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Il quadro politico

Forza Italia e il naufragio siciliano: cosa resta nell’Isola dell’eredità di Silvio Berlusconi?

venerdì 12 Giugno 2026
Silvio Berlusconi

C’era un tempo in cui la Sicilia, dalla costa orientale a quella occidentale, aveva un’unica tinta. Un azzurro vivo che, nel bene o nel male a seconda dall’elettorato di riferimento, negli anni novanta ha riscritto la storia politica italiana. Carismatico, al passo coi tempi e con un’innata predisposizione al dialogo. La discesa in campo di Silvio Berlusconi nel ’94 ha certamente segnato un’epoca, archiviando l’arrugginita Prima Repubblica. Simpatizzanti o meno, è innegabile l’impatto di rilievo e travolgente del Cavaliere dal Nord al Sud del Bel Paese. L’Isola si è rivelata la roccaforte di Forza Italia, la creatura politica lasciata in eredità e che negli anni si è saputa rinnovare e riscoprire, dopo la nascita nel 2009 del Popolo della Libertà e il rilancio nel 2013. La sua scomparsa, esattamente tre anni fa, il 12 giugno 2023, ha aperto così un’interrogativo: può esistere FI senza Berlusconi? Un quesito che oggi risuona in maniera ancor più prepotente dopo le ultime vicende di cronaca e gli stracci volati tra i corridoi di Palazzo dei Normanni.

Perdere un leader e ritrovare un nuovo equilibrio non è certamente semplice. Eppure in Sicilia la necessità di adottare una nuova bussola appare oggi più evidente che mai. Le ultime elezioni amministrative sono un chiaro segnale che qualcosa ormai non va più. E il tonfo a Messina, con la candidatura di Marcello Scurria promossa dal presidente della Regione Renato Schifani e dalla sottosegretaria di Stato ai rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano, ne è l’emblema, con la lista azzurra al di sotto della soglia di sbarramento e dunque senza consiglieri eletti.

Ma le tensioni e le lotte intestine all’interno di Forza Italia non nascono oggi. Hanno radici ben più profonde, alimentate nel tempo e in silenzio e letteralmente esplose nel corso della maratona dell’ultima Finanziaria regionale, il punto di non ritorno. Un partito definito “vivo” e “vivace” per via delle numerose divergenze, trasformate, però, in un confronto non più sano e costruttivo, ma diviso e demolitore. Il malessere dei deputati regionali, tra i quali si annidano anche i tanto chiacchierati franchi tiratori a Sala d’Ercole, non è più un segreto. “Messi da parte, poco considerati e non coinvolti nelle attività di governo“, hanno ribadito a più riprese pezzi del gruppo. L’ingranaggio si è inceppato e neanche il mini-rimpasto in giunta è riuscito a porre un punto alle polemiche. L’assessorato alla Sanità è stato uno dei tasti dolenti che più ha caratterizzato il governo Schifani, dalle tecniche Giovanna Volo e Daniela Faraoni (ritenuta fin troppo lontana dai valori del partito e più vicina al leghista Luca Sammartino) a Marcello Caruso, che proprio pochi giorni prima aveva abbandonato il ruolo di coordinatore regionale di FI.

Il testimone è passato nelle mani di Nino Minardo, presidente della commissione Difesa alla Camera, unico profilo capace di calmare, almeno in parte e all’apparenza, le acque. Il commissario straordinario resterà alla guida fino alla convocazione del congresso regionale. Quella che era stata annunciata dal leader nazionale Antonio Tajani come una vera e propria innovazione, in Sicilia è solo una chimera. Pensato inizialmente in primavera, è slittato in autunno, ma al momento ci sono poche certezze. Eleggere il nuovo coordinatore oggi rischia di trasformarsi in un campo minato. Ma le varie anime di Forza Italia non arretrano. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e l’eurodeputato Marco Falcone sgomitano in vista delle ambite elezioni regionali in programma nel 2027, non senza nitide critiche, senza troppi giri di parole, rivolte al presidente Schifani. Spallate che non arrivano solo fuori dai confini siciliani, ma anche all’interno.

Da un lato c’è chi invoca un cambio di passo. E’ il caso di Salvo Tomarchio, che all’indomani dei ballottaggi ha auspicato: “Ci si metta d’accordo su tre cose importanti da portare avanti per il bene della Sicilia, e si riconsegni la parola agli elettori, unici giudici in politica. Se non si è in grado di fare questo, nessun problema: si vada al voto immediatamente, anche per evitare lenti logoramenti che offuschino i risultati del Governo“. Sulla stessa scia Nicola D’Agostino: “Adesso è davvero crisi, ed il centrodestra dovrebbe finalmente fare autocritica. Sembriamo paralizzati dalla paura, ostaggio delle nicchie di potere che difendiamo avidamente, manchiamo di coraggio, onestà, visione. Servirebbero atti forti ed in controtendenza, sia del governo regionale che dei leader di partito“. Poi c’è chi il cambio passo l’ha intrapreso da sé, come Alessandro De Leo, che ha lasciato il gruppo parlamentare per approdare al misto: “Ho denunciato quanto avvenuto a Messina, dove si è verificato un vero e proprio delitto politico. Abbiamo assistito ad un’azione scientifica e studiata nei minimi dettagli per azzerare la rappresentanza democratica. E’ avvenuto nel silenzio omertoso del partito di Forza Italia. Si sono favorite logiche oligarchiche e interessi di bottega“.

Dall’altro i titoli di giornali parlano senza dover aggiungere ulteriori commenti, con gli scandali giudiziari che vedono protagonisti Michele Mancuso e Riccardo Gallo. Il deputato nisseno è agli arresti domiciliari dallo scorso febbraio, nell’ambito dell’inchiesta su presunte irregolarità nell’assegnazione di fondi pubblici destinati a spettacoli in provincia di Caltanissetta. L’ agrigentino, la cui attività parlamentare non ha mai brillato per produttività, in questi giorni è finito nell’occhio del ciclone per una presunta “parentopoli” con assunzioni di parenti e amici al Cefpas.

E si torna così all’anniversario che ricorre oggi. L’eredità di Berlusconi è pesante e appare chiaro che se da un lato Forza Italia è sopravvissuta grazie al radicamento nei territori maturato negli anni, ancora, a distanza di tre, fatica a trovare un nuovo timoniere all’altezza. Il “caso Sicilia”, una patata bollente difficile da decifrare e da gestire, dovrà prima o poi essere affrontato a muso duro e soprattutto prima delle elezioni regionali. La spaccatura totale in FI equivarrebbe anche ad una rottura inevitabile nella coalizione di centrodestra. Per gli elettori e i militanti azzurri la domanda è così inevitabile: in tali condizioni, Berlusconi sarebbe riuscito a mettere ordine all’interno del partito?

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