Non c’è pace per le campagne siciliane. Dopo aver fatto i conti con la furia del ciclone Harry e le avversità climatiche che hanno martoriato l’isola nel mese di febbraio, il comparto agricolo regionale si trova ora a fronteggiare una “tempesta perfetta” di natura geopolitica ed economica.
L’escalation militare in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il greggio mondiale, hanno innescato una reazione a catena che sta soffocando le imprese agricole siciliane.
“Come Cia nazionale ci siamo posti il problema di questi aumenti“, spiega Scardino. “Mentre qualcuno si è focalizzato quasi esclusivamente sull’aumento dei carburanti, che è l’elemento di maggiore impatto emotivo, in realtà questo ha già provocato nel settore agricolo un rincaro sconsiderato dei fertilizzanti, in particolare di alcune molecole che vengono sintetizzate e provengono proprio dall’area del Golfo Persico“.
Un settore già fragile: dal clima alla geopolitica
La situazione descritta da Scardino è drammatica. L’agricoltura siciliana è in una fase cruciale, ma l’instabilità internazionale ha fatto schizzare i prezzi degli input tecnici a vette insostenibili. “Non abbiamo un attimo di pace“, sottolinea il presidente. “Prima abbiamo lottato per la riforma della PAC, poi è arrivato l’accordo Mercosur e ora la guerra con tutte le sue conseguenze energetiche. Subiamo questi eventi nel momento in cui la Sicilia orientale, ma anche l’Agrigentino e il Palermitano, sono stati devastati dal ciclone Harry e da quello di San Valentino“.
L’analisi tecnica di Scardino evidenzia un paradosso economico: “L’imprenditore agricolo è l’anello più debole della filiera. Gli aumenti dei costi di produzione si scaricano su di lui. Allo stesso tempo l’inflazione riduce i consumi e paradossalmente fa scendere i prezzi alla produzione, soprattutto per i prodotti deperibili. Rischiamo di trovarci con costi di produzione molto più alti e prezzi di vendita più bassi“.
Quindi, una condizione che, sommandosi ai danni già presenti, rischia di portare al fallimento migliaia di aziende storiche.
I tre pilastri della mobilitazione: l’analisi delle richieste
L’Ordine del Giorno proposto dalla Cia Sicilia impegna formalmente le istituzioni regionali a muoversi su tre fronti strategici.
“Il greggio che acquistiamo oggi impatterà sui prezzi di aprile, stiamo già segnalando che acquisteremo a valori altissimi“, avverte Scardino. “Servono percorsi di monitoraggio e un forte impulso alla Guardia di Finanza per prevenire e reprimere le speculazioni. Basta guardare i distributori di benzina, subiamo gli aumenti, ma quasi mai i ribassi quando il petrolio scende“.
Azione nazionale e risorse straordinarie. Sul fronte nazionale, la richiesta è chiara: la Regione deve farsi portavoce presso il Governo centrale per attivare misure compensative e, soprattutto, moratorie bancarie. Molte aziende, già indebitate per gli investimenti post-Covid e per i ripristini post-calamità, non sono più in grado di onorare le scadenze creditizie a causa dell’improvviso aumento dei costi vivi.
“Siamo nella fase di concimazione per il grano duro e le colture estive“, spiega il presidente della Cia. “Servono interventi sotto il profilo fiscale e previdenziale, bloccare o dilazionare le scadenze che pesano sugli agricoltori“.
Iniziativa in sede comunitaria. Infine, lo sguardo si volge a Bruxelles. Scardino chiede che la Regione solleciti le istituzioni UE affinché gli aiuti d’emergenza destinati al settore agricolo siano considerati fuori dai vincoli del Patto di Stabilità. Una flessibilità necessaria per iniettare liquidità nel sistema produttivo primario senza gravare sui bilanci regionali già provati.
“Abbiamo bisogno di fertilizzanti e agrofarmaci per fare qualità. Da noi questi prodotti costano molto di più rispetto ad altri paesi, Africa compresa, perché le nostre regole sono più restrittive. Sosteniamo da sempre la reciprocità dei metodi produttivi, standard più alti significano costi più elevati che vanno tutelati“.
Il rischio: addio alla sovranità alimentare
Il messaggio della Cia Sicilia non è solo una richiesta di sussidi, ma un monito sulla tenuta sociale del territorio. Se le campagne si fermano, non viene meno solo il reddito degli agricoltori, ma la stessa sovranità alimentare della Sicilia e dell’Italia. E l’Isola soprattutto perde il suo presidio ambientale.
La crisi produttiva è già realtà. “Pensiamo agli agruminel Siracusano e nel Catanese il ciclone ha distrutto. Vale poco dire che il valore del prodotto è aumentato se sulla pianta non c’è più niente“.
L’appello di Scardino è un richiamo alla responsabilità politica: “Chiediamo l’approvazione dell’ordine del giorno per dimostrare allo Stato e all’UE che la politica è attiva e impegnata a monitorare il mercato. È fondamentale creare un fronte istituzionale compatto“.
“È fondamentale quindi creare un fronte istituzionale compatto“, conclude Scardino. La palla passa ora al governo regionale, la risposta dovrà essere celere, perché i ritmi della terra, a differenza di quelli della burocrazia, non possono aspettare.
Non si tratta solo di difendere una categoria, ma di proteggere la sovranità alimentare dell’Isola. Se le aziende siciliane chiudono, il territorio perde il suo presidio sociale e ambientale, esponendosi a un ulteriore degrado e alla dipendenza totale dalle importazioni estere.
La Cia è stata chiara. La Sicilia non può permettersi che i suoi campi diventino l’ennesima vittima collaterale di una guerra lontana.



