Il livello di rischio legato a una potenziale infezione da virus Ebola in Italia rimane ufficialmente classificato come basso, ma le autorità sanitarie hanno deciso di muoversi d’anticipo per evitare gli errori del passato.
Sulla scorta delle lezioni apprese durante le prime e disorganizzate fasi della pandemia da Covid-19, il Ministero della Salute ha emanato un’ordinanza restrittiva diretta a tutte le Regioni per definire linee guida chiare e interventi tempestivi in presenza di casi sospetti.
La macchina organizzativa della Regione Siciliana si è attivata immediatamente per tradurre queste direttive in un piano d’azione concreto, stabilendo ruoli, competenze territoriali e la rete dei presidi ospedalieri centrali.
L’impulso operativo è arrivato tramite una nota urgente firmata da Giacomo Scalzo, direttore del Dipartimento per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico, in stretto accordo con l’assessore regionale alla Salute Marcello Caruso.
Il provvedimento è stato inviato capillarmente a tutte le Aziende Sanitarie Provinciali dell’isola, alle centrali operative del 118 e ai dirigenti dell’assessorato.
Al centro del protocollo c’è il tracciamento dei flussi migratori e dei viaggiatori: chiunque arrivi in Italia dopo aver soggiornato o transitato nei ventuno giorni precedenti in Uganda o nella Repubblica Democratica del Congo ha l’obbligo tassativo di autosegnalarsi alle autorità.
I ventuno giorni non sono una scelta casuale, bensì il tempo massimo stimato per il periodo di incubazione del virus, che può manifestarsi in un arco temporale compreso tra i due e i ventuno giorni dall’avvenuto contagio.
L’intervento del ministero non nasce dal nulla, ma risponde a una precisa allerta internazionale: la dichiarazione di emergenza di salute pubblica di rilevanza internazionale diramata dall’Organizzazione mondiale della sanità a seguito del riaccendersi del focolaio di Ebola nei due Paesi africani.
Pur in assenza di situazioni di emergenza o casi registrati in Italia e in Sicilia, l’assessorato regionale della Salute ha attivato tutte le procedure previste per garantire un sistema di monitoraggio e risposta tempestiva, in linea con le indicazioni ministeriali.
È in questo contesto che si radica il ruolo centrale delle Asp e, in particolare, dei medici dei Servizi di Epidemiologia. A loro spetta il compito di ricevere le autosegnalazioni dei viaggiatori, attivando canali telefonici e telematici dedicati e attivi giorno e notte, con l’obbligo di inserire ogni dato nel sistema informatico nazionale Premal entro ventiquattro ore.
Chi si isola non viene lasciato solo, ma riceve un pacchetto di informazioni estremamente dettagliate e, se necessario, multilingue. Le linee guida delle Asp spiegano come riconoscere i sintomi, come misurare correttamente la temperatura e come allestire una stanza per l’isolamento temporaneo, che deve possedere caratteristiche precise ed essere preferibilmente dotata di un bagno a uso esclusivo.
Il protocollo impone inoltre il divieto assoluto di uscire dal territorio di competenza senza averlo prima comunicato e ribadisce una regola fondamentale per la sicurezza collettiva: in caso di malessere, non bisogna mai recarsi di propria iniziativa in pronto soccorso, in ambulatori o negli studi dei medici di base, per evitare l’effetto catena del contagio.
Saranno gli epidemiologi, tramite controlli quotidiani a distanza e videochiamate, a monitorare la situazione e a far scattare i soccorsi protetti se la situazione dovesse precipitare.
Come riconoscere a livello medico, un caso sospetto?
Il Ministero della Salute si affida a un doppio binario che unisce criteri clinici ed epidemiologici.
Dal punto di vista dei sintomi, il campanello d’allarme scatta in presenza di una febbre superiore ai 38,6°C accompagnata da almeno uno spettro di disturbi che va dal forte mal di testa al vomito, dalla diarrea ai dolori addominali, fino alle manifestazioni più gravi come emorragie o insufficienze multiorgano. Questo quadro clinico diventa un caso sospetto se si incrocia con il dato geografico: l’aver soggiornato nelle aree del focolaio nei ventuno giorni precedenti o l’essere stati a contatto con un malato.
Per la certezza assoluta serve però il terzo criterio, quello di laboratorio, la cui conferma diagnostica in Italia è blindata e affidata esclusivamente a due soli centri d’eccellenza: il Sacco di Milano e lo Spallanzani di Roma.
Per la Sicilia è proprio lo Spallanzani il polo di riferimento per i test virologici e per gli eventuali ricoveri in alto biocontenimento.
Sul territorio isolano, la cabina di regia clinica è affidata al professor Antonio Cascio, direttore di Malattie Infettive al Policlinico di Palermo, che dovrà garantire un supporto specialistico continuo h24.
Sotto la sua guida, la Regione ha imposto una ricognizione immediata dei dispositivi di protezione di terza categoria.
Mascherine FFP3, visiere, tute e camici speciali devono essere controllati e riforniti senza indugio non solo nei reparti ospedalieri e nei pronto soccorso, ma anche per il personale dei Dipartimenti di Prevenzione e per gli autisti e i soccorritori delle ambulanze del 118, che rappresentano il primissimo punto di contatto con il rischio.
La rete siciliana
Il piano regionale mappa dettagliatamente anche la rete delle Malattie infettive, destinate a fare da spalla agli epidemiologi.
I 236 posti letto totali sono distribuiti sul territorio con geometrie variabili.
La provincia di Palermo ne conta 62 (suddivisi tra Civico, Cervello e Policlinico, mentre le strutture gestite direttamente dall’Asp ne sono prive); Catania ne offre 56, distribuiti tra il San Marco, il Garibaldi, il Cannizzaro e l’ospedale di Caltagirone. Messina mette a disposizione 34 posti tra il Papardo, il Policlinico e il presidio di Barcellona Pozzo di Gotto, mentre Caltanissetta ne ha 24 ripartiti tra il capoluogo e Gela.
Numeri più ridotti si registrano a Enna con 20 posti, a Modica e Siracusa con 12 ciascuna, e a Marsala con 6 posti per coprire il Trapanese. Resta scoperta la provincia di Agrigento, dove l’ospedale di Ribera, pur essendo il punto di riferimento designato, non dispone attualmente di posti idonei.
Il vero nodo tecnico resta però l’isolamento radicale: di questi 236 posti, solo 135 sono a pressione negativa.
Per i pazienti più piccoli, invece, la difesa si concentra all’Ospedale dei Bambini di Palermo, che riserva ai casi pediatrici una dotazione di 20 posti.
A chiudere il cerchio della sicurezza sono i direttori delle quattro centrali operative del 118, chiamati a verificare la perfetta efficienza non solo delle protezioni individuali, ma anche delle speciali barelle ad alto biocontenimento, indispensabili per garantire trasporti protetti sia sulle ambulanze che sui velivoli per il soccorso aereo.
Una complessa architettura di difesa che la Sicilia ha voluto schierare con la ferma speranza di non doverla mai mettere alla prova.



