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L'approfondimento del report

“Ero Straniero 2025”, storie di vite sospese tra i ritardi della burocrazia italiana e le necessità dei territori: quando la legalità è un’odissea

sabato 21 Febbraio 2026

Oltre le cifre del report, parlano le testimonianze dirette dei protagonisti: il report di “Ero Straniero 2025” svela il lato umano del fallimento dei flussi.

 

 

Il dossier “Ero Straniero 2025” non è solo una raccolta di dati; è una mappatura dettagliata delle vite sospese tra i ritardi della burocrazia italiana e le necessità dei territori, con un focus drammatico sulla Sicilia.

All’analisi dei dati, nel dossier si aggiungono le testimonianze raccolte da persone coinvolte nella procedura del decreto flussi nei diversi ruoli – lavoratrici e lavoratori, datori e datrici di lavoro, rappresentanti dei patronati e associazioni di categoria e di tutela – al fine di far emergere in maniera più chiara e diretta quali sono le conseguenze di un sistema che non funziona sulla vita di decine di migliaia di persone (vedi la raccolta di testimonianze a questo link).

 

Attraverso le voci raccolte tra ottobre 2025 e gennaio 2026, nell’approfondimento del Report  “LA PAROLA ALLE PERSONE” emerge un sistema in cui ogni ingranaggio — dal click day al visto — sembra progettato per fallire.

È un’indagine che dà voce alle conseguenze dirette di un meccanismo suscettibile di produrre impatti drammatici sulle persone. Attraverso le testimonianze di lavoratori, datori di lavoro e sindacati, emerge come ogni cifra del monitoraggio nasconda una ferita personale e un danno economico per l’Italia e l’Isola.

Di queste, abbiamo selezionato sette esperienze emblematiche per tratteggiare e descrivere le criticità del sistema del Decreto Flussi.

 

La trappola del debito: il caso Adavan

Il primo grande scoglio non è burocratico, ma criminale. Il “visto regolare” diventa merce di scambio in un mercato nero transnazionale.

La testimonianza di Adavan (35 anni):

“Un amico mi ha indirizzato verso un suo conoscente che mi ha chiesto complessivamente 15.000 euro in cambio di un visto d’ingresso e un lavoro regolare in Italia… All’arrivo, però, non ho trovato nulla… Ho scoperto che lo stesso datore di lavoro aveva invitato in Italia decine di persone, chiedendo pagamenti consistenti… senza poi assumerle”.

Questa vicenda conferma il dato del monitoraggio sul “black hole” dei visti. Molti lavoratori, pur rispettando le regole, finiscono in clandestinità perché il sistema non prevede un obbligo giuridico di assunzione immediata da parte di chi chiama. In Sicilia, questo si traduce in braccia sottratte all’agricoltura legale e consegnate al caporalato. Il pagamento di tangenti, che per i nordafricani oscilla tra 1.000 e 3.000 euro, è ormai una prassi consolidata che nessuno dichiara ma che tutti conoscono.

L’impossibilità di regolarizzarsi: il caso Karim

Anche quando il lavoratore cerca attivamente di restare nella legalità, la rigidità normativa glielo impedisce.

La testimonianza di Karim (29 anni):

“Mi sono affidato a un’agenzia di intermediazione per entrare in Italia con un lavoro stagionale. Una volta arrivato, mi sono presentato in Prefettura  per sottoscrivere il contratto di soggiorno, ma il datore di lavoro non si è presentato all’appuntamento. La Prefettura mi ha indicato, anche per iscritto, che sarei dovuto tornare insieme al datore di lavoro. Ho spiegato che non riuscivo a contattarlo perché risultava irreperibile. Ho provato più volte a cercarlo, anche recandomi personalmente all’indirizzo indicato nella pratica, ma senza successo. Successivamente, ho inviato il kit postale e, con la ricevuta, ho trovato un altro datore di lavoro disposto ad assumermi. Ho lavorato come operatore in un progetto per minorenni e avrei voluto proseguire in questo ruolo, ma quando ho chiesto nuovamente un appuntamento in Prefettura, spiegando la mia situazione, non ho ricevuto risposte. Non ero a conoscenza del fatto che per stipulare il contratto di soggiorno in Prefettura fosse necessario il datore di lavoro che mi aveva chiamato in Italia. Alla fine, il nulla osta è stato revocato e oggi mi trovo in una condizione di irregolarità sul territorio italiano e ho perso il mio impiego”.

Il sistema è costruito su un vincolo indissolubile tra lavoratore e datore originario. Se il primo viene meno, l’intera pratica decade, rendendo impossibile la “portabilità” del nulla osta verso aziende sane. Questo spiega perché in Sicilia, nonostante l’alto numero di domande a Ragusa o Palermo, i permessi finali siano pochissimi: la burocrazia non permette ai lavoratori di rimediare alle inadempienze dei datori.

Il silenzio delle istituzioni: il caso Dua

L’inefficienza della Pubblica Amministrazione si manifesta nell’assenza totale di comunicazione.

La testimonianza di Dua (42 anni):

“Sono arrivato in Italia nell’ottobre 2023. Prima della partenza, una persona che conoscevo e che si trovava in Italia mi aveva informato dell’apertura dei flussi di ingresso per lavoro e mi aveva chiesto se fossi interessato a presentare domanda. Ho accettato con l’obiettivo di lavorare regolarmente. Una volta arrivato in Italia, però, la persona che aveva fatto da tramite è scomparsa e non è stato più possibile contattarla. Non mi sono recato in Prefettura perché non ero a conoscenza dell’obbligo di presentarmi per completare le procedure previste. Successivamente sono riuscito a mettermi in contatto con un avvocato, il quale ha inviato, tramite posta elettronica certificata (PEC), una richiesta di appuntamento alla Prefettura. Nonostante ciò, a distanza di circa un anno e mezzo, non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta da parte dell’amministrazione. Sono irregolare nel territorio e ogni giorno è per me un giorno di paura e ansia”.

Il monitoraggio evidenzia tempi di attesa medi superiori ai 12 mesi. Il caso di Dua dimostra che il “silenzio” amministrativo non è solo un ritardo, ma un atto che produce clandestinità. In Sicilia, la carenza di personale negli uffici immigrazione trasforma le PEC in messaggi in bottiglia, impedendo il completamento di iter che sulla carta dovrebbero durare 60 giorni.

Aziende fantasma e revoche improvvise: il caso Afridi

Esiste una zona d’ombra dove le aziende chiudono prima ancora che il lavoratore arrivi, senza che nessuno lo fermi.

La testimonianza di Afridi (28 anni):

“Sono entrato in Italia grazie alla richiesta effettuata attraverso la procedura dei flussi da parte di un’azienda italiana. Una volta entrato nel Paese, ho però scoperto che il mio nulla osta era stato revocato, poiché l’azienda risultava già chiusa prima ancora di procedere alla mia assunzione, circostanza della quale non ero a conoscenza. A seguito di questa situazione, il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) ha respinto la mia richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per attesa occupazione. Non avendo altre possibilità di regolarizzazione e avendo un ingente debito da ripagare nel mio Paese, che mi fa temere per la sicurezza dei miei familiari, ho presentato domanda di protezione internazionale e sono in attesa di essere convocato dalla Commissione Territoriale che esaminerà la mia richiesta”

Questa è un’esempio emblematico del fallimento dei controlli ex-ante. Il sistema permette a datori non idonei o aziende prossime al fallimento di avviare pratiche. Quando lo Stato interviene con la revoca, non colpisce l’azienda inadempiente, ma il lavoratore, che si ritrova con debiti enormi e l’unica via d’uscita della protezione internazionale per non essere espulso.

La “Lotteria dei secondi”: l’esperienza degli operatori del click day

L’invio delle domande è degradato a un gioco d’azzardo tecnologico dove la connessione conta più della qualità del lavoro.

La dichiarazione di Alice (Operatrice di Sportello):

“La nostra attività si concentra su consulenza e orientamento (informazione legale e colloqui preliminari). Non effettuiamo l’inoltro telematico delle domande. La scelta è motivata dall’elevata responsabilità che ricade sull’operatore/operatrice nel giorno del click day, in cui anche un disservizio tecnico (ad esempio piccoli problemi di connessione connessione) potrebbe compromettere irrimediabilmente l’istanza dell’utente. In quanto servizio a tutela delle persone, non possiamo assumere il rischio — determinante per la vita di chi ne è coinvolto — che deriva dalla “lotteria dei secondi” tipica della procedura del click day”.

Il click day è una lotteria che esclude aziende strutturate a favore di chi è solo più veloce. Gli operatori denunciano un sistema “elitario” dove concentrare il potere nelle mani di pochi intermediari riduce la democraticità e la trasparenza. Questo spiega il paradosso siciliano: migliaia di domande precompilate che non diventano mai contratti perché bloccate in code gestite in modo opaco.

Famiglie e l’assistenza negata: il caso degli Extra-Quota

Il bisogno di cure per anziani e disabili non può seguire i tempi di una sperimentazione burocratica fallimentare.

La dichiarazione di Filippo (Rappresentante Patronato):

“Rispetto ai soggetti abilitati alla precompilazione e all’invio delle domande, fatichiamo a comprendere le ragioni per cui il Governo abbia affidato l’intero processo di ingresso dei lavoratori e delle lavoratrici straniere a interlocutori economici non votati alla tutela e non sempre garanti di immediata terzietà, che il sistema dovrebbe presupporre. Ci ha colpito che i Patronati, da sempre operanti nel pieno rispetto delle norme, sottoposti a controlli ministeriali annuali e a specifiche convenzioni, siano gli unici esclusi dall’assistenza ai datori di lavoro. Tale scelta abbandona migliaia di persone—famiglie, lavoratori, lavoratrici e rappresentanti di piccole imprese—che si affidano ai nostri sportelli proprio in ragione della nostra competenza e affidabilità”

 Il sistema fuori quota per l’assistenza è privo del meccanismo del “silenzio-assenso”, allungando i tempi a dismisura. In Sicilia, dove l’assistenza domiciliare è fondamentale, le famiglie sono deluse da un’iniziativa che appare propagandistica.

La mancanza di istruzioni chiare su cosa accade dopo i primi 12 mesi di lavoro crea ulteriore incertezza sia per il datore che per l’assistente.

Il muro dell’idoneità alloggiativa

L’ultimo miglio burocratico è spesso quello più insormontabile a causa di costi e parametri fuori dalla realtà.

La dichiarazione di Giulia (Operatrice di Sportello):

“Molti problemi derivano dal passaggio che devono fare lavoratori/lavoratrici e datori/datrici di lavoro in Prefettura subito dopo l’arrivo in Italia. Per fissare il primo ingresso in Prefettura si usano canali diversi (PEC o portale telematico). Molti utenti riferiscono che datore/datrice o intermediario dichiara di aver inviato la PEC e di essere in attesa di risposta; trascorrono mesi e, nel frattempo, scade il visto. Per ovviare a questa difficoltà, alcune persone inviano il kit postale prima del passaggio in Prefettura. Questa inversione dei passaggi genera effetti prevedibili: irricevibilità delle istanze e, in alcuni casi, avvio di procedimenti che portano alla revoca del nulla osta o ad altri provvedimenti. Attraverso l’invio del kit, una quota significativa di persone inizia a lavorare, talvolta, però, con datori/datrici di lavoro che non sono quelli indicati nell’istanza originaria, confidando, erroneamente, che basti un lavoro per ottenere un permesso di soggiorno. Il vincolo a firmare il contratto con il datore originario rappresenta un ostacolo pratico: molti potrebbero formalizzare con un nuovo datore regolare già disponibile, ma l’attuale impianto non lo consente. Oltre a questo, nel mio lavoro rilevo che le lunghe attese presso Prefetture e Questure (non solo per i flussi, ma anche per altre tipologie come il ricongiungimento) generano un effetto di “tranquillizzazione impropria”: lavoratori e lavoratrici ritengono normale attendere mesi e non si attivano tempestivamente per verificare lo stato della pratica. Quando arriva l’irricevibilità o il preavviso di revoca, è spesso troppo tardi per rimediare, e i termini di ricorso risultano già scaduti. In altri casi, il permesso viene rilasciato già prossimo alla scadenza o addirittura scaduto, impedendo il rinnovo del permesso, la sua conversione o il passaggio all’attesa occupazione. Una parte significativa dei lavoratori entra quindi in una condizione di irregolarità prodotta dal sistema, non per responsabilità propria, ma per l’impossibilità di completare la procedura nei tempi previsti”.

“A ciò si aggiunge la difficoltà di ottenere l’idoneità alloggiativa, richiesta per la sottoscrizione del patto di soggiorno. Le criticità includono tempi lunghi per la richiesta (visura catastale, intervento del tecnico, marca da bollo, dichiarazione del proprietario); parametri obsoleti di superficie e capienza (ancorati a normative degli anni ’70); costi elevati in alcune città (compresi tra 500 e 1.000 euro). In assenza dell’idoneità alloggiativa, il lavoratore non può completare l’ingresso in Prefettura, con conseguenze che spesso compromettono l’intera procedura dei flussi”.

Questo requisito tecnico diventa un’arma di esclusione. Molti lavoratori in Sicilia, pur avendo un impiego regolare pronto, non possono firmare il contratto perché non trovano alloggi con certificazioni catastali perfette. Il risultato è un paradosso: persone regolarmente entrate che diventano irregolari perché lo Stato richiede standard abitativi che il mercato immobiliare locale spesso non offre.

Le criticità sommerse nelle voci del territorio

Oltre ai macro-ostacoli già analizzati, dalle testimonianze di patronati e associazioni datoriali emerge un sottobosco di inefficienze che paralizza la gestione dei flussi. Una delle criticità più sentite riguarda la formazione e l’invio dei visti nei paesi d’origine. Gli operatori denunciano che, pur in presenza di nulla osta validi, le rappresentanze diplomatiche italiane all’estero operano in un regime di totale opacità. Molti lavoratori riferiscono di visti negati senza motivazioni chiare o per banali errori materiali nei documenti, che le ambasciate si rifiutano di correggere, costringendo i datori di lavoro a ricorsi al TAR lunghi e dispendiosi.

C’è poi la questione dei diritti previdenziali e dei costi sociali. Le associazioni di categoria sottolineano come il ritardo nel rilascio dei permessi di soggiorno (che in Sicilia sfiora l’anno e mezzo) impedisca ai lavoratori di accedere alla sanità pubblica in modo pieno o di percepire assegni familiari, pur pagando regolarmente le tasse attraverso i contributi versati dai datori di lavoro. “Siamo di fronte a lavoratori di serie B”, denunciano i patronati, “che contribuiscono al welfare italiano senza poterne usufruire”.

Un’altra criticità emersa è legata alla pre-compilazione delle domande. Sebbene introdotta per snellire il sistema, operatori di sportello come Giulia spiegano che questa fase ha caricato gli uffici di una mole di lavoro documentale immensa senza fornire alcuna garanzia di successo. In Sicilia, molte piccole imprese agricole, prive di consulenti del lavoro strutturati, si sono trovate escluse perché impossibilitate a gestire la complessità tecnica dei nuovi portali.

Infine, emerge il dramma dei “visti per ricerca lavoro” mai attuati: la mancanza di canali legali flessibili spinge anche chi avrebbe i requisiti verso il sistema dei flussi, che però è rigido e inadatto a chi è già sul territorio, creando un cortocircuito normativo che alimenta l’irregolarità forzata.

La voce delle soluzioni: le proposte per uscire dal labirinto

Il documento “La parola alle persone” non si limita alla denuncia, ma raccoglie nella sua parte conclusiva proposte concrete nate dall’esperienza di chi vive il sistema ogni giorno. La proposta principale, condivisa da sindacati e datori di lavoro, è l’istituzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione garantito per legge a chi, entrato regolarmente, perde il posto per cause non imputabili a lui (come il fallimento dell’azienda o il recesso del datore). Questo eviterebbe di trasformare in clandestini persone che lo Stato ha autorizzato a entrare.

Un secondo punto cruciale riguarda la portabilità del nulla osta. Le testimonianze suggeriscono di permettere al lavoratore di “spendere” il proprio titolo d’ingresso presso un altro datore di lavoro dello stesso settore qualora il primo venga meno. Questo meccanismo di flessibilità permetterebbe di colmare immediatamente i buchi di manodopera nelle aziende sane, senza costringere il lavoratore a tornare in patria o finire nell’illegalità.

Sul fronte burocratico, le associazioni propongono il superamento dei click day in favore di uno “sportello permanente”. L’idea è quella di un sistema basato su graduatorie aperte tutto l’anno, dove l’ingresso è regolato dal reale fabbisogno delle imprese e non dalla velocità della fibra ottica. Collegato a questo, si chiede il potenziamento degli organici nelle Prefetture e Questure, in particolare in Sicilia, per abbattere i tempi di attesa per il rilascio del permesso di soggiorno, che dovrebbero tornare sotto la soglia dei 60 giorni previsti dalla legge.

Infine, le proposte toccano il tema della formazione all’estero. Si suggerisce di potenziare gli accordi bilaterali per formare i lavoratori nei paesi d’origine non solo sulla lingua, ma anche sulle competenze tecniche specifiche richieste dal mercato italiano (edilizia, agricoltura specializzata, assistenza). Questo ridurrebbe i tempi di inserimento e aumenterebbe la qualità dell’occupazione, trasformando l’immigrazione da “problema amministrativo” a “risorsa strategica” per il sistema Paese.

Dalla denuncia al cambiamento

Il quadro che emerge è quello di un sistema che richiede un cambio di paradigma radicale. Le testimonianze di Adavan, Karim, Afridi, Alice e tanti altri e altre non sono gridi isolati, ma la prova provata che la normativa attuale è scollegata dalla realtà. L’Italia e la Sicilia, con le sue eccellenze nei vari settori e le sue fragilità sociali, non può più permettersi di perdere lavoratori e imprese nel “buco nero” della burocrazia.

Le soluzioni esistono e sono scritte nelle storie di chi questo sistema cerca di farlo funzionare ogni giorno: ora spetta alla politica ascoltarle e trasformarle in legge.

FONTE DATI ESPERIENZE: LA PAROLA ALLE PERSONE DOSSIER FLUSSI 2026

 

Nota Metodologica 

Il presente report integra i dati del monitoraggio “Ero Straniero 2023-2024” con le indagini qualitative e le “10 Proposte” emerse dal dossier “La parola alle persone”. Le testimonianze sono state raccolte tra ottobre 2025 e gennaio 2026, offrendo una visione d’insieme che unisce rigore statistico e impatto umano.

 

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