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L'esperto

Ebola, Cascio: “Un protocollo unico per guidare la risposta siciliana”

mercoledì 17 Giugno 2026

Dopo le prime indicazioni dell’assessorato regionale della Salute, attraverso il Dipartimento per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico (DASOE), sulla gestione di un eventuale sospetto caso di Ebola, si apre il tema dell’organizzazione concreta della risposta nelle diverse province siciliane.

L’esigenza, secondo Antonio Cascio, direttore della UOC di Malattie infettive e tropicali dell’AOUP “P. Giaccone” di Palermo e referente clinico regionale h24 per Ebola, è arrivare a un percorso operativo condiviso, capace di chiarire ruoli, referenti, comunicazioni e responsabilità lungo tutta la catena assistenziale.

“Il riferimento tecnico resta l’IRCCS Spallanzani di Roma, ma prima dell’eventuale trasferimento in biocontenimento ci sono i territori, i Dipartimenti di prevenzione, le Malattie infettive, il 118, le Prefetture, i laboratori e i punti di ingresso. Non si tratta di creare allarme, ma di evitare improvvisazioni qualora una segnalazione dovesse arrivare davvero, chiarisce l’esperto.

Il primo filtro

Il percorso condiviso richiamato da Cascio comincia dalla prima segnalazione. La presa in carico delle persone che rientrano dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda o da altre aree eventualmente individuate dal Ministero della Salute spetta al Dipartimento di prevenzione competente delle Asp. È qui che il sistema deve ricostruire provenienza, contatti, esposizioni e condizioni cliniche, prima di decidere quale procedura attivare.

“Lo Spallanzani ha redatto un proprio protocollo operativo ed è la nostra azienda di riferimento sotto ogni punto di vista. Ho detto a tutti che non possiamo non prendere atto di ciò che hanno fatto e cercare di costruire qualcosa che si avvicini il più possibile a quelle indicazioni. Però dobbiamo ragionare sulla nostra realtà. Se arriva una segnalazione, dobbiamo sapere subito chi deve essere informato e cosa deve fare. I Dipartimenti di prevenzione, i reparti di Malattie infettive con camere a pressione negativa, il 118 e le Prefetture devono interagire in modo coordinato, chiedendo, all’occorrenza, suggerimenti allo Spallanzani”.

Cascio insiste sulla necessità di una valutazione concreta della persona e del suo livello di rischio, guidata da strumenti comuni e non affidata alla sola ricostruzione telefonica.

“Queste persone non arrivano qui in autostop. Arrivano in aereo o in nave. Spesso sono persone che lavorano in quei Paesi e, secondo le norme, devono effettuare l’autosegnalazione al Dipartimento di prevenzione. Oppure può già esserci una segnalazione dell’USMAF, della sanità marittima. Da quel momento il Dipartimento deve prenderle in carico e avviare una valutazione strutturata, non una semplice telefonata. Serve un’intervista epidemiologica guidata da schede, checklist, parametri clinici ed epidemiologici e criteri comuni di classificazione del rischio. Bisogna capire come stanno, da dove vengono esattamente, quali aree hanno attraversato, se hanno avuto contatti a rischio con persone con Ebola, se hanno avuto esposizioni in ambito sanitario, familiare, lavorativo o funerario, e qual è la loro situazione clinica”.

Lampedusa

L’isola maggiore delle Pelagie rappresenta un presidio di frontiera sanitaria e richiede un passaggio specifico dentro il percorso regionale. Dal 2023 il Poliambulatorio di Lampedusa risulta dotato di una camera a pressione negativa per l’isolamento di pazienti con malattie infettive contagiose, integrata con una barella di biocontenimento per il trasporto in sicurezza. L’Asp di Palermo, competente per l’assistenza sanitaria sull’isola, ha già attivato quanto richiesto dalle circolari ministeriali. Queste risorse vanno ora inserite dentro una procedura regionale chiara, condivisa e coordinata con la rete di riferimento.

“La possibilità che un caso arrivi attraverso percorsi non ordinari appare remota, ma Lampedusa non può restare fuori da un ragionamento organizzativo. Il problema è sapere cosa fare anche nei territori più particolari, quali strutture utilizzare, chi attivare e quale percorso seguire. Il protocollo serve proprio a questo. A non lasciare zone scoperte”.

Quando compaiono i sintomi

La gestione cambia se una persona già presa in carico sviluppa sintomi compatibili o peggiora durante la sorveglianza. Il sistema deve attivare un percorso dedicato, evitando che il paziente si muova autonomamente verso un Pronto soccorso o un ambulatorio non preparato.

“Se una persona non soddisfa i criteri per essere considerata paziente da valutare, il Dipartimento continua a monitorarla. La chiama e la segue per ventuno giorni. Se invece compaiono sintomi e il quadro peggiora, scatta l’allerta. Devono essere informati il referente regionale, l’unità operativa di Malattie infettive di riferimento, lo Spallanzani, il 118 con l’NCBR e la Prefettura. Bisogna dire che c’è un paziente che sta peggiorando e che tutti devono tenersi pronti. Questo serve a evitare che il caso venga gestito all’improvviso o che il paziente entri in un percorso non protetto”.

La decisione successiva dipende dai criteri previsti dalle indicazioni ministeriali. Se la persona rientra nella definizione di paziente da valutare, caso probabile o caso confermato, deve essere attivato il percorso di biocontenimento verso lo Spallanzani. Le camere a pressione negativa presenti nella rete regionale possono servire per l’isolamento protetto e la gestione temporanea, dentro una procedura già coordinata con il centro nazionale di riferimento.

“Ci riuniamo e decidiamo come gestire il passaggio, evitando che il paziente si muova autonomamente o arrivi in Pronto soccorso. Se il sospetto è concreto, bisogna procedere subito secondo le indicazioni ministeriali. Nel frattempo, se necessario, il paziente deve essere isolato in sicurezza, con il coinvolgimento delle Malattie infettive, del 118 e dello Spallanzani”.

La mappa operativa

Il coordinamento resta in capo al Dipartimento per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico (DASOE). La riunione operativa servirà a mettere in raccordo questo livello regionale con chi dovrà applicare il protocollo nelle aziende e nei territori.

Per Cascio, il protocollo deve tradurre le indicazioni in una mappa concreta della risposta, indicando strutture coinvolte, referenti da attivare, numeri da chiamare, posti realmente utilizzabili e passaggi da compiere nelle prime ore.

“Vorrei che nei protocolli operativi della Sicilia fosse presente una tabella in cui siano individuati in modo preciso tutti i possibili attori della catena assistenziale. Per ciascuno devono essere indicati il nominativo del responsabile e un numero di telefono da chiamare in caso di urgenza. Mi riferisco ai direttori dei Dipartimenti di prevenzione, o ai loro delegati. Ai responsabili delle unità operative di Malattie infettive dotate di posti a pressione negativa. E anche al numero dei posti realmente utilizzabili. Se in un territorio c’è una persona al domicilio che comincia a presentare sintomi, è giusto che il responsabile della struttura di riferimento lo sappia subito. Solo così può essere attivato un percorso dedicato”.

La stessa precisione serve per i campioni biologici. La diagnosi virologica resta affidata allo Spallanzani. Ma il prelievo, il confezionamento e il trasporto devono essere organizzati a livello locale, con procedure note agli operatori coinvolti.

“Le indicazioni dello Spallanzani sulle provette da utilizzare per la diagnosi, sulle modalità di imballaggio e sull’indirizzo a cui spedire il campione devono diventare parte integrante del protocollo. Vorrei che qualsiasi infettivologo, il 118 o qualsiasi persona coinvolta nell’assistenza a un potenziale paziente sapesse esattamente cosa fare e con quale procedura. Non possiamo arrivare al momento del sospetto caso e chiederci chi effettua il prelievo, chi lo confeziona, chi lo trasporta e in quali condizioni di sicurezza”.

La preparazione degli operatori resta decisiva, soprattutto nei passaggi che espongono a maggiore rischio, dal prelievo alla gestione dei campioni.

“Ho sempre previsto la presenza dei colleghi del 118/NCBR al momento del prelievo, perché già dispongono di dispositivi adeguati e hanno esperienza nella vestizione. Tutti gli attori potenzialmente coinvolti dovranno fare esercitazioni specifiche e possibilmente partecipare a un breve corso. Ogni passaggio deve essere pensato prima, perché in questi casi non si può improvvisare”.

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