L’Ebola non si ferma e uccide anche senza infettare. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’epidemia causata dal virus Bundibugyo continua ad avanzare, la paura e la disinformazione stanno diventando un pericolo anche per chi cerca di salvare vite.
A Bafwasende, nella provincia di Tshopo, un infermiere impegnato nelle attività di sensibilizzazione ha perso la vita durante un’aggressione, mentre un insegnante che collaborava alla risposta sanitaria ha riportato ferite. Una vicenda che mostra un’altra faccia dell’emergenza, proprio mentre il bilancio epidemiologico si avvicina ai 10 mila contagi e il virus continua a richiedere interventi di sorveglianza anche oltre i confini congolesi.
Secondo la ricostruzione, l’aggressione è avvenuta il 23 ottobre, quando alcuni residenti hanno accusato i due uomini di contaminare le fonti d’acqua e contribuire alla diffusione dell’Ebola. Alla contestazione si sono uniti alcuni giovani armati di machete e bastoni, che hanno aggredito entrambi. L’infermiere lavorava da anni nell’ospedale generale di Bafwasende e partecipava alle iniziative di sensibilizzazione per informare la popolazione sui rischi della malattia e sulle misure di prevenzione. È morto prima dell’arrivo dei soccorsi, mentre il suo collega è sopravvissuto
L’episodio ha provocato forte preoccupazione tra gli operatori sanitari della zona, alcuni dei quali hanno cercato rifugio nell’ospedale generale, dove la polizia ha garantito protezione. Nei giorni precedenti, un’altra aggressione aveva colpito un professionista impegnato nelle attività di sensibilizzazione, la cui abitazione aveva subito un incendio doloso. Julien Harneis, coordinatore delle Nazioni Unite per la risposta all’Ebola, ha condannato l’uccisione dell’infermiere, sottolineando la gravità della perdita per le attività di contenimento e per i pazienti che dipendono dall’assistenza sanitaria.
La disinformazione
Le conseguenze delle false informazioni non riguardano soltanto la sicurezza delle équipe, ma compromettono anche l’accesso tempestivo alle cure, con conseguenze fatali. A evidenziarlo è stata proprio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) Africa raccontando la vicenda di Jeanne, una madre congolese che ha perso il figlio di sei anni dopo aver rinviato il ricovero per timore dei centri di trattamento dell’Ebola. Il bambino aveva manifestato febbre e vomito, inizialmente attribuiti alla malaria. Influenzata, però, dal clima di sfiducia nei confronti delle cure ospedaliere, la donna, portando via il bambino dall’ospedale, si era rivolta a un guaritore tradizionale. Dopo un ulteriore peggioramento delle condizioni, la donna ha riportato il piccolo in ospedale, dove è morto 48 ore dopo.
Per contrastare la disinformazione, il ministero della Salute congolese e l’OMS, dopo aver analizzato oltre 34.650 contenuti online con fake news e preoccupazioni diffuse tra la popolazione, hanno formato di 100 guaritori tradizionali, 20 influencer e 150 operatori delle linee telefoniche di assistenza, per favorire la diffusione di informazioni attendibili. L’OMS riferisce che, nella sola provincia dell’Ituri, le équipe sanitarie hanno contrastato più di mille voci infondate attraverso incontri e attività di sensibilizzazione con le comunità locali.
I dati
Intanto l’epidemia continua a crescere nella Repubblica Democratica del Congo, registrando, ieri 26 ottobre, 9.964 casi confermati e oltre 4.800 decessi. Il virus interessa complessivamente 66 zone sanitarie in otto province, mentre l’OMS segnala un’elevata percentuale di persone che muoiono prima di raggiungere i centri di trattamento, a conferma delle difficoltà nell’accesso tempestivo alle cure.
Oltre ai casi registrati in Kenya, saliti a nove, tra cui quattro operatori sanitari, con due decessi, si è aggiunta anche la Nigeria, il 20 ottobre, ha confermato ad Abuja un caso importato di Ebola Bundibugyo. Le autorità nigeriane hanno individuato 53 contatti da monitorare, mentre il 26 ottobre la paziente, cittadina svizzera di origine ugandese e moglie di un diplomatico in servizio ad Abuja, è stata rimpatriata in Svizzera dopo che le sue condizioni cliniche si erano stabilizzate. La donna è stata ricoverata in isolamento all’Ospedale universitario di Ginevra per proseguire le cure. Il trasferimento non costituisce un episodio di trasmissione locale in Europa, dove l’ECDC continua a considerare molto basso il rischio per la popolazione generale.
In Kenya, l’OMS Africa ha inoltre comunicato che 20 persone hanno completato il periodo di osservazione senza sviluppare sintomi, mentre altre 98 rimangono sotto sorveglianza. L’Uganda ha rafforzato ulteriormente i controlli ai confini con il Congo e ribadito le restrizioni per i viaggiatori provenienti dalle aree interessate dall’epidemia, comprese misure di quarantena per i cittadini che rientrano nel Paese.
Proseguono, nel frattempo, le sperimentazioni sui vaccini. Il 23 ottobre, a Bunia, è stata somministrata la prima dose nell’ambito dello studio clinico Tumaini, finalizzato a valutare l’efficacia dei candidati vaccinali contro Ebola Bundibugyo.




