In attesa di segnali da Palazzo Chigi, nubi aleggiano sul futuro di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Quest’ultimo in particolar modo, il partito alla guida della Sicilia, che ha sempre trovato nell’Isola la sua roccaforte, oggi è in cerca di un nuovo abito. Gli ingranaggi della macchina continuano a girare, ma con estrema fatica. Era stato già chiaro nel corso dell’ultima Finanziaria regionale (CLICCA QUI). Ora lo schiacciante risultato del referendum sulla giustizia ha squarciato nuovamente la ferita. Un sottile filo rosso unisce la Sicilia a Roma: le grandi manovre in atto nella Capitale potrebbero ben presto rispecchiarsi anche nella Regione presieduta da Renato Schifani.
Un argomento su tutti ieri ha catturato l’opinione pubblica. Le dimissioni di Maurizio Gasparri dal ruolo di capogruppo al Senato è un segnale certamente da non sottovalutare, dopo il passo indietro di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanché. Al suo posto Stefania Craxi. In mattinata, prima della conferma ufficiale materializzate nel pomeriggio, 14 senatori azzurri su 20 avevano firmato una lettera, auspicando la sostituzione del capogruppo a Palazzo Madama. Non solo la premier Giorgia Meloni. Molto scontenta del voto emerso dalle urne sarebbe stata così anche Marina Berlusconi, considerando che alla vigilia la riforma era stata persino dedicata al padre Silvio, fondatore e cuore pulsante del partito fino alla fine. Un domino sarebbe così pronto ad innescarsi. Ma non c’è alcuna fretta. Si procederà con cautela, senza decisioni affrettate. La posta in gioco è alta in Sicilia: l’attività del Parlamento regionale è in stallo (CLICCA QUI), le elezioni amministrative sono ormai agli sgoccioli e le regionali del 2027 sono più vicine di quanto si possa immaginare.
Intanto nell’Isola le interlocuzioni sono sempre più fitte. La giornata di ieri è stata parecchio movimentata e non solo a Roma. Dopo le dure dichiarazioni post referendum, il vicecapo delegazione FI al Parlamento europeo Marco Falcone ha chiesto e ottenuto un incontro con il presidente Schifani. L’ex assessore all’Economia, attraverso una nota, si è espresso però con un velo di rammarico, poiché non sarebbero emersi “segnali sufficienti circa una piena consapevolezza, a Palazzo d’Orleans, della fase che stiamo attraversando e delle aspettative del nostro elettorato. Probabilmente si vuole continuare su un percorso di autoassoluzione che, al netto delle attenuanti, non ci sembra quello più adatto alle circostanze” (CLICCA QUI).
In realtà, il faccia a faccia sarebbe stato ancor più teso di quanto lasciato trapelare. Profili di spicco all’interno del partito hanno parlato di un clima gelido, di un confronto serrato e non proprio pacato. Un momento che evidenzierebbe ancora una volta le varie anime e fratture degli azzurri. Voci ben informate parlano addirittura di frange del partito, e in particolar modo del gruppo parlamentare, che sarebbero pronte ad esporsi pubblicamente e invocare una mossa concreta e di discontinuità al governatore siciliano. Un gesto che potrebbe risultare, a tratti, persino estremo. Tra i temi più accesi, dibattuti tra Falcone e Schifani, ci sarebbero le prossime elezioni, per il quali il centrodestra rischierebbe di perdere una grossa fetta di consensi, il rimpasto in giunta e il congresso regionale.
Andiamo per ordine, partendo da quest’ultimo. Presentato con grande entusiasmo, il congresso regionale potrebbe in realtà rivelarsi un’arma a doppio taglio. Annunciato, seppur non ufficialmente, dalla direzione nazionale tra aprile e maggio, in realtà potrebbe slittare persino alla seconda metà dell’anno, tra giugno e settembre. Il motivo? L’eccesiva tensione del momento non indicherebbe l’attuale periodo come il più congruo, almeno finché non si calmeranno le acque. E non ne avrebbe parlato neanche ieri mattina il segretario Antonio Tajani, che ha riunito i dirigenti di partito di tutta Italia in una video call. Un tentativo certamente per ricompattare i pezzi.
Infine il tema più apprezzato dagli amanti del gossip: il rimpasto. Nonostante le voci che smentiscono possibili ripercussioni sul governo regionale, personalità autorevoli tra le fila del centrodestra non hanno dubbi: qualcosa succederà. Come già detto, la premier Meloni starebbe vivendo giornate di intense riflessioni. Sul tavolo anche la Sicilia. Non si tratterebbe certo di una novità. L’Isola è stata sempre un’attenzionata speciale, dalle dinamiche di partito, non a caso con la nomina di un commissario regionale estraneo dagli scontri tra le correnti occidentali e orientali, ai vari dossier, come per esempio la sanità. Fonti romane traccerebbero due strade: o la richiesta di dimissioni dell’assessore Elvira Amata e del presidente dell’Ars Gaetano Galvagno o l’azzeramento della giunta.
Il presidente Schifani temporeggia, dimostrando diffidenza nei confronti di un cambiamento radicale. La situazione è fin troppo delicata, meglio attendere che lasciarsi trascinare dal vortice del malcontento. Rimaneggiamenti sarebbero dovuti arrivare già a gennaio, ma ad oggi persino i due assessorati alla Famiglia e agli Enti locali, vacanti da oltre quattro mesi, restano senza inquilini. Premere il tasto “reset”, però, equivarrebbe ad una rivoluzione totale, dove a salutare sarebbero anche i tanto discussi tecnici, Alessandro Dagnino e Daniela Faraoni, e assessori ritenuti al riparo, da Luca Sammartino ad Edy Tamajo, per citarne alcuni.
Come raccontano esponenti di spicco della coalizione, l’ultima parola, in ogni caso, spetterà a Fratelli d’Italia. Saranno i meloniani, a compiere il primo passo. Decidere se far rispettare o meno il pugno duro già mostrato a livello nazionale o decidere di optare per una via più “soft”. Il “campanello d’allarme che ci può svegliarci“ evidenziato dal commissario regionale Luca Sbardella, ai microfoni de ilSicilia.it (CLICCA QUI), è pronto a diventare realtà? Le prossime ore potrebbe rivelarsi decisive e fatali.





