria terra, chiudendo una volta per tutte la stagione delle valigie di cartone, reali e digitali. Solo restituendo il futuro ai giovani, la Sicilia potrà finalmente ritrovare se stessa.

FONTE DATI: OECD (2026), Studi economici dell’OCSE: Italia 2026, OECD Publishing, Paris, 

https://doi.org/10.1787/fea691db-it.

 

Nota metodologica del Rapporto OCSE Italia 2026

Il report rappresenta il risultato di un’analisi ciclica condotta dal Comitato di esame delle situazioni economiche e dello sviluppo (EDRC) dell’OCSE. La metodologia si basa su un approccio multidisciplinare che incrocia dati quantitativi e analisi strutturali.

Fonte dei Dati:

L’OCSE raccoglie le informazioni attraverso tre canali principali:

  1. Dati Nazionali Ufficiali: Il report si avvale dei flussi statistici forniti dall’ISTAT, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e dalla Banca d’Italia. Questi dati riguardano PIL, occupazione, debito pubblico e dinamiche salariali.

  2. Database Internazionali: Vengono utilizzati i database proprietari dell’OCSE per garantire la comparabilità internazionale (es. indicatori PISA per l’istruzione o database sulle riforme del mercato del lavoro).

  3. Indagini Dirette e Consultazioni: L’analisi integra missioni sul campo e confronti diretti con le autorità italiane, parti sociali e stakeholder economici per validare le tendenze rilevate.

Contenuto e Indicatori Chiave

Il documento non si limita a una fotografia macroeconomica, ma contiene dati granulari su:

  • Mercato del Lavoro Giovanile: Analisi specifica sui tassi di NEET, sulla dualità contrattuale (tempo determinato vs indeterminato) e sui flussi migratori dei laureati.

  • Produttività e Imprese: Indicatori sul dinamismo aziendale, adozione di tecnologie digitali, capacità manageriali e barriere normative alla crescita delle PMI.

  • Capitale Umano: Dati sui livelli di alfabetizzazione e calcolo degli adulti (competenze PIAAC) e sull’efficacia dei percorsi di istruzione tecnica (ITS).

  • Energia e Clima: Statistiche sulla diffusione delle energie rinnovabili, tempi di autorizzazione degli impianti e impatto dei costi energetici sulla competitività.

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